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Le poesie
di Franco Santamaria sono, senza dubbio, poesie “meridionaliste”, e
quando diciamo “meridionaliste” vogliamo dire una cosa precisa, e
cioè un insieme di evocazione e di sofferenza assoluta (il pretesto
socio-economico è, appunto, solo un pretesto, una base materiale).
Abbiamo pensato a Salvatore Quasimodo, che di quello sgomento
socio-metafisico è stato il maggiore poeta, superiore persino a
Pierro (citiamo Pierro perché il Santamaria è nato a Tursi, città
dove pure nacque il poeta-sciamano), che trafficava, invece, con la
magia, magari per trovare l’abracadabra della felicità.
Sono
poesie, queste di Santamaria, ad alto tasso musicale, pare che
vogliano commuovere, pare che vogliano risucchiare in uno sgomento
antico, troppo antico, chiunque le si avvicini. A volte hanno quella
chiusura ermetica che pure è meccanismo di libertà associativa
(musicale).
Sono
poesie notturne, nel senso che non hanno un fondamento teoretico (ci
fanno ridere quelli che pretendono valori conoscitivi nella poesia
evocativa e musicale), e quindi vanno ascoltate quando la vita
chiede abbandono, silenzio, trascinamento in dimensioni misteriose:
quando la vita, insomma, è più vita.
La
ricorrenza della parola “zagara” mi ha fatto riflettere, perché è
notorio che la Lucania non è terra di mandarini e di arance; e
allora, per chi ha buona memoria, sarà facile scoprire che
l’antecedente di questa ricorrenza è Quasimodo, che pare essere il
padrino di Santamaria.
Non siamo
tanto ottusi da non sapere che queste poesie sono state scritte tra
il 1967 e il 1968, e che hanno perduto una certa attualità, e
acquisito un certo epigonismo (il tempo accoppia per sommi capi, un
giorno saremo tutti epigoni, magari della specie umana). Eppure
saremmo altrettanto ottusi se non riconoscessimo un valore
importante ai momenti fatti di echi, di evocazioni, di musiche (la
ricorrenza di Orfeo, il vero antagonista del razionalismo e della
logica).
Quando
vorreste condannare le capriole della malinconia, della perdita,
delle arie e dei venti dello spirito, allora vi sovvenga Platone, o
magari Vico (che pure fu un “meridionalista”, ma questo è un altro
discorso). Ecco, vorremmo dire che la vita è fatta anche di echi, di
struggimenti, di dolori assoluti (non “privati” o “sociali”, ma
dell’uomo in quanto tale). Che poi la poesia di Santamaria ci
risulti troppo “letteraria”, questo è vero. Per assurdo (assurdo,
per esempio, per la sua gente di Tursi, che è fiera dell’ermetismo
della cultura, di chi “ne sa più di noi”) il difetto di queste
poesie è proprio la troppa sapienza letteraria, il fitto reticolato
di citazioni implicite. La poesia dovrebbe anche svelare i materiali
storici, sociali, quotidiani, in modo da poter accogliere tutti al
suo interno (anche di giorno, e non solo di notte).
Ma una
presentazione ha solo l’obbligo di essere una presentazione. Oramai
ci siamo rassegnati a considerare la poesia come un momento
anticonsumista, un momento di evocazione e fantasmatico, un luogo e
un tempo della memoria, dell’abbandono, del linguaggio dei sensi.
Ecco perché la poesia è sempre sacra, perché ha il dono di dirci che
la vita non è solo nell’ordine costituito delle cose (nelle, a
volte, stupide cose per cui ci arrabattiamo furiosamente), ma anche
in un luogo e in un tempo diversi.
Santamaria, come Quasimodo con la sua Sicilia, come Pierro, trascina
nelle sue poesie il mistero di una terra (la Lucania) che, per chi
la conosce, è stata divorata da troppi silenzi (o da troppe urla).
Ecco, quei silenzi e quelle urla vengono trascinate da Santamaria
all’inizio di questo terzo millennio senza memoria.
Andrea
Di Consoli |