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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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"Poesie che si leggono di notte"
Andrea Di Consoli

 

Le poesie di Franco Santamaria sono, senza dubbio, poesie “meridionaliste”, e quando diciamo “meridionaliste” vogliamo dire una cosa precisa, e cioè un insieme di evocazione e di sofferenza assoluta (il pretesto socio-economico è, appunto, solo un pretesto, una base materiale). Abbiamo pensato a Salvatore Quasimodo, che di quello sgomento socio-metafisico è stato il maggiore poeta, superiore persino a Pierro (citiamo Pierro perché il Santamaria è nato a Tursi, città dove pure nacque il poeta-sciamano), che trafficava, invece, con la magia, magari per trovare l’abracadabra della felicità.

Sono poesie, queste di Santamaria, ad alto tasso musicale, pare che vogliano commuovere, pare che vogliano risucchiare in uno sgomento antico, troppo antico, chiunque le si avvicini. A volte hanno quella chiusura ermetica che pure è meccanismo di libertà associativa (musicale).

Sono poesie notturne, nel senso che non hanno un fondamento teoretico (ci fanno ridere quelli che pretendono valori conoscitivi nella poesia evocativa e musicale), e quindi vanno ascoltate quando la vita chiede abbandono, silenzio, trascinamento in dimensioni misteriose: quando la vita, insomma, è più vita.

La ricorrenza della parola “zagara” mi ha fatto riflettere, perché è notorio che la Lucania non è terra di mandarini e di arance; e allora, per chi ha buona memoria, sarà facile scoprire che l’antecedente di questa ricorrenza è Quasimodo, che pare essere il padrino di Santamaria.

Non siamo tanto ottusi da non sapere che queste poesie sono state scritte tra il 1967 e il 1968, e che hanno perduto una certa attualità, e acquisito un certo epigonismo (il tempo accoppia per sommi capi, un giorno saremo tutti epigoni, magari della specie umana). Eppure saremmo altrettanto ottusi se non riconoscessimo un valore importante ai momenti fatti di echi, di evocazioni, di musiche (la ricorrenza di Orfeo, il vero antagonista del razionalismo e della logica).

Quando vorreste condannare le capriole della malinconia, della perdita, delle arie e dei venti dello spirito, allora vi sovvenga Platone, o magari Vico (che pure fu un “meridionalista”, ma questo è un altro discorso). Ecco, vorremmo dire che la vita è fatta anche di echi, di struggimenti, di dolori assoluti (non “privati” o “sociali”, ma dell’uomo in quanto tale). Che poi la poesia di Santamaria ci risulti troppo “letteraria”, questo è vero. Per assurdo (assurdo, per esempio, per la sua gente  di Tursi, che è fiera dell’ermetismo della cultura, di chi “ne sa più di noi”) il difetto di queste poesie è proprio la troppa sapienza letteraria, il fitto reticolato di citazioni implicite. La poesia dovrebbe anche svelare i materiali storici, sociali, quotidiani, in modo da poter accogliere tutti al suo interno (anche di giorno, e non solo di notte).

Ma una presentazione ha solo l’obbligo di essere una presentazione. Oramai ci siamo rassegnati a considerare la poesia come un momento anticonsumista, un momento di evocazione e fantasmatico, un luogo e un tempo della memoria, dell’abbandono, del linguaggio dei sensi. Ecco perché la poesia è sempre sacra, perché ha il dono di dirci che la vita non è solo nell’ordine costituito delle cose (nelle, a volte, stupide cose per cui ci arrabattiamo furiosamente), ma anche in un luogo e in un tempo diversi.

Santamaria, come Quasimodo con la sua Sicilia, come Pierro, trascina nelle sue poesie il mistero di una terra (la Lucania) che, per chi la conosce, è stata divorata da troppi silenzi (o da troppe urla). Ecco, quei silenzi e quelle urla vengono trascinate da Santamaria all’inizio di questo terzo millennio senza memoria.

Andrea Di Consoli

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