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Fra i
vari libri che si affollano sullo scrittoio e le poesie che ogni
giorno riempiono la casella del PC il cervello a sera comincia a
fumare come un vulcano; allora cerco di ritrovarmi facendo una
passeggiata o stando a giocare con i ragazzi che, beati loro, sanno
metterti dentro una tale allegria che dimentichi il caos sullo
scrittoio e le parole tirate a sorte che scaturiscono dalla casella
postale del PC.
Ritrovata la serenità ti rilassi e guardi con prepotenza il cielo
nella speranza di avere un aiuto che ti permetta di pensare e di
giustificare quelle parole sconclusionate con a capo tirato a sorte
e che «pomposamente» chiamano poesie.
Ma non volevo intrattenervi parlando di queste «sciocchezzuole» ma
della storia di un libro di poesie, che più degli altri ha una sua
autonomia.
Ho l’abitudine, quando devo leggere una raccolta di poesie, di
scorrere i primi versi (non leggo mai la prefazione perché sempre di
parte e confonde il pensiero del lettore), se questi mi rapiscono
subito l’anima comincio a centellinare le liriche come un elisir di
evasione; allora lo celo sotto l’alta pila, di solito all’ultimo
posto; ma il libro in questione, che si chiama «Storie di echi» di
Franco Santamaria ha la facoltà di trovarsi, tutte le sere sul
comodino. Accendo la luce accanto alla spalliera del letto per non
disturbare il sonno ad altri, e il libro eccolo là! Come ci arriva
non lo so spiegare, so soltanto che lo copro con decine di altri
volumi, ma lui cammina e si mette al solito posto con la pagina
aperta (l’ultima letta il giorno prima). Ieri mattina vi ho messo
sopra oltre i soliti libri di ogni giorno un grosso volume
dell’enciclopedia; quando sono ritornato dalle prove in teatro e,
pensando alle correzioni da apportare, mi stavo infilando nel letto,
ecco… «Storie di echi» al solito posto, aperto all’ultima pagina
letta!
Sembra uno dei paradossi alla Oscar Wilde, eppure è la verità.
Questa mattina (dormo poco), ho riletto le poesie a una a una
sgranandole come un rosario e in ognuna ho trovato versi
indimenticabili, inaspettati; e nessuno inutile, nessuno che faccia
da riempitivo o da ingrediente pizzicante.
Questa situazione, queste poesie ormai celebri nella mia memoria;
lette e rilette e ogni volta rigustate come cibo nuovo e di cui si
ha sempre più gola.
Non mi soffermo ancora su nessuna di esse, ma vi annuncio che fanno
veramente gola, specialmente a chi ha il palato fine. E, pensando al
palato fine mi sovviene un paradosso, tra i tanti di quelli dedicati
all’estetica da Oscar Wilde, ed è uno dei più audaci: «non è l'arte
che imita la natura come ha ripetuto per secoli la poetica
neo-classicheggiante, aristotelica, italiana-cinquecentesca,
francese-secento-settecentesca. Ma la natura che imita l'arte: la
vita si foggia sulle creazioni degli artisti».
Ho citato questo paradosso perché è il mio stesso pensiero. Molto
spesso l’ho enunciato e tantissime volte me lo hanno contestato: è
il Poeta che anticipa i tempi e con la sua arte forma la vita,
quindi la conferma di Oscar Wilde mi incoraggia ad insistere su
questa tesi poiché la sento veritiera, sia sotto l’aspetto
artistico, sia sotto l’aspetto storico.
A quel paradosso ripenso anche adesso, con insistenza, mentre
dinanzi agli occhi mi si parano:
«spighe metalliche e olio di nafta in conversione
inquietante».
La Natura ormai meccanicizzata ha perduto interamente l’odore acre
della paglia sotto il sole rovente di luglio quando con la fronte
colante sudore si percorrevano solchi interminabili per raccogliere
la spiga lasciata dalla falce. Oggi ci sono le macchine che
sostituiscono la fatica dell’uomo: mietono e contemporaneamente
trebbiano; ed ecco il motivo del perché delle «spighe metalliche e
olio di nafta…»
Altrove la natura è più magnanima come in «Su ala di roccia». Il
Poeta avverte:
«…il profumo di nascite
non legate alla pietra o all’umido potere della pioggia».
Non è per sentito dire che le nascite non sono più legate alla
pietra, ma perché il Vate le ha sperimentate, le ha vissute, forse
col sorriso nell’anima, un’anima anelante e sperduta in mezzo ai
colli fra gli ulivi, le querce e i cipressi, ascoltando come una
Messa cantata in cui i preti celebranti rimangono imbacuccati nei
loro piviali ricamati d'oro, mentre lui voce di cantore, guarda
rombando come uno zanzarone irrequieto, e ripensa ancora
suggestionato dalla mirabile arte della natura che ritorna a
punzecchiargli l’anima, riportandogli alla memoria i trascorsi della
natura di ieri e quel «profumo di nascite / non legate alla pietra».
Mi pare come se l'archetipo di quelle nascite sia proprio il
Proposto degli echi che annunciano la storia o se preferite le
storie che si avvicenderanno, come «Uccelli designati».
A occhi chiusi, il Poeta, vede gote livide che cercano la natura
sull'ultimo volto umano, sull’ultimo appezzamento di terreno
pietroso, rimasto incolto, della sua Basilicata, e quei volti umani
che sollevano la testa per trovare note di voci più poderose, ma
rimangono pallidissime come coperte da un velo, per non essere
notate mentre gridano a squarciagola, per coprire il fragore di
un’onda crescente che converge il sogno di un fanciullo, «che
sorrideva a spighe future…».
Non sono espressioni letterarie, così per dare maggior vigore alla
parola, ma v'è poesia diffusa che non apparisce alla prima lettura:
è come la luce che si diffonde in tutte le altre parti e dà loro
vita e le illumina. E anche la forma ne dipende, « la disposizione e
il rapporto delle diverse parti, l'ordine e il progresso dei fatti»;
cioè una poesia che fonde l'applicazione delle norme della ragione
che costituisce l'arte.
L'artista, a mio avviso, per mettere ogni cosa al suo posto, deve
sapere qual è il posto per ogni cosa; per rappresentare un fatto
umano particolare, bisogna che abbia una ferma idea dell'ordine dei
fatti al quale esso appartiene, per rappresentare ciò ch’è già
chiaro nella sua mente. Qualsiasi avvenimento in cui la volontà
dell'uomo s'incontra con l'imprevisto, e a volte proprio con quello
che non voleva, bisogna che sia elevato a vedere un ordine superiore
all'umano, nel quale anche i fatti si spiegano e si giustificano.
Ora l'andamento generale della vita umana sarebbe come il vento che
quando è in tempesta non conosce resistenza alcuna e non si cura:
«delle foglie a cui manchi
la solidità dell’idea…»
né si cura del ruscello che scaturito limpido dalla roccia va a
gettarsi nel fiume, ferendo l’anima e lasciando le ferite senza
alcuna cura, in modo che rimanga in essa la ruga profonda che
ricordi in eterno, finché anche lui vivrà, il marchio del dolore.
Franco Santamaria ha imparato tante cose perché nei guai che sono
venuti addosso alla natura, piccoli o grandi, li ha veduti insieme
al danno che segue l'errore e la pena che segue la colpa. Perché:
«In ogni campana batte un martello di fuoco
per il ritorno delle anime all’origine».
Questa del dolore è stata una scuola per lui, ed ecco il motivo per
cui:
«la nostra catarsi avviene nelle scalpellature
di ogni giorno».
Quello che ha imparato, o piuttosto che s'è rifatto vivo nel suo
cuore, è la legge della ragione, e ha cercato poi d'obbedirle coi
modi che costituiscono l'arte di quest’obbedienza, che sono le virtù
e la prudenza senza le quali anche la buon’intenzione non riesce
bene.
E, se «l’acqua del fiume lo avvolge con fremito d’ali», lo vince
«sorriso di zagara vergine, / di grido secolare / attesissima eco».
E questo gli riempie il cuore di bontà, già diventato buono; anche
se gli è stata negata fin dalla fanciullezza la speranza senza
seguito di pene, di disinganni, di delusioni e il terribile vero: il
quale vero è il dolore e la morte, sopraggiunta con l’avvento del
meccanicismo.
Tutto ciò non è narrato dal poeta, ma è rappresentato con
incredibile vivezza ed efficacia d'immagini. La natura irrompe nella
poesia con una pienezza di luce, di colori e d'armonia e veramente
pare impossibile si siano potuti creare con mezzi così semplici e
quasi, direi, elementari.
Il poeta, protagonista vero di questa dolorosa storia perché
convinto di essere rimasto solo a ricordare e soffrire, essendo
creatura viva, vive in quel suo rimpianto dei begli anni in cui la
natura non aveva da lamentarsi perché tutto era sottomesso alla
volontà della creazione: anni ormai tramontati senza speranza. Colpa
del progresso? Ma senza progresso l’uomo diventerebbe una pianta
sterile. Perciò:
«In nascosta conchiglia custodirò
il mistero del seme per il nuovo albero della vita,
palpiti di donna lieviteranno le sue radici».
A questi mirabili risultati il poeta è arrivato attraverso un'arte
fondata tutta sulla musicalità della parola.
In conclusione la poesia di «Storie di echi» di Franco Santamaria è
veramente lirica pura, musica dolcissima della quale non si può fare
analisi alcuna, ma che si deve godere, in stato di grazia, come in
stato di grazia era il poeta quando la concepì e condusse a termine.
E' l'anima che è raccolta tutta nella parola, anzi è diventata
parola e ha acquistato la forza creativa, costruendo un edificio di
una grazia inimitabile congiunta a una possente solidità.
La storia ha echi di una potenza, che va facendosi sempre più forte
a mano a mano che si sgranano i versi, e si ha davanti l’intera
opera staccata in episodi, più belli dei dialoghi di una commedia.
«Storie di echi» possiede la vitalità di un momento di grazia che è
un dono speciale di Dio. La musica che Santamaria ha sprigionato in
questi versi creando momenti indimenticabili, vivrà finché palpiterà
nell'animo umano la passione per il bello e quella commozione che
esercita sempre sugli animi aperti alla bontà e all'amore.
Reno
Bromuro
Altri contributi critici di Reno Bromuro sull'opera di Franco Santamaria:
Reno Bromuro: Parola e Immagine
Reno Bromuro: Echi ad incastro
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