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FRANCO SANTAMARIA

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STORIE DI ECHI

 
 

 

Nota critica a Storie di Echi di Franco Santamaria
Isabella Michela Affinito

 

Quando uditivamente tornano gli echi sicuramente intorno ci sono le montagne, le stesse che compaiono (nelle tonalità dei grigi) sulla copertina del libro di poesie del professore di Letteratura Greca, Latina, Italiano e Storia, Franco Santamaria. L’echeggiare è una ripetizione sonora antica che affonda le sue radici addirittura nella mitologia greca, ma innestata nella poeticità di Santamaria, ha assunto eterogenei significati.
Innanzitutto l’autore ha chiamato echi quelle risonanze che gli provengono dal cuore e dalla memoria, nell’istante in cui – metaforicamente – egli grida verso le montagne della sua Tursi, in provincia di Matera in Basilicata, l’antica città di Pandosia. Un luogo lasciato troppo presto, non per sua scelta, per gli stessi motivi comuni a molti suoi concittadini: il cosiddetto flusso migratorio di quelli del Sud, condannati dal fato a partire nonostante il forte attaccamento alla propria terra.
Di queste immagini dove è la disgiunzione fisica – dai propri cari e dal paese natale – a fare da protagonista, ne abbiamo viste tante anche se in poesia tornano nuove, perché i sentimenti e il rattristamento sembrano rigenerati sotto la luce di un poi dove tutto questo appare lontano, ma non è vero. Sembra di ieri quella partenza, invece, sono passati decine di anni e “Le rocce nella notte raccontano storie di echi / a che tutti sappiano della sua consistenza. // […] // Di notte / sai anche perché, per toccare una diversa / aurora, vanno verso nord treni di uomini / esili come canne / e stracci legati con lo spago, mentre bimbi nudi / rincorrono lucertole e rospi con lunghi fili d’erba./” (Da Storie di echi).
Sono questi gli echi a cui allude l’autore, quali ripetizioni di parole pronunciate in un lontanissimo passato e che rimbombano nell’essere che non vive appieno il suo presente, giacché inseguito incessantemente dagli echi.
C’è quasi sempre un senso notturno nei versi di questa raccolta poetica di Franco Santamaria; un’oscurità che separa la materia dallo spirito, il corpo dai viaggi che può compiere l’anima andando a rivangare il terreno in cui sono stati sepolti i ricordi, gli amari distacchi. “La rosea dolcezza del sole ai confini / del nero tabernacolo / non si pone al senso della nuova sfera. / È declino indifferente, / perdita senza dolore, attesa / di fantasmi rapiti in sconvolti sudari./” (Da Notturno).
Rivive semicosciente – tra i versi del poeta – una Basilicata stereotipa, fatta di fortuite scene di vita agricola e lentezza; di suoi figli che vanno via, di fiumi e di pietre che sono rimaste sempre così forse da millenni.
Il pessimismo poetico del Santamaria riflette l’umiltà di una terra che resta confinata a se stessa, smarrita tra le rocce e nella notturnità di una evoluzione senza tempo, senza partenze e senza traguardi. “Gli anelli della mia mutazione in creta fossile / svolgono la rete dell’angoscia verso rive / dove l’onda si consuma in eco./” (Da Diadema)

Isabella Michela Affinito

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
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