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Quando
uditivamente tornano gli echi sicuramente intorno ci sono le
montagne, le stesse che compaiono (nelle tonalità dei grigi) sulla
copertina del libro di poesie del professore di Letteratura Greca,
Latina, Italiano e Storia, Franco Santamaria. L’echeggiare è una
ripetizione sonora antica che affonda le sue radici addirittura
nella mitologia greca, ma innestata nella poeticità di Santamaria,
ha assunto eterogenei significati.
Innanzitutto l’autore ha chiamato echi quelle risonanze che gli
provengono dal cuore e dalla memoria, nell’istante in cui –
metaforicamente – egli grida verso le montagne della sua Tursi, in
provincia di Matera in Basilicata, l’antica città di Pandosia. Un
luogo lasciato troppo presto, non per sua scelta, per gli stessi
motivi comuni a molti suoi concittadini: il cosiddetto flusso
migratorio di quelli del Sud, condannati dal fato a partire
nonostante il forte attaccamento alla propria terra.
Di queste immagini dove è la disgiunzione fisica – dai propri cari e
dal paese natale – a fare da protagonista, ne abbiamo viste tante
anche se in poesia tornano nuove, perché i sentimenti e il
rattristamento sembrano rigenerati sotto la luce di un poi dove
tutto questo appare lontano, ma non è vero. Sembra di ieri quella
partenza, invece, sono passati decine di anni e “Le rocce nella
notte raccontano storie di echi / a che tutti sappiano della sua
consistenza. // […] // Di notte / sai anche perché, per toccare una
diversa / aurora, vanno verso nord treni di uomini / esili come
canne / e stracci legati con lo spago, mentre bimbi nudi /
rincorrono lucertole e rospi con lunghi fili d’erba./” (Da Storie di
echi).
Sono questi gli echi a cui allude l’autore, quali ripetizioni di
parole pronunciate in un lontanissimo passato e che rimbombano
nell’essere che non vive appieno il suo presente, giacché inseguito
incessantemente dagli echi.
C’è quasi sempre un senso notturno nei versi di questa raccolta
poetica di Franco Santamaria; un’oscurità che separa la materia
dallo spirito, il corpo dai viaggi che può compiere l’anima andando
a rivangare il terreno in cui sono stati sepolti i ricordi, gli
amari distacchi. “La rosea dolcezza del sole ai confini / del nero
tabernacolo / non si pone al senso della nuova sfera. / È declino
indifferente, / perdita senza dolore, attesa / di fantasmi rapiti in
sconvolti sudari./” (Da Notturno).
Rivive semicosciente – tra i versi del poeta – una Basilicata
stereotipa, fatta di fortuite scene di vita agricola e lentezza; di
suoi figli che vanno via, di fiumi e di pietre che sono rimaste
sempre così forse da millenni.
Il pessimismo poetico del Santamaria riflette l’umiltà di una terra
che resta confinata a se stessa, smarrita tra le rocce e nella
notturnità di una evoluzione senza tempo, senza partenze e senza
traguardi. “Gli anelli della mia mutazione in creta fossile /
svolgono la rete dell’angoscia verso rive / dove l’onda si consuma
in eco./” (Da Diadema)
Isabella
Michela Affinito |