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Where is
the wisdom that we have
Lost in knowledge?
Where is the knowledge we have
Lost in information?
T.S. Eliot, The Rock (1934)
Ognuno di noi,
ritrova, nel proprio bagaglio esistenziale, una personale TERRA
DESOLATA da “contemplare” e con cui fare i conti in questo o
quell’altro momento della vita. Nel caso del poeta Franco
Santamaria, questa “terra di frontiera” esiste almeno dentro due
dimensioni diverse e ben identificate: esiste a
livello-factual, ed esiste come dimensione privilegiata
dell’io lirico che, verso un tale deserto,
a-suo-modo-santissimo, continua a tornare, incapace di liberarsi
della sua attrazione fatale, prigioniero di dinamiche difficili,
finanche dolorose, di un loop mentale che non potrà mai dare
pace.
La Waste Land oggettivata di Franco Santamaria è
indubbiamente quella Lucania madre-matrigna ricordata in
opere quali “Storie di echi”[3] ed “Echi
ad incastro”[4] e dalla quale, il poeta-bambino,
è stato “costretto” ad allontanarsi. Questo a ribadire che il limite
fisico, la distanza-apparente, nulla può contro ogni indissolubile
LEGAME[5] dell’anima.
Ho legato
il cuore ai tuoi alberi,
così scheletrici,
che invano puntano pungoli di lebbra
da ogni parte,
alle nude
costruzioni delle timpe e dei calanchi
che rifiutano orme umane durante la pioggia,
alla muffa e alle lacrime delle case
che soffocano nel fumo di paglia
senza il soffio degli emigrati
non si sa dove
in nuvole di speranze randagie.
Salgo alla radice di fiumi
che dormono in letti
scavati e pietrosi alle mani
dal colore del giorno freddo, viola.
Nella grotta del convento, così in alto,
è prigioniero un piccolo nido d'acqua
che sul marmo abbandona
fasci di croci circolari estinguendosi.
Qui, a piangere si nascondono angeli
ribelli,
stanchi di chiudere in piccole celle di terra
frantumi di anime e bestemmie
nell'attesa lunga
di un nuovo diluvio.
Ho lasciato il cuore alle tue forme
così degradate.
Colpisce poi,
in tutta la produzione dell’artista, l’indiscutibile “parentela” tra
la madre-terra cantata e la terre-gaste risuscitata dai
modernisti[6] della prima metà del secolo XX.
T. S. Eliot[7], primo tra tutti, con l’immortale
The Waste Land (1922). Questa coincidenza di
intenzioni tematiche é riscontrabile sia a livello denotativo che di
imagery. Suo malgrado, la terra arida, sterile, consegnata ai
posteri dalla grande tragedia umana che era stata la Prima Guerra
Mondiale, ben si riflette nelle asprezze fisiche ed emozionali che
puntellano il territorio lucano post Seconda Guerra. Un territorio
che, in verità, ab aeterno sembra nutrirsi del dolore
dei suoi figli, mentre gli echi dei loro melanconici passi che
emigrano, che lo abbandonano, s’imprimono nella sua essenza.
Che è roccia.
Anche le
pietre a dolmen
alzate su colonne
si ridurranno in granelli di tragedia antica.
Perché anche tra le pietre a dolmen
su colonne d'aria
trema la profondità
del grido della valle in eco
di rotte
sillabe - dei fanciulli che si gonfiano di creta,
delle madri riverse
sulle ossa di Pescotorrente quando muore
d'estate,
dell'uomo che grappoli di spighe rincorre con la falce
cavalcando uno scarabeo.
Anche queste mie pietre saranno
granelli quali scene di infinite sconfitte.[8]
Ma, se a
livello di temi, di immagini, di “frammenti” evocati, la poetica di
Franco Santamaria conserva sicuramente uno straordinario tocco
modernista, lo stesso “tratto” viene indubbiamente meno quando
mettiamo sotto la lente di ingrandimento la distanza
dell’artista dal suo lavoro. Nel caso dello specifico
io-lirico, infatti, questa è fondamentalmente minima, lontana
dall’ideale di oggettività e autonomia che caratterizza l’opera di
Eliot. Il tocco intimistico, anti-retorico, teso a raccontare il
dimesso, il quotidiano é, a mio modo di vedere, la fondamentale
chiave di misura di tale distanza. La chiave grazie alla quale si
intuisce che la “tragedia” lucana è di fatto tragedia personale,
ricordo idealizzato di un’esperienza vissuta sulla pelle. Mai
dimenticata. Impressa nell’eterno privato.
Vista da questa particolare prospettiva, la raccolta Radici
Perdute (36 liriche) segna perciò un nuovo, malinconico,
passo in avanti fatto dal poeta nel cammino di personale
“redenzione”, di finale accettazione della fatica che è stata
la sua storia. Una storia tutto sommato vecchia di milioni
di anni e che ri-comincia con il ritorno a casa di un
vecchio airone morente, così come cantato nella lirica RITORNO DI
EMIGRATO.
Quando
giungono treni alla stazione
non vi sono livree lungo i binari
ad accogliere memorie di speranze di ritorno,
immobili e disfatte nei vagoni.
Anche ritorna l’airone alla nuda
dimora della creta.
Gli hanno rifatto le penne, di colore strano,
sui monti dai fianchi in fiamme e aperti
alla vittoria della pioggia,
sulle atmosfere più acide e smorte,
sui laghi dove si spengono leggende di mostri giganti,
sul morto suono delle città solitarie.
È volato in alto, più in alto,
con penne rifatte e incolori l’airone,
per riprovare l’acerbo sapore della terra
dove i fiumi si svegliano d’inverno;
e risentire l’eco dei giorni sulle stoppie,
l’eco delle note alla luna
che scopriva sogni tra i pampini,
l’eco degli spiriti nel vento
dov’era delirio di amore e di paura.
Fermati, tempo, e incidi sulla pietra dei fiumi
con lo stelo di un fiore
poche parole per questo airone
che muore.
La definitiva
accoglienza della tragedia privata diventa necessario
punto di partenza, condizione imprescindibile per riuscire a
guardare dentro le guerre degli altri: ad ovest come ad est.
Per comprendere ed investigare le tragedie, anche ambientali, di una
madre-terra che non si chiama più solamente Lucania, ma che
oramai risponde al nome di Mondo-intorno. Interrogarsi quindi
sul PER QUANTO E PERCHÉ? è mera conseguenza delle cose.
Non so
per quanto e perché scriverò versi
alla vita,
ai suoi brevi trionfi,
alle sue estensioni circolari e profonde,
alle sue vittime, forme indifese
su altari di pietra vulcanica
nera e rossa, rossa di sangue.
Non so per quanto e perché scriverò versi
sulle mie depressioni e ferite
di uomo tradito e stretto
dagli anelli dell’impossibile ritorno.
Vedo la morte
del fiore e della stella di mare
fino ad essere
immagine di memoria di mammouth
- ipotetica e linearmente spenta
sul dorso di ruderi già archeologici -,
e l’aurora che affiora dal silenzio
lentamente
con paura
di farsi luce di un nuovo e più esteso deserto.
Il
poeta-eroe porta avanti testardo la personale battaglia. Ricerca
le armi. Risolve di trovarle in ogni mezzo e con ogni mezzo.
Fermiamo
quella falce di luna
prima che cada oltre le alte montagne
per sempre
È l’arma degli eroi
morti e non sepolti lungo i sentieri della luce
sconfitta e prigioniera
dov’è la nostra dimora
dove il suono solo conosce gli spasmi del rantolo
che dicono
di violenza di lebbra di fame.
Fermiamo quella falce di luna
prima che cada oltre le alte montagne
Per sempre.[9]
Ma le guerre
sembrano non finire mai! E che si tratti di tragedie mondiali,
capaci di succhiare il sangue dei milioni, o di disgrazie private,
sembrano tendere a ripetersi in ciclo. Un ciclo di nascita e di
morte che non contempla la risurrezione, che uccide finanche i
privilegiati BAMBINI D'OCCIDENTE. Ieri come oggi.
Non c’è
non ci sarà ora di pace.
Bambini sentono vedono schiumare
fiumi d’odio tra sponde prossime ad annegare, infuriare
uragani tra gli ulivi, polverizzarsi
boati di vulcano su case d’argilla o di cristallo, sfogliarsi
rettili per nuovo vigore di morte dagli occhi freddi.
La luna anemica conta poco - neppure
se indossa il roseo della carne neonata - neppure
se d’improvviso è colta da spasmi nervini e scompare.
Stringe la notte, invece, uno spettacolo di stelle traccianti
che hanno il fischio del treno che varca gli orizzonti
con vuoti vagoni di beni promessi.
Si perdono nel volo le aquile al volo di uccelli crociati,
nel sangue di vene stracciate muore la terra.
Bambini sentono vedono uomini
che urlano per rive di fango una sete di arbitrio nefando, polvere
di cingoli sui deserti di Washington Mosca Tel Aviv Pechino
Lusaka Tripoli Bogotà Roma Kabul, catene
ai pali della luce, stracci
striscianti in cerca di radici o di rami con fune.
………………………..
Sarà breve la corsa del fuoco nelle strade del sangue
concime di orde ingannate.
Di fatto, “Aprile
(…) il più crudele dei mesi”[10] – è solo
uno. Tra i dodici frammenti di un anno. Ed il cerchio si chiude.
Dublin,
1/11/2009
Copyright MMIXI
All rights reserved © Rina Brundu
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[1] Radici perdute, Franco
Santamaria, Kairòs Edizioni, Napoli 2009
[2] The waste land, by T. S. Eliot,
1922.
[3] Storie di echi, Franco
Santamaria, Ferraro editore, Napoli 1997
[4] Echi ad Incastro, Franco
Santamaria, Edizioni Joker, Novi Ligure 2004
[5] Legame, da Echi ad
Incastro
[6] Movimento culturale sviluppatosi tra la fine
del XIX secolo e le prime decadi del secolo XX.
[7] Thomas Stearns Eliot (Saint Louis, 26
Settembre 1888 – Londra, 4 Gennaio 1965. Poeta, drammaturgo, critico
letterario statunitense naturalizzato inglese.
[8] Pietre a Dolmen, da Storie
di echi
[9] Fermiamo quella falce di luna,
da Radici perdute
[10] Da The waste land, by T. S.
Eliot, 1922
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