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Anche il
più volte candidato al premio Nobel Albino Pierro, nella sua vita di
emigrato in terra settentrionale, poeticamente continuò sempre ad
appartenere alla sua Tursi, con la propria vocazione dialettale che
era insieme recupero e creazione di un mondo culturale altrimenti
risucchiato dal vortice della modernità. E così la poesia di Franco
Santamaria, da Tursi emigrato in un piccolo paese emiliano,
Poviglio, dove oggi trascorre gli anni del pensionamento
impegnandosi in una ricca attività culturale di efficace pittore e
di scrittore intenso, anche senza optare per le cifre linguistiche
del dialetto, scaturisce da un immaginario per così dire incastonato
proprio in quella terra. Dal momento che la distanza da Tursi è
ormai geograficamente e quotidianamente incolmabile, questi legami
sono innanzitutto perduti. Nella raccolta “Radici Perdute”
(Kairós, 2009), infatti, la lontananza produce due modalità
tematico-stilistiche che contribuiscono a individuare la cifra
poetica di Santamaria: da una parte, l’io che racconta è esiliato,
o, per lo meno, isolato. E l’assenza di un contesto fattuale di
riferimento ha dato corpo alla voce individuale e messo in risalto,
in modo certamente lirico, quelle che Antonio Spagnuolo
nell’introduzione chiama giustamente «avventure dell’io».
Dall’altra, e di conseguenza, l’impossibile sovrapposizione del
nucleo poetico terrigno e creaturale che presenta somiglianze con la
sua Lucania alla reale terra di Tursi, genera quella che è
probabilmente la più convincente delle qualità poetiche di
Santamaria: una sorta di riduzione della terra prediletta a sua
essenza, a sua ossatura, astratta al punto da poter rivestire una
vera cifra metaforica del mondo interiore - in questo
definitivamente divaricata dall’esempio di poesia del racconto
dell’altro lucano Sinisgalli - e del suo rapporto con l’esterno (mai
solipsista e sempre rivolto anche al sociale, in modo apertamente
esistenziale: «scriverò versi / alla vita») .
Il risultato è una terra che Rina Brundu ha paragonato a quella
desolata eliotiana, e, su questa linea, certo, possiamo dire anche
montaliana, e che è pura memoria, come suggerisce Alfredo Rienzi
nella prefazione. Si tratta di un luogo mitico e rarefatto, colto
nel suo singulto di perdizione e disfacimento, trafitto da elementi
naturali infuriati, un «non umano di tempeste e valanghe», un «vento
che spezza / canneti», dighe che, dormiente la valle, crollano
generando alluvioni, minacciando case e «alberi sfrondati /
impotenti». Santamaria lo dipinge, letteralmente, con la penna di un
pittore/poeta convinto che scrittura e disegno debbano inscenare la
stessa idea della vita, come i suoi quadri dunque, creaturali e
visionari, basati sul prevalere folgorante del colore e del simbolo,
dove gli esseri e gli elementi fanno da correlativi all’astratto:
«Questa notte così lunga / il buio ha annerito le ali degli uccelli
sanguinari / spento la luce con soffi imperiosi / risucchiato nel
ventre misantropico e impuro / i colori dell’innocenza». Una terra
così immaginifica e spettrale, raccontata con piglio quasi biblico
(si veda soprattutto la poesia I due fiumi, con le sue
«creature invischiate alla creta»), che non stenta a rivelare sotto
le sue immagini materiche una catastrofe/diluvio, o crisi, di tipo
storico e culturale, raccontata, quasi filmicamente, come una sorta
di polverizzazione in acceleramento. Su questa landa, o giungla
mineralizzata, i corpi innanzitutto si sfaldano, l’organico si
disorganicizza e la parola si accende della forza di azzeccate
sinestesie («vite che in resine / si disfano. In me pietrificano
forme di colore e musica»). Sopra di essa, vola il rapace della
morte, sinistro personaggio che abita la raccolta, inteso come
razzia collettiva della speranza (guerre, aberrazioni), ma anche e
soprattutto come immagine della perdita personale e minaccia
continuamente percepita. E in questo, anche, il poeta che dice «so
di balene disperate e suicide», che chiama «lunga / breve la coda
del tempo» che «inghiotte / eroi di inutili bracciate e sfide di
sopravvivenza», il poeta che sente la vacuità del confine tra
sparire ed esistere, è anche sinceramente commovente, nel suo verso
denso, libero dalle rime e dal metro, ricco di termini spesso
letterari, con il suo andamento confessionale, tra strali di rabbia
e onesta dolcezza.
Giulia
Massini
“Prospettiva 15” (L’Azione, 25.9.2010)
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