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Un
manicheismo semantico governa la dovizia metaforica e la stimmung
drammatica e apocalittica di questi versi.
Prendiamo due testi susseguenti: Cavalchiamo una bestia
(p.67) e La città di nuvola bianca (p.69). Il primo esordisce
con questa strofa: «Cavalchiamo una bestia rapace/ e del suo fetore
di sangue/ avvolgiamo la nostra anima». Sono versi grevi,
accigliati, a cui ne seguono altri grondanti e corruschi di fuoco e
di sangue. Il secondo testo, invece, inizia con: «È una città di
nuvola bianca/ sull’alba:/ qui profumano gli alberi di verde e di
frutti». Sono versi in cui l’assonanza/allitterazione del suono a
(città, nuvola, bianca, alba,
profumano, alberi), corrobora l’effetto coloristico
del bianco dell’alba, delle nuvole e si traduce nel verde tenero
delle fronde degli alberi, nel profumo dei frutti, esprimendo una
levità atta a formare un unico gesto cinestesico liberatorio con
angeli che attendono «in bianchi veli di latte».
L’apocalisse profana di sangue e di fuoco, distruzione e morte, può
essere esorcizzata soltanto da questa strada eterea, celestiale,
alla vita, alle sorgenti della sua rinascita, «che porta alla città
di nuvola bianca».
Come osserva Alfredo Rienzi nella Prefazione: «Le key-words
radici e alberi, da un lato, e sangue e
guerra, dall’altro, sono i cardini su cui si regge
l’impostazione teorica della raccolta» (p.8). Immagini fragorose,
fosche e dilaniate, di scorie e di naufragio si contrappongono al
bianco di avori, madreperle, marmi. Queste opposizioni si diluiscono
quando tra la terra e il cielo trovano l’acqua del mare o le radici
degli alberi, con il loro slancio verticale di foglie e frutti.
L’uomo cerca di sfruttare e di rinchiudere le forze della natura e
dei suoi elementi: l’acqua, il vento, la terra, il fuoco. Ma le onde
dei venti e del mare rimescolano le sue vicende dolorose, spezzano
le sue cose e le gettano a riva. Gridi di poiana, ali di gabbiani,
il profumo delle zagare, lacerano la vastità, riscuotono la vita dei
deserti, ma non bastano a colmare il vuoto e finiscono per
suffragare l’orlo dei burroni e l’incombenza della rovina.
Proprio lo spettacolo inesauribile dell’apocalisse può fornire i
supporti a una nuova declinazione della sopravvivenza: «So di assi
naufraghe che mondi annegati/ sorreggono/ per le mie deboli braccia»
(p.24). Tra un’ondata e l’altra si può scavare «una culla di sabbia»
per salvare l’ultima nicchia di resistenza vitale. Dalla catastrofe
barocca, a volte enfatica, ridondante, gonfia di detriti, emergono
splendide metafore della condizione esistenziale, come la seguente:
«la sabbia consuma la sua esistenza/ in clessidre sfondate» (p.22).
Ma sono gli epiloghi, in cui si placa la veemenza del dettato, dove
si possono cogliere i timbri più pacati e lirici: «Fermati, tempo, e
incidi sulla pietra dei fiumi/ con lo stelo di un fiore/ poche
parole per questo airone/ che muore» (p.26), «Ma poi, di albero in
albero, ogni ramo affida/ al fiore la sua attesa/ che la vita si
riavvivi alla sorgente» (p.34).
Rinaldo
Caddeo
La Mosca di Milano, n. 22 – giugno 2010
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