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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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RADICI PERDUTE

 
 

 

“Radici perdute” di Franco Santamaria (Kairòs, Napoli)
Rinaldo Caddeo

 

Un manicheismo semantico governa la dovizia metaforica e la stimmung drammatica e apocalittica di questi versi.
Prendiamo due testi susseguenti: Cavalchiamo una bestia (p.67) e La città di nuvola bianca (p.69). Il primo esordisce con questa strofa: «Cavalchiamo una bestia rapace/ e del suo fetore di sangue/ avvolgiamo la nostra anima». Sono versi grevi, accigliati, a cui ne seguono altri grondanti e corruschi di fuoco e di sangue. Il secondo testo, invece, inizia con: «È una città di nuvola bianca/ sull’alba:/ qui profumano gli alberi di verde e di frutti». Sono versi in cui l’assonanza/allitterazione del suono a (città, nuvola, bianca, alba, profumano, alberi), corrobora l’effetto coloristico del bianco dell’alba, delle nuvole e si traduce nel verde tenero delle fronde degli alberi, nel profumo dei frutti, esprimendo una levità atta a formare un unico gesto cinestesico liberatorio con angeli che attendono «in bianchi veli di latte».
L’apocalisse profana di sangue e di fuoco, distruzione e morte, può essere esorcizzata soltanto da questa strada eterea, celestiale, alla vita, alle sorgenti della sua rinascita, «che porta alla città di nuvola bianca».
Come osserva Alfredo Rienzi nella Prefazione: «Le key-words radici e alberi, da un lato, e sangue e guerra, dall’altro, sono i cardini su cui si regge l’impostazione teorica della raccolta» (p.8). Immagini fragorose, fosche e dilaniate, di scorie e di naufragio si contrappongono al bianco di avori, madreperle, marmi. Queste opposizioni si diluiscono quando tra la terra e il cielo trovano l’acqua del mare o le radici degli alberi, con il loro slancio verticale di foglie e frutti.
L’uomo cerca di sfruttare e di rinchiudere le forze della natura e dei suoi elementi: l’acqua, il vento, la terra, il fuoco. Ma le onde dei venti e del mare rimescolano le sue vicende dolorose, spezzano le sue cose e le gettano a riva. Gridi di poiana, ali di gabbiani, il profumo delle zagare, lacerano la vastità, riscuotono la vita dei deserti, ma non bastano a colmare il vuoto e finiscono per suffragare l’orlo dei burroni e l’incombenza della rovina.
Proprio lo spettacolo inesauribile dell’apocalisse può fornire i supporti a una nuova declinazione della sopravvivenza: «So di assi naufraghe che mondi annegati/ sorreggono/ per le mie deboli braccia» (p.24). Tra un’ondata e l’altra si può scavare «una culla di sabbia» per salvare l’ultima nicchia di resistenza vitale. Dalla catastrofe barocca, a volte enfatica, ridondante, gonfia di detriti, emergono splendide metafore della condizione esistenziale, come la seguente: «la sabbia consuma la sua esistenza/ in clessidre sfondate» (p.22). Ma sono gli epiloghi, in cui si placa la veemenza del dettato, dove si possono cogliere i timbri più pacati e lirici: «Fermati, tempo, e incidi sulla pietra dei fiumi/ con lo stelo di un fiore/ poche parole per questo airone/ che muore» (p.26), «Ma poi, di albero in albero, ogni ramo affida/ al fiore la sua attesa/ che la vita si riavvivi alla sorgente» (p.34).

Rinaldo Caddeo
La Mosca di Milano, n. 22 – giugno 2010



 

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.