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I poeti a
volte parlano per irragionevole felicità, a volte per disperazione.
La felicità, nel caso di Franco Santamaria, è racchiusa in un sogno
dolce, che il poeta coltiva tenacemente, “un folle sperare” oltre
ogni possibilità di realizzazione: “Mi sono fatto speranza d’una
terra-fanciulla/ uscente da antiche caverne/ per solo gioire dei
colori del giorno”, mentre la disperazione è ben concreta, legata
allo stravolgimento dei ritmi della vita e della morte, che pure ha
perso la sua funzione naturale: “Non gode la morte non gode/ che non
per sua scelta/ (com’era nel patto iniziale)/ tant’altre montagne di
morti lei conti/ ad ogni alba...”.
La poesia di Franco Santamaria, un poeta che volge lo sguardo ai
guasti che l’uomo produce, è un canto dolente sul dolore del mondo;
è, la sua, una voce che si sa indignare e il suo racconto si fa urlo
disperato e furore per quello che gli occhi vedono, per quello che
sa e conosce.
Già nel commento ad una precedente raccolta di versi di F. S.,
Echi ad incastro*, scrivevo: “Partecipare della vita con
passione e rabbia significa raccontare del mondo tutte le
manifestazioni, riconoscere l’amore ma non disconoscere il dolore,
sapersi definire ma penetrare l’indefinibile, non temere di
confrontarsi con il reale, per quanto dissonante e perfino disumano.
“Amo e canto/ l’uomo di ogni giorno”: è questo il punto di partenza
della poesia di Franco Santamaria, che riconosce di essere uno che
inventa parole consolatorie (“Noi/ che solo inventiamo parole/ che
consolino”) di fronte ad una realtà violenta e prevaricatrice e
tuttavia non cessa di raccontare ciò che gli detta lo sguardo (“A me
rimane/ niente più/ che il colore del sangue e il gemito delle ali/
spezzate”).”
Ma non è pessimismo, almeno come lo intendevano i romantici, o
catastrofismo, come oggi dicono i benpensanti, è lucida ricognizione
del quotidiano, esperienza concreta del mondo, concreto mattatoio o
frullatore di esperienze e di vite.
Quando i poeti cantavano alla luna, e si perdevano in quel
fantasticare, ancora non conoscevano, o non volevano vedere, la luna
di oggi che vigila sugli insepolti, “luna/ senza più il canto degli
innamorati”, ora che lo sguardo alla luna (di certo questo di Franco
Santamaria) è preghiera di un punto breve di tempo sereno che non
ceda il passo alla follia del giorno, a questo nostro tempo fatto di
vuoti, di assenze e di croci.
Si sente in questo poemetto l’odore e l’orrore di tutte le guerre
recenti, di tutte le stragi, di quello che oggi ognuno conosce e
ognuno subito dimentica, preso nel vortice di una corsa sfrenata
alla rimozione e all’oblio, alla deresponsabilizzazione e
all’assuefazione: è così che l’uomo moderno si avvicina al suicidio.
E’ quindi un canto di responsabilità, un canto di impegno civile. E
non servono le vecchie categorie della critica a classificare questi
versi (analogia, metafora, simbologia....), qui non c’è stupore e
meraviglia, c’è la rabbia della denuncia e la coscienza della
possibilità di una resa incondizionata della parola: “E la mia voce
più non ha senso/ più non è canto né cuore”, o, ancora: “Potrei
contare i resti delle mie speranze”.
Alfredo Rienzi, nella Prefazione alla raccolta, sintetizza
efficacemente il senso del fare poesia di F. S. quando scrive che:
“Concreta un’operazione di chiarezza linguistica, pur disponendo e
spandendo versi e testi di un meditato lirismo e di inquieta
creatività, e soprattutto occupa uno spazio piuttosto disertato
dalla pur frammentata poesia contemporanea: quello della denuncia e
dell’impegno sociale e, se non vogliamo peccare di ipocrisia,
diciamo pure chiaramente uno spazio politico, nel senso alto e
globale del termine”.
Ma si dovrebbe sottolineare la capacità del poeta di tradurre in
immagini pregnanti e fisiche realtà, molto spesso descritte
fumosamente e deprivate di una decifrazione significante, piuttosto
che insistere sui punti di lirismo, pur presenti e significativi in
questo poemetto, poiché, a mio parere, è proprio questo il pregio
maggiore: affidarsi alla parola poetica per decifrare un mondo in
perenne caduta verso innominabili forme di distruzione e di morte e
per riscoprire, in questa interminabile scia di violenze, un
soprassalto di dignità umana e la coscienza di un possibile diverso
volgere delle cose del mondo.
“Ma poi, di albero in albero, ogni ramo affida/ al fiore la sua
attesa/ che la vita si riavvivi alla sorgente”.
Alessandro Cabianca
Padova, 21 novembre 2009
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