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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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RADICI PERDUTE

 
 

 

Nota critica alla raccolta poetica "Radici perdute" di Franco Santamaria (Ed. Kairòs, Napoli, 2009)
Alessandro Cabianca

 

I poeti a volte parlano per irragionevole felicità, a volte per disperazione. La felicità, nel caso di Franco Santamaria, è racchiusa in un sogno dolce, che il poeta coltiva tenacemente, “un folle sperare” oltre ogni possibilità di realizzazione: “Mi sono fatto speranza d’una terra-fanciulla/ uscente da antiche caverne/ per solo gioire dei colori del giorno”, mentre la disperazione è ben concreta, legata allo stravolgimento dei ritmi della vita e della morte, che pure ha perso la sua funzione naturale: “Non gode la morte non gode/ che non per sua scelta/ (com’era nel patto iniziale)/ tant’altre montagne di morti lei conti/ ad ogni alba...”.

La poesia di Franco Santamaria, un poeta che volge lo sguardo ai guasti che l’uomo produce, è un canto dolente sul dolore del mondo; è, la sua, una voce che si sa indignare e il suo racconto si fa urlo disperato e furore per quello che gli occhi vedono, per quello che sa e conosce.

Già nel commento ad una precedente raccolta di versi di F. S., Echi ad incastro*, scrivevo: “Partecipare della vita con passione e rabbia significa raccontare del mondo tutte le manifestazioni, riconoscere l’amore ma non disconoscere il dolore, sapersi definire ma penetrare l’indefinibile, non temere di confrontarsi con il reale, per quanto dissonante e perfino disumano.
“Amo e canto/ l’uomo di ogni giorno”: è questo il punto di partenza della poesia di Franco Santamaria, che riconosce di essere uno che inventa parole consolatorie (“Noi/ che solo inventiamo parole/ che consolino”) di fronte ad una realtà violenta e prevaricatrice e tuttavia non cessa di raccontare ciò che gli detta lo sguardo (“A me rimane/ niente più/ che il colore del sangue e il gemito delle ali/ spezzate”).”

Ma non è pessimismo, almeno come lo intendevano i romantici, o catastrofismo, come oggi dicono i benpensanti, è lucida ricognizione del quotidiano, esperienza concreta del mondo, concreto mattatoio o frullatore di esperienze e di vite.

Quando i poeti cantavano alla luna, e si perdevano in quel fantasticare, ancora non conoscevano, o non volevano vedere, la luna di oggi che vigila sugli insepolti, “luna/ senza più il canto degli innamorati”, ora che lo sguardo alla luna (di certo questo di Franco Santamaria) è preghiera di un punto breve di tempo sereno che non ceda il passo alla follia del giorno, a questo nostro tempo fatto di vuoti, di assenze e di croci.

Si sente in questo poemetto l’odore e l’orrore di tutte le guerre recenti, di tutte le stragi, di quello che oggi ognuno conosce e ognuno subito dimentica, preso nel vortice di una corsa sfrenata alla rimozione e all’oblio, alla deresponsabilizzazione e all’assuefazione: è così che l’uomo moderno si avvicina al suicidio.

E’ quindi un canto di responsabilità, un canto di impegno civile. E non servono le vecchie categorie della critica a classificare questi versi (analogia, metafora, simbologia....), qui non c’è stupore e meraviglia, c’è la rabbia della denuncia e la coscienza della possibilità di una resa incondizionata della parola: “E la mia voce più non ha senso/ più non è canto né cuore”, o, ancora: “Potrei contare i resti delle mie speranze”.

Alfredo Rienzi, nella Prefazione alla raccolta, sintetizza efficacemente il senso del fare poesia di F. S. quando scrive che: “Concreta un’operazione di chiarezza linguistica, pur disponendo e spandendo versi e testi di un meditato lirismo e di inquieta creatività, e soprattutto occupa uno spazio piuttosto disertato dalla pur frammentata poesia contemporanea: quello della denuncia e dell’impegno sociale e, se non vogliamo peccare di ipocrisia, diciamo pure chiaramente uno spazio politico, nel senso alto e globale del termine”.

Ma si dovrebbe sottolineare la capacità del poeta di tradurre in immagini pregnanti e fisiche realtà, molto spesso descritte fumosamente e deprivate di una decifrazione significante, piuttosto che insistere sui punti di lirismo, pur presenti e significativi in questo poemetto, poiché, a mio parere, è proprio questo il pregio maggiore: affidarsi alla parola poetica per decifrare un mondo in perenne caduta verso innominabili forme di distruzione e di morte e per riscoprire, in questa interminabile scia di violenze, un soprassalto di dignità umana e la coscienza di un possibile diverso volgere delle cose del mondo.
“Ma poi, di albero in albero, ogni ramo affida/ al fiore la sua attesa/ che la vita si riavvivi alla sorgente”.

Alessandro Cabianca
Padova, 21 novembre 2009

 

*Alessandro Cabianca: recensione ad "Echi ad incastro"

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