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Primordiale, quasi biblico nelle atmosfere popolate da vulcani,
braci, fumi densi di zolfo e vento che «brucia finanche colonie di
farfalle sugli alberi, gridando in traiettorie di piombo | una viola
liturgia al suo dio ideologo», così Franco Santamaria, con la
presente raccolta di liriche, prosegue l’ideale percorso poetico dei
suoi Echi ad incastro, dati alle stampe nel 2004.
Più che di tecnica scrittoria, che lasciamo ai più esimi linguisti,
vogliamo in questa sede rilevare aspetti meno indagati della poetica
attuale del Santamaria che, per certi versi e per talune menti,
ostriche ancorate al pensiero consolidato come allo scoglio di
verghiana memoria, potrebbero apparire irriverenti, quando non
addirittura blasfeme.
Il vento citato in apertura, con il suo riferimento ad un dio
minuscolo e ideologo (la mancanza della maiuscola, anche in altri
versi, pare rafforzare la ns. convinzione), la constatazione che,
nonostante «Si vorrebbe credere che lui | non c’entri in tutto
questo», invece «i suoi artigli distintamente si vedono | che
esplodono lampi sempre più | a fondo | nella carne sconfitta |
giocando col tempo una partita assurdamente | truccata», conduce
l’autore (e noi con lui, assorbiti), amaramente a prendere atto che,
complice un’umanità folle nella sua crudele quotidianità, «Più non
c’è pietà | se con le nostre mani nutriamo un dio rapace | se mostri
siamo divenuti, come lui!».
Un Santamaria diverso dal passato, meno diplomatico, quasi fosse
stato ferito da un dolore incontenibile e debordante, e seguendo
Schopenhauer, avesse intrapreso un percorso di ascesi mistica e di
comprensione profonda dell’esistenza, usando questa liquido fuoco
lavico che lo pervade, come propellente.
Un Santamaria che si chiama fuori da questo gioco perverso e
apertamente dice: «Non amo il dio che annera la luce | e arma
schiere di rapaci | con artigli di vento radente e pioggia di fuoco
| a scavare le viscere della terra».
In questo senso si può parlare, volendo con enfasi metaforica
cristallizzare un concetto, di “bestemmia come invocazione, come
preghiera”, richiesta di aiuto, urlo disperato, quaestio filosofica
scagliata verso un’entità cristianamente identificata come Padre e
che proprio per questo, ancor più ferisce i suoi figli, con il suo
silenzio immoto rispetto alle ragioni che sottendono al tema della
sofferenza di tutto il Creato.
Sofferenza che il poeta, percepisce tutt’attorno sotto forma di
ceppi apposti alle caviglie degli esseri viventi, siano essi umani:
«Spie luminose frementi segnalano che dighe | rompono | nella valle
che dorme e non ha modo di salire | su un tappeto che voli.» o
animali: «So di balene disperate e suicide», «Anche l’airone ritorna
alla nuda | dimora della creta», o ancora «Poveri colombi fanno
aerosol agli oblò | della sera e di paura in paura | allentano le
ali morendo».
Emerge un quadro chiaro, nel suo realismo cosmico e ciclico (taluni
diranno, pessimismo): «Dico di una storia – lunga – | che i giorni
ripetono sulla pietra del mattatoio», ove «La morte semina soltanto
tracce di paradiso | in ossa che diventano fossili di sabbia nei
deserti | o scaglie di conchiglie sulle timpe», tela o trama maligna
nella sua indifferenza, da cui nemmeno il mondo vegetale e minerale
riescono ad affrancarsi: «il vento che spezza canneti», «il pianto
del fiore pellegrino che brucia | al volo dei rettili spaziali»,
finché esausti, noi lettori in cammino, collassiamo a terra
nell’approdo di quel «silenzio della tortura della zolla resa
polvere», che non lascia scampo.
Se è vero che «nemmeno la morte gode di tutte | queste stragi» (in
Non gode la Morte), il Santamaria prima si scora dinanzi
all’umanità-Eva che ha: «veduto – soltanto – pregare su divelte
radici invocare | il suo Adamo | compresso in colonna di ghiaccio» e
di questa desolazione disarmante si rende compartecipe: «E
nient’altro, se non la mia angoscia farsi | fossile di speranza |
annegata insieme al vascello del rinnegato Noè.».
Tuttavia, ad un certo punto, percepisce profondamente l’anima
dicotomica del Mondo, la duplice essenza inestricabile del lato
in ombra della collina (yin) e del lato soleggiato della
collina (yang), quei «due fiumi che bagnano le mie mani | coppe
di agave morta», in cui «A destra veleggiano lascivi | navigli di
miele nel canto | di vele filigranate e di angeli lucenti. | A
sinistra ondeggiano | maree di cuccioli | nudi nel nero cellofan
della morte» e nella sua esternazione reagisce con lucidità
domandandosi «Dov’è la forza del giorno intelligente e vivo | per
scoprire e mutare | la terra dei due fiumi | che vestono ancora la
diversità | decisa nel giardino delle mele | sul rettile innocente
?».
Il poeta sembra sapere di come tanta parte dell’umanità sia ferma ad
un livello di evoluzione spirituale ancestrale, in cui miti, fede,
dogmi e punizioni divine la fanno da padrone, mentre un’altra parte,
pur comprendendo questo stato di cose, se ne è allontanata come
sotto l’influsso ipnotico di una danza tribale e tutt’ora insegue
mete meschine, prevaricando i suoi simili per il proprio vantaggio
terreno, sono queste «larve di uomini», fanatici zombi che, come
nella pellicola del The Wicker Man (horror inglese del 1973, oggetto
di remake in Italia col titolo Il Prescelto, per la regia di
Neil LaBute), si muovono in preda al delirio, (seppur in
un’ambientazione diversa) e «vanno a fiumi di nuda pietra | o a
vulcani di zolfo | occhi roventi di canne fumano | su prigioniere
prede | o mirano a superstiti tra alti fili spinati», compiendo
atrocità che lasciano l’autore atterrito ed esterrefatto.
Non è tutto vano in senso assoluto, occorre lottare contro “il
sistema” (fatto di Natura e di uomini) che opprime, quantomeno per
salvaguardare la propria dignità e per fare questo lancia un appello
rivolto a tutti coloro che sono in grado d’intenderlo, una sorta di
invito ad un legame di fratellanza che diviene tanto più forte in
questo contesto catastrofico: «Ridursi straccio di carta contro le
pareti | grano di cemento tra le rovine agli ultimi | palpiti, |
stringersi a difesa in lunga catena | di paura e di sangue,
tutt’insieme», nonostante «invisibili sibili bruciano ogni alba
futura | in crateri di fosforo».
L’autore, similmente al Peter O’Toole di Dottor Creator,
sente il peso della sua visione globale, quella sensibilità
che lo distingue talvolta forse come una maledizione (in questo
senso taluni poeti possono dirsi maledetti, indipendentemente da
altri fattori quali, nella mitologia comune, l’abuso di alcol e
stupefacenti, le depressioni ricorrenti e i disordini mentali, le
croniche condizioni di indigenza, ecc.).
Tuttavia poi, a tratti si arma di un coraggio immaginifico e
positivo, che colpisce e affascina come l’urlo di un Jacques de
Molay alla rovescia, Gran Maestro templare che immolato sul rogo,
anziché lanciare una maledizione, esterna la sua missione poetica:
«Cerco una spiaggia», «con gli occhi dei fiori marini» ove «Il mare
ha rubato schiuma | di cavalli in corsa stanotte», missione nella
quale egli, seguace e innamorato della dolce Aracne (qui intesa come
musa poetica, in una declinazione collaterale al mito originario
descritto nelle Metamorfosi di Ovidio) della quale dice
«frutto di conchiglia la tua pelle | che si apre alle acque» «Io ti
seguivo pellegrino» «per cullarmi alla tua voce come erba sognata |
da ormai rari cavalli liberi | e zittire la campana di piombo | e
gli ultimi ansiti dei miei miti in catene».
Una poesia fortemente empatica verso tutto il Creato, ove l’Uomo è
allineato etologicamente agli altri animali (notevole la sensibilità
dimostrata nei confronti di questi ultimi) e con essi condivide
sventure e sofferenze, con in più il fardello di un linguaggio e di
una razionalità complessa che sembrano imporgli il bisogno
metafisico di “trovare una ragione allo stato di cose”.
Un poeta tuffatore di turno, il nostro, conscio della sua
illusione ma imperterrito, quasi suicida-involontario che non può
evitare l’epilogo che deriverà un giorno dalla sua stessa natura,
che osserva i suoi simili “illuminati dalle Lettere”, come in uno
specchio o come protagonista di un’esperienza extracorporea: «In
cima | su lingua di roccia non più fiore | era già curvo il
tuffatore di turno | non riconoscibile | in pianto d’ingannate |
speranze eco | morente di luce», «lì s’infranse quel volo senz’ali |
pesante. | Ero solo a udire a vedere quel tonfo | fra tanti in
attesa | sulla lingua di fuoco rocciosa: | scivolava quel corpo nel
fondo | sempre più | a fondo».
Un poeta coraggioso, dotato di una sensibilità difficile per lui da
sopportare, che non può lasciarsi vivere come un fiume che deriva a
valle, perfettamente conscio della sua visione filosofica eppure
schietto e rispettoso al contempo, mai vendicativo nella sua ansia
esistenzialistica, intellettualmente onesto, che fa dell’aspetto
comunicativo e della ricerca metafisica fondata sulla razionalità,
il suo punto di forza.
Un poeta che spesso fa riferimento all’albero quale simbolo
dell’Uomo in evoluzione, che ha smarrito le sue radici.
Quest’albero, simbolo antico presente in tutte le culture, albero
della Vita, albero del Bene e del Male, albero-ponte tra l’umano e
il divino, albero della Conoscenza e dell’evoluzione dell’arte come
mezzo di ascesi spirituale (Kandinsky e Paul Klee, fra gli altri, ne
rappresentarono la metafora che descrive l’albero come una storia
evolutiva stratificata attraverso le ramificazioni del tempo, che
procede e si sviluppa per innalzamenti e crescite progressive,
attingendo dalle energie profonde insite nell’animo
dell’artista-uomo), albero che dunque viene visto come fonte di
speranza e rinnovamento.
Egli non sa «Dove nuovi alberi dai voli senza confini, | dai fiori
uscenti da calici d’amore ?» metteranno le gemme, eppure «Solo» si
«regge» sulla «la luce dell’idea» e noi, partendo dalle sue
osservazioni, cercheremo di non deluderlo, perché pure la passiflora
rasa al suolo da un inverno troppo rigido o da un uomo troppo
malvagio, tenace risorge rigogliosa a primavera, sfoderando fiori
solari che incantano e irridono il Grande Schema delle Cose.
Marco
Baiotto
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