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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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RADICI PERDUTE

 
 

 

Il ‘realismo cosmico’ nelle “Radici perdute” di Franco Santamaria
Marco Baiotto

 

Primordiale, quasi biblico nelle atmosfere popolate da vulcani, braci, fumi densi di zolfo e vento che «brucia finanche colonie di farfalle sugli alberi, gridando in traiettorie di piombo | una viola liturgia al suo dio ideologo», così Franco Santamaria, con la presente raccolta di liriche, prosegue l’ideale percorso poetico dei suoi Echi ad incastro, dati alle stampe nel 2004.
Più che di tecnica scrittoria, che lasciamo ai più esimi linguisti, vogliamo in questa sede rilevare aspetti meno indagati della poetica attuale del Santamaria che, per certi versi e per talune menti, ostriche ancorate al pensiero consolidato come allo scoglio di verghiana memoria, potrebbero apparire irriverenti, quando non addirittura blasfeme.
Il vento citato in apertura, con il suo riferimento ad un dio minuscolo e ideologo (la mancanza della maiuscola, anche in altri versi, pare rafforzare la ns. convinzione), la constatazione che, nonostante «Si vorrebbe credere che lui | non c’entri in tutto questo», invece «i suoi artigli distintamente si vedono | che esplodono lampi sempre più | a fondo | nella carne sconfitta | giocando col tempo una partita assurdamente | truccata», conduce l’autore (e noi con lui, assorbiti), amaramente a prendere atto che, complice un’umanità folle nella sua crudele quotidianità, «Più non c’è pietà | se con le nostre mani nutriamo un dio rapace | se mostri siamo divenuti, come lui!».
Un Santamaria diverso dal passato, meno diplomatico, quasi fosse stato ferito da un dolore incontenibile e debordante, e seguendo Schopenhauer, avesse intrapreso un percorso di ascesi mistica e di comprensione profonda dell’esistenza, usando questa liquido fuoco lavico che lo pervade, come propellente.
Un Santamaria che si chiama fuori da questo gioco perverso e apertamente dice: «Non amo il dio che annera la luce | e arma schiere di rapaci | con artigli di vento radente e pioggia di fuoco | a scavare le viscere della terra».
In questo senso si può parlare, volendo con enfasi metaforica cristallizzare un concetto, di “bestemmia come invocazione, come preghiera”, richiesta di aiuto, urlo disperato, quaestio filosofica scagliata verso un’entità cristianamente identificata come Padre e che proprio per questo, ancor più ferisce i suoi figli, con il suo silenzio immoto rispetto alle ragioni che sottendono al tema della sofferenza di tutto il Creato.
Sofferenza che il poeta, percepisce tutt’attorno sotto forma di ceppi apposti alle caviglie degli esseri viventi, siano essi umani: «Spie luminose frementi segnalano che dighe | rompono | nella valle che dorme e non ha modo di salire | su un tappeto che voli.» o animali: «So di balene disperate e suicide», «Anche l’airone ritorna alla nuda | dimora della creta», o ancora «Poveri colombi fanno aerosol agli oblò | della sera e di paura in paura | allentano le ali morendo».
Emerge un quadro chiaro, nel suo realismo cosmico e ciclico (taluni diranno, pessimismo): «Dico di una storia – lunga – | che i giorni ripetono sulla pietra del mattatoio», ove «La morte semina soltanto tracce di paradiso | in ossa che diventano fossili di sabbia nei deserti | o scaglie di conchiglie sulle timpe», tela o trama maligna nella sua indifferenza, da cui nemmeno il mondo vegetale e minerale riescono ad affrancarsi: «il vento che spezza canneti», «il pianto del fiore pellegrino che brucia | al volo dei rettili spaziali», finché esausti, noi lettori in cammino, collassiamo a terra nell’approdo di quel «silenzio della tortura della zolla resa polvere», che non lascia scampo.
Se è vero che «nemmeno la morte gode di tutte | queste stragi» (in Non gode la Morte), il Santamaria prima si scora dinanzi all’umanità-Eva che ha: «veduto – soltanto – pregare su divelte radici invocare | il suo Adamo | compresso in colonna di ghiaccio» e di questa desolazione disarmante si rende compartecipe: «E nient’altro, se non la mia angoscia farsi | fossile di speranza | annegata insieme al vascello del rinnegato Noè.».
Tuttavia, ad un certo punto, percepisce profondamente l’anima dicotomica del Mondo, la duplice essenza inestricabile del lato in ombra della collina (yin) e del lato soleggiato della collina (yang), quei «due fiumi che bagnano le mie mani | coppe di agave morta», in cui «A destra veleggiano lascivi | navigli di miele nel canto | di vele filigranate e di angeli lucenti. | A sinistra ondeggiano | maree di cuccioli | nudi nel nero cellofan della morte» e nella sua esternazione reagisce con lucidità domandandosi «Dov’è la forza del giorno intelligente e vivo | per scoprire e mutare | la terra dei due fiumi | che vestono ancora la diversità | decisa nel giardino delle mele | sul rettile innocente ?».
Il poeta sembra sapere di come tanta parte dell’umanità sia ferma ad un livello di evoluzione spirituale ancestrale, in cui miti, fede, dogmi e punizioni divine la fanno da padrone, mentre un’altra parte, pur comprendendo questo stato di cose, se ne è allontanata come sotto l’influsso ipnotico di una danza tribale e tutt’ora insegue mete meschine, prevaricando i suoi simili per il proprio vantaggio terreno, sono queste «larve di uomini», fanatici zombi che, come nella pellicola del The Wicker Man (horror inglese del 1973, oggetto di remake in Italia col titolo Il Prescelto, per la regia di Neil LaBute), si muovono in preda al delirio, (seppur in un’ambientazione diversa) e «vanno a fiumi di nuda pietra | o a vulcani di zolfo | occhi roventi di canne fumano | su prigioniere prede | o mirano a superstiti tra alti fili spinati», compiendo atrocità che lasciano l’autore atterrito ed esterrefatto.
Non è tutto vano in senso assoluto, occorre lottare contro “il sistema” (fatto di Natura e di uomini) che opprime, quantomeno per salvaguardare la propria dignità e per fare questo lancia un appello rivolto a tutti coloro che sono in grado d’intenderlo, una sorta di invito ad un legame di fratellanza che diviene tanto più forte in questo contesto catastrofico: «Ridursi straccio di carta contro le pareti | grano di cemento tra le rovine agli ultimi | palpiti, | stringersi a difesa in lunga catena | di paura e di sangue, tutt’insieme», nonostante «invisibili sibili bruciano ogni alba futura | in crateri di fosforo».
L’autore, similmente al Peter O’Toole di Dottor Creator, sente il peso della sua visione globale, quella sensibilità che lo distingue talvolta forse come una maledizione (in questo senso taluni poeti possono dirsi maledetti, indipendentemente da altri fattori quali, nella mitologia comune, l’abuso di alcol e stupefacenti, le depressioni ricorrenti e i disordini mentali, le croniche condizioni di indigenza, ecc.).
Tuttavia poi, a tratti si arma di un coraggio immaginifico e positivo, che colpisce e affascina come l’urlo di un Jacques de Molay alla rovescia, Gran Maestro templare che immolato sul rogo, anziché lanciare una maledizione, esterna la sua missione poetica: «Cerco una spiaggia», «con gli occhi dei fiori marini» ove «Il mare ha rubato schiuma | di cavalli in corsa stanotte», missione nella quale egli, seguace e innamorato della dolce Aracne (qui intesa come musa poetica, in una declinazione collaterale al mito originario descritto nelle Metamorfosi di Ovidio) della quale dice «frutto di conchiglia la tua pelle | che si apre alle acque» «Io ti seguivo pellegrino» «per cullarmi alla tua voce come erba sognata | da ormai rari cavalli liberi | e zittire la campana di piombo | e gli ultimi ansiti dei miei miti in catene».
Una poesia fortemente empatica verso tutto il Creato, ove l’Uomo è allineato etologicamente agli altri animali (notevole la sensibilità dimostrata nei confronti di questi ultimi) e con essi condivide sventure e sofferenze, con in più il fardello di un linguaggio e di una razionalità complessa che sembrano imporgli il bisogno metafisico di “trovare una ragione allo stato di cose”.
Un poeta tuffatore di turno, il nostro, conscio della sua illusione ma imperterrito, quasi suicida-involontario che non può evitare l’epilogo che deriverà un giorno dalla sua stessa natura, che osserva i suoi simili “illuminati dalle Lettere”, come in uno specchio o come protagonista di un’esperienza extracorporea: «In cima | su lingua di roccia non più fiore | era già curvo il tuffatore di turno | non riconoscibile | in pianto d’ingannate | speranze eco | morente di luce», «lì s’infranse quel volo senz’ali | pesante. | Ero solo a udire a vedere quel tonfo | fra tanti in attesa | sulla lingua di fuoco rocciosa: | scivolava quel corpo nel fondo | sempre più | a fondo».
Un poeta coraggioso, dotato di una sensibilità difficile per lui da sopportare, che non può lasciarsi vivere come un fiume che deriva a valle, perfettamente conscio della sua visione filosofica eppure schietto e rispettoso al contempo, mai vendicativo nella sua ansia esistenzialistica, intellettualmente onesto, che fa dell’aspetto comunicativo e della ricerca metafisica fondata sulla razionalità, il suo punto di forza.
Un poeta che spesso fa riferimento all’albero quale simbolo dell’Uomo in evoluzione, che ha smarrito le sue radici.
Quest’albero, simbolo antico presente in tutte le culture, albero della Vita, albero del Bene e del Male, albero-ponte tra l’umano e il divino, albero della Conoscenza e dell’evoluzione dell’arte come mezzo di ascesi spirituale (Kandinsky e Paul Klee, fra gli altri, ne rappresentarono la metafora che descrive l’albero come una storia evolutiva stratificata attraverso le ramificazioni del tempo, che procede e si sviluppa per innalzamenti e crescite progressive, attingendo dalle energie profonde insite nell’animo dell’artista-uomo), albero che dunque viene visto come fonte di speranza e rinnovamento.
Egli non sa «Dove nuovi alberi dai voli senza confini, | dai fiori uscenti da calici d’amore ?» metteranno le gemme, eppure «Solo» si «regge» sulla «la luce dell’idea» e noi, partendo dalle sue osservazioni, cercheremo di non deluderlo, perché pure la passiflora rasa al suolo da un inverno troppo rigido o da un uomo troppo malvagio, tenace risorge rigogliosa a primavera, sfoderando fiori solari che incantano e irridono il Grande Schema delle Cose.

Marco Baiotto


 

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.