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Leggendo
l’opera poetica Radici Perdute di Franco Santamaria (Kairós
Edizioni, Napoli 2009) pare di inoltrarsi ne La Foresta Di
Smeraldo, film capolavoro di John Boorman, soprattutto per
condivisioni tematiche. Infatti, attraverso il poema visivo emergono
il conflitto tra uomo e natura, il rimpianto del paradiso perduto,
nonché l’inevitabile assenza di fiducia nei confronti della civiltà
occidentale.
La costruzione di dighe e la conseguente sparizione di foreste
lasciano tracce anche nei versi di Franco Santamaria: «Spie luminose
frementi segnalano che dighe rompono/ nella valle che dorme e non ha
modo di salire/ su un tappeto che voli». C’è sintonia, almeno
parziale, con quanto ammette Renzo Cremona nel libretto Dei vizi
e delle virtù (Edizioni del Leone, 2010): «non mi piace questa
pianta che è cresciuta davanti alle finestre», però «lei ha tanto
diritto di guardare dentro quanto io di guardare fuori».
L’uomo, stando a un popolare detto, spesso è in grado di percepire
la foresta nel suo insieme, ma non l’unità albero. Con Radici
Perdute, invece, vengono ribaditi i valori essenziali ed
esistenziali dei singoli esseri, umani animali vegetali che siano,
poiché vi è una democrazia di anime (in linea con quanto scrive, per
esempio, Veniero Scarselli). «Essere ramo che non è più»: dall’amore
per la singola foglia discende il rispetto per il prossimo, concreta
presenza e non collettività astratta.
La sete di sangue e l’impeto alla violenza si tramandano dalla notte
dei tempi, rivelando la bestialità insita nell’uomo, la sua aridità:
«Con la stessa assenza di fuoco delle stelle/ che muoiono/ nel
ventre dei laboratori»; «È sangue della foglia infetta/ della goccia
opaca./ È sangue dei ghiacciai orfani vaganti./ È sangue dei
cuccioli che nessuna/ speranza hanno di difesa./ È sangue della
luna/ senza più il canto degli innamorati» e del lupo. In una
“performance corale” (in chiusura di volume) viene rovesciato un
luogo comune: non è vero che nessuno vorrebbe la guerra, molti
fingono un’innocenza, un’irresponsabilità che non hanno. E al poeta
non rimane che dire: «maledetti tutti quelli che vogliono la
guerra».
Vivide immagini («La morte è prossima a partire/ in una bara di
stelle/ cadute senza una minima rosa») accompagnano questi versi,
veicolando messaggi di pace non banalizzando la parola, né
inseguendo astrusi percorsi del pensiero. La sofferenza viene
denudata, stanata ovunque si nasconda, avendo il coraggio di non
tacere quando le responsabilità possono risultare scomode. Nemmeno
dio viene risparmiato, osservatore dell’universale deriva,
onnipotenza che non protegge né consola.
Un senso di morte pervade la vita, in ogni sua manifestazione:
«ondeggiano/ maree di cuccioli/ nudi nel nero cellofan»…«tronchi di
vecchi alberi crocifissi a bastoni dai nodi artritici»; «Poveri
colombi fanno aerosol agli oblò/ della sera e di paura in paura/
allentano le ali morendo». La popolazione dei morti supera quella
dei vivi, anche perché accanto alla “città dei morti” si erge il
cimitero dei vivi. La preannunciata catastrofe è già qui.
Un senso rifondante della pietà anima molti segmenti: «pianto dei
gabbiani che/ anche di giorno/ orme gigliate vorrebbero lasciare/
sulla sabbia», mentre La zattera della Medusa pare ritornare
a più riprese, nei luoghi più diversi: «So di assi naufraghe che
mondi annegati/ sorreggono/ per le mie deboli braccia».
Non tutto è nero, però, in questa poesia. Dopotutto, «ogni ramo
affida/ al fiore la sua attesa». Scrivere a volte può sembrare vano,
ma il poeta non può soffocare la sua voce, altrimenti molte vittime
sarebbero condannate all’eterno silenzio, poiché «in campi
fiammanti/ di papaveri e di rifiuti»…«la musica è muta tra
esplodenti rumori».
Messaggi di speranza sono ancora possibili: «Non dimentichiamo (non
vogliamo) i fiori/ recisi e gettati» (cfr. Maternità floreale
di C.M. Turco: «Nella mia casa/ mai troveranno posto/ fiori recisi,/
uccellini in gabbia,/ petali di piume strappate alla vita»).
«... mi regge la luce dell’idea»: il vento può farsi bruciante, ma
può essere anche “idea” (paiono individuabili alcuni punti di
contatto con taluni versi di Christina Rossetti), perché la memoria
di Radici Perdute possa rianimare l’agonizzante presente.
Claudia
Manuela Turco
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