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Raccolta
tra le più intense, che segna un punto di riferimento ben preciso
nell’arco del proporre esperienze culturali, impegno sociale ed
umano, alla scoperta di nuove e sempre affascinanti dimensioni della
parola. Ciò che sembra naturale, in particolar modo per lo
scrittore, è sempre un’illusione di quel flusso energetico che ci
affascina per proporre avventure dell’io che, perdendo la sua unità
interna, tenta di frantumare l’esperienza in varie dimensioni di
schegge, che fondamentalmente propongono una continuità temporale,
escludendo una entità astratta al di fuori di noi.
In effetti, aldilà dall’essere “eco-poesia” o “poesia intimista”,
questa è poesia rivolta al sociale, a denunciare la realtà di oggi
mediante la metafora, l’analogia e tutta quella connotazione
simbolica affinché i termini: albero, radici, pioggia, vento, fiume,
pietra, rapace con i suoi attributi, eccetera potessero
rappresentare l’uomo e le condizioni
esistenziali di cui l’uomo stesso è responsabile.
L’infinito che sovrasta il mondo con una particolare complessità
interpretativa rende il viaggio di una urgenza e di una verticalità
essenziali per cui ogni sperimentazione di scrittura si dilata in
immaginazioni senza limiti, tra lo stupore e la meraviglia, tra
fughe e spazi luminosi, tra differenze sostanziali per il visibile e
l’invisibile, ed è in questa traiettoria che molti versi ci
trasportano in visioni particolari tra il continuo disconoscere un
mondo che vibra nel panorama attuale e la privilegiata condizione di
guardare nel fulgidamente fluido ruolo dei riflessi.
"In questa giungla di regressi solari
sono fiore dallo stelo piegato
a brividi palustri e solforica putredine.
Sono sofferenza dell’alba che svanisce
respiro che s’affievola nella resa
dolore e pianto di vite che in resine
si disfano.
In me pietrificano forme di colore e musica
di altra origine
la speranza al temuto sparire
dell’arcobaleno e dei suoni delle ali in amore."
Il pulsare ha un battito antico e sembra essere modello stilistico
all’interno di un campo che tende a privilegiare le dissonanze di un
diario, di un fraseggio assemblato sul verso, capace di una vasta
gamma di rappresentazioni con rifrazioni e dispiegamenti emotivi
tali da rigenerarsi in continuazione:
"Non so per quanto e perché scriverò versi
alla vita
ai suoi brevi trionfi
alle sue estensioni circolari e profonde
alle sue vittime forme indifese
su altari di pietra vulcanica
nera e rossa, rossa di sangue."
Ombre esatte dai contorni ben delineati, o precisioni malinconiche
con sfumature di sogno sembrano realtà che si sfaldano, appassionate
e bislacche, inquietanti e inesorabili, una fantasmagorica
riproduzione che permette seduzioni avulse dal sinuoso fluire di un
caleidoscopio.
L’universo è segnato dalla rifrazione, così come la capacità di
penetrazione del simbolo non conosce tagli o scissioni che separino
il significante dal significato, dietro ad una emozione viscerale
che corre a stanare le ragioni stesse del sensibile.
Le metafore che Santamaria propone sono ricche di suggestioni, dense
per le scene finali che contengono, in un senso ineffabile di
risoluzioni, o soluzioni, che mascherano o addirittura suggeriscono
il consumo del quotidiano.
Scivola per esse a volte un vuoto silenzioso che si riempie con la
parola, a colmare la vacuità dell’esserci, per anticipare la
scrittura in quelle interpretazioni di artista immerse nella
continuità del disincanto. Ogni interpretazione si sposta facilmente
dal segno misterico alla formula legata alle emozioni, alle
sensazioni fisiche, che fungono infine da rivelazione dell’anima e
dei sensi.
Ogni figura viene alla luce in forma concreta anche se il non detto,
il sottaciuto, il misterico, sono trasformazioni di un mutamento che
si insinua come un’ombra per sublimazione.
Antonio
Spagnuolo |