|
Sono perdute
le radici di cui parla Franco Santamaria in questo volume
recentemente pubblicato per i tipi di Kaírós Edizioni di Napoli.
Perdute e non smarrite, come la dantesca via sfociata nella selva
oscura. La visione del mondo dell’autore è lucidamente realistica e
la carica di denuncia presente nelle sue liriche non concede spazio
a facili compromessi, neppure allegorico – metaforici.
È tuttavia adeguata e proficua a molti livelli semantici, la scelta
di Franco Santamaria di adottare il simbolo antico e privilegiato
delle radici, innanzitutto per il collegamento diretto e
visceralmente profondo con la terra, la Madre Gea, la materia viva e
pulsante, il ciclo delle stagioni, le nascite e le morti.
In secondo luogo, ma in maniera non secondaria, il riferimento alle
radici apre prospettive di rinascita, di nuove crescite, di nuovi
suoli e su nuove speranze.
Non c’è contraddizione tra le due dimensioni, quella concernente
l’osservazione attenta e puntuale dello stato delle cose e dei
tempi, cupi, disarmonici, poco umani, e, sul fronte opposto, lo
spiraglio aperto verso prospettive nuove, più favorevoli e feconde.
L’osservazione della natura e dell’uomo sono i due cardini
dell’ispirazione di Franco Santamaria e non è un caso che in una
dimensione si rispecchi l’altra: la solitudine umana trova eco e
specchio nei veleni e nelle ferite che sono state subite
dall’ambiente.
“Cadono alberi” è il titolo perentorio, secco come un
colpo di scure, di uno dei componimenti. Gli alberi si fanno pietra,
come le mura, come i palazzi in cui gli individui racchiudono le
loro solitudini e le loro frustrazioni:
Cadono alberi
a radici spiantate dal vento.
(…)
Sulle ali del fiume
altri alberi sono già pietra,
il loro nome
è spento.
(da “Cadono alberi”)
Una delle liriche più significative della raccolta, dal titolo “Per
quanto e perché?” trova spiegazione emblematica nella
domanda che il poeta pone a se stesso: ”Non so quanto e perché
scriverò versi / alla vita”, ossia si consuma in questo dilemma la
chiave di volta sia del libro sia dell’attività stessa della
scrittura, dell’affidare pensieri alle parole, specchio dell’anima,
“Sermo imago animi est: qualis vir, talis et oratio est” per dirla
con Pubilio Siro (Sentenze, 1073).
Non so per quanto e perché scriverò versi
alla vita
ai suoi brevi trionfi
alle sue estensioni circolari e profonde
alle sue vittime forme indifese
su altari di pietra vulcanica
nera e rossa, rossa di sangue.
(da “Per quanto e perché?”)
Tra i due estremi, resa e speranza, il poeta si trova incerto,
sconcertato, ma alla fine la scelta è netta, coraggiosa e
ineluttabile: quella di regalarci un nuovo scrigno di saggiezza e di
poesia.
Valeria
Serofilli
Pisa, li 21.06.2010
|