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Paludi e
acquitrini dove annegano le stelle, freddo e melma vorace inghiotte
nel palustre anfratto l’universo di cose terrifiche e selvagge. Sono
quelle che fanno rabbrividire il poeta: brivido di nostalgia delle
selve di Rousseau il doganiere, simile l’incongruenza della
vegetazione, autoritratto-paesaggio. Ali di farfalle, gibigiane, eco
delirante della natura furba e ottusa, uccelli dentati e i fiumi
d’argilla, le stagioni fangose e antri che ingoiano stelle.
Naturalmente, la sua non è eco-poesia. Le metafore rimandano per di
più ai sotterranei delle foreste, personificazione di forze oscure,
sismiche, vulcaniche o flegree. Infine si tratta addirittura dei
sotterranei delle paludi che tentano di risucchiarci nel ventre dei
culti infernali. Il poeta come divinità tra i campi flegrei canta
versi taumaturgici e sciamanici dopo aver vestito un mantello di
vegetazione e di terre sommerse, con cui copre la sembianza
infernale originaria della divinità ctonia.
La distruzione e il caos inclinano l'anima a imitare la mano
criminale della natura.
Il sole si è spento in questa giungla porosa, pronta ad assorbirci,
a farci sparire in assenza del sole.
E neanche più luna.
Improvvisamente — amore. Forse… Pirotecniche luci. Ma, no! Ma, no!
di quest’alba una croce di terra morta. Ali spezzate.
Vede la morte ovunque. Ma è vita. Anche la luce di un nuovo deserto.
Una poesia vegetale, essere ramo, ultimo ramo, che
forse non è più. La sua, di Santamaria, è l’innocenza
senza declino, quella cosmica e primordiale e, in quanto tale,
pericolosa. Dell’albero celeste violenza e morte, pari
all’occhio di Dio, unico, castigatore. Egli è metafora di questo
Albero; nell’evolversi della noosfera è l’intelletto cosmico.
Metafora di Santamaria diventa immagine. Lui ragiona per immagini,
creando l’archeologia dei linguaggi delle stagioni future della
poesia. O sono gli ultimi palpiti della natura stessa delle cose e
siamo ormai nella fantascienza?
Egli è l’ideologo del viola. Il sangue della luna è livido, verde
come sanguinacci di Antonio Porta. Erano in marmo. Come i letti di
Franco ancora di pietra. Pietrificati anche
forme di colore e musica. Tutto immerso nella luce nera di
un dio che il poeta non riesce ad amare: tanto è il dolore e la
mestizia per disillusa strage senza tregua. Maree di cuccioli
/ nudi nel nero cellofan della morte, / tronchi di vecchi alberi
crocifissi a bastoni dai nodi artritici.
Preghiera laica, la sua, rivolta alla notte innaturale, alla natura
cannibale delle cose. La sua valle, si sa, non è Eden. Quando parla
di corpi scannati al grande macello ci fa ricordare le immagini
glaciali dell’artista Fausta Squatriti, i suoi grandi trittici dei
requiem per l’uomo e i suoi enti: dolore, assurdo, dolore. Non più
pietà.
La carne è sconfitta. E noi non vogliamo essere noi. Forse non
vogliamo più essere. La pace non c’è. Le stelle omicide si
domandano: ma chi ha ingannato le orde?
La voce della prosodia di Santamaria è antica, misterica, a tratti
epica. Canto liturgico, preghiera in morte, pianto delle donne in
nero, senza lacrime. Solo le grida. Silenziose lingue dell’intero
Meridione del pianeta. L’amore è presente solamente in qualità di
assenza. Il sociale diventa la mera voce della poesia.
È una poesia barocca, la sua. Ecco! La piega di Leibniz e di
Deleuz. È barocca in tutto e per tutto, in quanto in essa tutto si
piega, si dispiega e si ripiega. Barocco curva e ricurva le pieghe,
le porta all'infinito, piega su piega, piega nella piega. I rami,
gli alberi, le erbe. Le mani, coppe di agave morta.
Infine:
Tremano i sogni senza difesa
all’ultima scena.
Evelina
Schatz
Mosca, ore 4 del mattino, 14 novembre 2009
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