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Molti dei
testi di “Radici Perdute” affrontano risolutamente un tema nodale
del fare poesia: quello della dicibilità delle cose e delle idee,
del rapporto tra la parola detta e la parola velata, tra il
pensiero-immagine mostrato e quello suggerito.
Come l’autore operi la sua scelta di campo, beninteso prevalente e
non monolitica, chiara ma non scontata, potrà essere ben evidente al
lettore e bastino ad orientare la risposta gli inequivoci appelli
alle “foreste in catene” ed alle “traiettorie di piombo”, il
perentorio dire della “tortura della zolla resa polvere” e della
“pietra del mattatoio”, che, già dal testo di apertura, sostengono
il dolente e vibrante racconto del poeta.
La eco ricorrente, per usare un quasi-invariante nella scrittura di
Santamaria, riporta i rumori del male che affligge la civiltà, nelle
sue ramificate forme. Un male che è più cronaca che mito, più
oggetto di denuncia che di speculazione sociologica o filosofica; un
male che si tocca, si subisce, senza comprenderlo e, proprio per
questo, senza accettarlo.
Le key-words “radici” ed “alberi”, da un lato, e “sangue” e
“guerra”, dall’altro (una “maledetta” guerra, mica teorica o
simbolica, proprio la guerra – quella più visibile, specificherei -
di questi anni di inizio millennio) sono i cardini su cui si regge
l’impostazione teorica della raccolta. Che potremmo definire, per
aggiungere chiarezza a chiarezza, ambientalista e pacifista. L’uso
di queste categorie è ovviamente non casuale, per ribadire
l’assoluta attualità di una significativa parte delle liriche di
Santamaria. Con questo si vuole rimarcare il coraggio con cui
l’autore costruisce la sua poetica: concreta un’operazione di
chiarezza linguistica, pur disponendo e spandendo versi e testi di
un meditato lirismo e di inquieta creatività, e soprattutto occupa
uno spazio piuttosto disertato dalla pur frammentata poesia
contemporanea: quello della denuncia e dell’impegno sociale e, se
non vogliamo peccare di ipocrisia, diciamo pure chiaramente uno
spazio politico, nel senso alto e globale del termine.
Questa operazione avrebbe potuto costeggiare il rischio di portare
dentro il testo ciò che l’assuefazione al più o meno identificabile
gusto poetico corrente (intimista o minimalista o metafisico, etc.)
identifica come soggetto alieno o non familiare, trasferendo nel
verso un metalinguaggio cronicistico o, ancora peggio, una eco
ridondante in senso retorico. Al contrario, il lettore potrà da sé
verificare come l’autore abbia dominato tale rischio e non potrà
non accorgersi di quali mirabili percorsi Santamaria, “pellegrino /
di terra gonfia di solitudine e sangue” abbia saputo tracciare con
le parole su “una spiaggia con gli occhi dei fiori marini” o per
“muti deserti di scorie”.
La parola di Santamaria, chiara nell’intendimento e nitidamente
comunicativa è, infatti, per intrinseca vocazione, lirica e si
esprime al meglio nell’espansione, a raggiera, di nuclei visivi o
concettuali con accelerazioni metaforiche e immaginifiche, dove
risalta la capacità pittorica e “voce-colore” dell’autore anche
sulla pagina, (“il buio ha annerito le ali dei pipistrelli
sanguinari”; “Vive in luce di cristallo il rapace”; “ogni ramo
riapre / ad un fiore verde la sua attesa”) e con folate di
“vento-idea” di sofferta e illuminata coscienza: “La morte semina
soltanto tracce di paradiso”; “ha ripreso / la storia il suo
orizzonte a ritroso”; “Anch’io ho paura che si muta in terrore:
/.../ che l’ombra s’appiani alla terra, / senza poter più piegarsi /
alle cose vicine, / da amica."
Si osservi come la coesistenza, di urla ferali, come grida di poiana
o di strillone (“maree di cuccioli / nudi nel nero cellofan della
morte”; “Nemmeno la morte gode di tutte / queste stragi”;
“strappiamo / gli steli incolpevoli dei campi”; “il rito / della
beneficenza infetta”) e delle pause sussurrate (di un “essere
tremante” o della “vecchiaia e solitudine del fiore” o delle poche
parole incise con lo stelo di un fiore “per questo airone / che
muore”) generino un complessivo sentimento di pietas per le vicende
dell’umanità e dell’individuo.
E c’è, per contro, in questo atro luogo dove si grida il male e dove
si mormorano le debolezze della propria finitezza, la ripetuta posa
del seme della speranza: “Ma resta nella terra - forse - / a nascere
/ un seme, / sfida all’oblìo”.
Un seme che nasce da quello stesso albero (“albero, o albero, /
radice della mia coscienza”) caduto “a radice divelta / da furioso
vento beffardo”; “a radici spiantate dal vento”. Così Santamaria
fa eco, chiara e fedele, al titolo. “Radici perdute” che affondano,
si badi, in più strati di significati e invadono aree simboliche e
allegoriche diverse.
Perduta è, secondo l’autore, la radice di una storia collettiva, non
tanto dal suo tronco consolidato, che forse mai possiamo descrivere
in assoluto come florido, verdeggiante, fruttuoso, ma da quelle
occasioni, che pure nascono, appaiono come pianticelle coltivabili,
alberelli della speranza che epoca dopo epoca portano qualche
frutto ma che spesso vengono poi provati, piegati e sradicati dal
vento intollerante del desiderio di potere. Perduta è la radice
della propria vicenda individuale, messa a nudo da una terra che è
solo più memoria e da un tempo che non si vuole fermare: “Essere
ramo che non è più”. Sommessamente, dove la voce del poeta si fa
più intima e dolente è perduta anche quella radice che solo al buio
dà ancora voce di sé, “confusa a quella delle cose” a portare “il
ricordo dei nostri rami” e “il delirio amoroso delle foglie di
primavera”.
Una raccolta di testi, quindi, che si radica, letteralmente, nel
qui-ed-ora, con forte contestualizzazione (già visibile in molti
titoli: Nuovi obiettivi di guerra; E poi terrore (Afghanistan),
Millenium tertium) ma al tempo stesso sa elevarsi a racconto
epico, del debole, uomo o elemento naturale che sia, che sa
resistere al gorgo di una rassegnazione annichilente, morale ed
esistenziale (Alla fine, Cavalchiamo una bestia, In corsia
d’ospedale, Essere ramo) senza mai riporre il vessillo della
speranza (Un folle sperare, La città di nuvola bianca), anzi spesso
urlando il suo diritto ad esserci. Una raccolta, dunque, che sa
sfociare nell’universale senza perdere la capacità di un intimo
raccoglimento del sé.
Coerente con la sincerità del suo dettato l’autore si chiede “non so
per quanto e perché scriverò versi”. Ma è la pagina stessa che
risponde: c’è una “sola strada / che porta alla città di nuvola
bianca / sull’alba”, mitico ed uranico luogo dove “profumano gli
alberi di verde e di frutti / maturi”, dove “scorrono i fiumi /
delle dolci parole”. Santamaria ha il sangue contaminato dalla
follia dei poeti, gli occhi aguzzi sulle mutevoli forme del mondo, e
questa strada non potrà che percorrerla, fino in fondo, ascoltando
l’eco “dei giorni sulle stoppie” e “degli spiriti nel vento” e
sentire il dovere, parola per parola, di ridarcene la voce e il
colore.
Alfredo Rienzi |