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FRANCO SANTAMARIA

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RADICI PERDUTE

 
 

 

"Lirismo e denuncia in Radici Perdute di Franco Santamaria"
Alfredo Rienzi

 

Molti dei testi di “Radici Perdute” affrontano risolutamente un tema nodale del fare poesia: quello della dicibilità delle cose e delle idee, del rapporto tra la parola detta e la parola velata, tra il pensiero-immagine mostrato e quello suggerito.
Come l’autore operi la sua scelta di campo, beninteso prevalente e non monolitica, chiara ma non scontata, potrà essere ben evidente al lettore e bastino ad orientare la risposta gli inequivoci appelli alle “foreste in catene” ed alle “traiettorie di piombo”, il perentorio dire della “tortura della zolla resa polvere” e della “pietra del mattatoio”, che, già dal testo di apertura, sostengono il dolente e vibrante racconto del poeta.
La eco ricorrente, per usare un quasi-invariante nella scrittura di Santamaria, riporta i rumori del male che affligge la civiltà, nelle sue ramificate forme. Un male che è più cronaca che mito, più oggetto di denuncia che di speculazione sociologica o filosofica; un male che si tocca, si subisce, senza comprenderlo e, proprio per questo, senza accettarlo.
Le key-words “radici” ed “alberi”, da un lato, e “sangue” e “guerra”, dall’altro (una “maledetta” guerra, mica teorica o simbolica, proprio la guerra – quella più visibile, specificherei - di questi anni di inizio millennio) sono i cardini su cui si regge l’impostazione teorica della raccolta. Che potremmo definire, per aggiungere chiarezza a chiarezza, ambientalista e pacifista. L’uso di queste categorie è ovviamente non casuale, per ribadire l’assoluta attualità di una significativa parte delle liriche di Santamaria. Con questo si vuole rimarcare il coraggio con cui l’autore costruisce la sua poetica: concreta un’operazione di chiarezza linguistica, pur disponendo e spandendo versi e testi di un meditato lirismo e di inquieta creatività, e soprattutto occupa uno spazio piuttosto disertato dalla pur frammentata poesia contemporanea: quello della denuncia e dell’impegno sociale e, se non vogliamo peccare di ipocrisia, diciamo pure chiaramente uno spazio politico, nel senso alto e globale del termine.
Questa operazione avrebbe potuto costeggiare il rischio di portare dentro il testo ciò che l’assuefazione al più o meno identificabile gusto poetico corrente (intimista o minimalista o metafisico, etc.) identifica come soggetto alieno o non familiare, trasferendo nel verso un metalinguaggio cronicistico o, ancora peggio, una eco ridondante in senso retorico. Al contrario, il lettore potrà da sé verificare come l’autore abbia dominato tale rischio e non potrà non accorgersi di quali mirabili percorsi Santamaria, “pellegrino / di terra gonfia di solitudine e sangue” abbia saputo tracciare con le parole su “una spiaggia con gli occhi dei fiori marini” o per “muti deserti di scorie”.
La parola di Santamaria, chiara nell’intendimento e nitidamente comunicativa è, infatti, per intrinseca vocazione, lirica e si esprime al meglio nell’espansione, a raggiera, di nuclei visivi o concettuali con accelerazioni metaforiche e immaginifiche, dove risalta la capacità pittorica e “voce-colore” dell’autore anche sulla pagina, (“il buio ha annerito le ali dei pipistrelli sanguinari”; “Vive in luce di cristallo il rapace”; “ogni ramo riapre / ad un fiore verde la sua attesa”) e con folate di “vento-idea” di sofferta e illuminata coscienza: “La morte semina soltanto tracce di paradiso”; “ha ripreso / la storia il suo orizzonte a ritroso”; “Anch’io ho paura che si muta in terrore: /.../ che l’ombra s’appiani alla terra, / senza poter più piegarsi / alle cose vicine, / da amica."
Si osservi come la coesistenza, di urla ferali, come grida di poiana o di strillone (“maree di cuccioli / nudi nel nero cellofan della morte”; “Nemmeno la morte gode di tutte / queste stragi”; “strappiamo / gli steli incolpevoli dei campi”; “il rito / della beneficenza infetta”) e delle pause sussurrate (di un “essere tremante” o della “vecchiaia e solitudine del fiore” o delle poche parole incise con lo stelo di un fiore “per questo airone / che muore”) generino un complessivo sentimento di pietas per le vicende dell’umanità e dell’individuo.
E c’è, per contro, in questo atro luogo dove si grida il male e dove si mormorano le debolezze della propria finitezza, la ripetuta posa del seme della speranza: “Ma resta nella terra - forse - / a nascere / un seme, / sfida all’oblìo”.
Un seme che nasce da quello stesso albero (“albero, o albero, / radice della mia coscienza”) caduto “a radice divelta / da furioso vento beffardo”; “a radici spiantate dal vento”. Così Santamaria fa eco, chiara e fedele, al titolo. “Radici perdute” che affondano, si badi, in più strati di significati e invadono aree simboliche e allegoriche diverse.
Perduta è, secondo l’autore, la radice di una storia collettiva, non tanto dal suo tronco consolidato, che forse mai possiamo descrivere in assoluto come florido, verdeggiante, fruttuoso, ma da quelle occasioni, che pure nascono, appaiono come pianticelle coltivabili, alberelli della speranza che epoca dopo epoca portano qualche frutto ma che spesso vengono poi provati, piegati e sradicati dal vento intollerante del desiderio di potere. Perduta è la radice della propria vicenda individuale, messa a nudo da una terra che è solo più memoria e da un tempo che non si vuole fermare: “Essere ramo che non è più”. Sommessamente, dove la voce del poeta si fa più intima e dolente è perduta anche quella radice che solo al buio dà ancora voce di sé, “confusa a quella delle cose” a portare “il ricordo dei nostri rami” e “il delirio amoroso delle foglie di primavera”.
Una raccolta di testi, quindi, che si radica, letteralmente, nel qui-ed-ora, con forte contestualizzazione (già visibile in molti titoli: Nuovi obiettivi di guerra; E poi terrore (Afghanistan), Millenium tertium) ma al tempo stesso sa elevarsi a racconto epico, del debole, uomo o elemento naturale che sia, che sa resistere al gorgo di una rassegnazione annichilente, morale ed esistenziale (Alla fine, Cavalchiamo una bestia, In corsia d’ospedale, Essere ramo) senza mai riporre il vessillo della speranza (Un folle sperare, La città di nuvola bianca), anzi spesso urlando il suo diritto ad esserci. Una raccolta, dunque, che sa sfociare nell’universale senza perdere la capacità di un intimo raccoglimento del sé.
Coerente con la sincerità del suo dettato l’autore si chiede “non so per quanto e perché scriverò versi”. Ma è la pagina stessa che risponde: c’è una “sola strada / che porta alla città di nuvola bianca / sull’alba”, mitico ed uranico luogo dove “profumano gli alberi di verde e di frutti / maturi”, dove “scorrono i fiumi / delle dolci parole”. Santamaria ha il sangue contaminato dalla follia dei poeti, gli occhi aguzzi sulle mutevoli forme del mondo, e questa strada non potrà che percorrerla, fino in fondo, ascoltando l’eco “dei giorni sulle stoppie” e “degli spiriti nel vento” e sentire il dovere, parola per parola, di ridarcene la voce e il colore.

Alfredo Rienzi

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.