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Questo
libro di Franco Santamaria, edito da Kairòs di Napoli, si presenta
come un ulteriore, necessario tassello dell’attività poetica di
questo personaggio sempre in bilico tra pittura e scrittura.
La poesia di Santamaria, dice Nando Vitali nel retro di copertina, è
una “materia viva di una conversazione lunga e appassionata. A volte
dolorosa, a volte esplosiva”. E, altrove, Antonio Spagnolo,
nell’introduzione, nota con acutezza le “dissonanze di un diario” e
la “sincerità del dettato”.
Realmente Santamaria, in quest’opera, riattinge alle forze più
coraggiose, e direi intransigenti, della poesia tardo novecentesca:
poesia di indignazione, di sacra ira, di protesta. I nomi che più
vengono in mente sono quelli di Franco Fortini, di Roberto Roversi,
di Pier Paolo Pasolini e di un autore ancora non giustamente
valutato, Francesco Graziano, editore, poeta e critico cosentino
recentemente scomparso.
La poesia di Santamaria è intessuta da una visione fortemente
plastica, drammatica della vita, che non sta a rimpiangere un
eventuale, ipotetico passato edenico, ma che sta a lottare giorno su
giorno per creare un mondo diverso, privo di ingiustizie. Il tessuto
narrativo di Santamaria (narrativo, perché, non ci dimentichiamo che
Santamaria, oltre che pittore e poeta è anche narratore, e di quale
spessore!) è raggrumato di immagini forti, di macchie ruvide di
colori su una stoffa increspata, su un tappeto che dà l’idea di
essere un antico tappeto di grandissimo pregio ma orrendamente
deturpato dalla cattiveria degli uomini.
L’impressione che si ha, ad una prima, una seconda ed una terza
lettura di “Radici Perdute”, è proprio questa: che l’uomo, invece di
vivere in armonia col Creato, non sembra riuscire a fare altro che a
gettare sassi contro il prossimo, a spremere sudore, a fare
schizzare sangue. Innumerevoli i riferimenti alle guerre, agli
albori di un terzo millennio che purtroppo nulla ha di nuovo
rispetto a quelli precedenti.
Così scorrono immagini dolorose e raccapriccianti quali “santuario
violato”, “movimento asincrono e blasfemo”, “criminali volontà delle
guerre”, “venti incrocianti proiettili liquidi / di sangue”.
Così, appare al lettore una svolta l’ultima poesia “Per sentieri
sassosi” prima del canto finale, corale.
Santamaria, tutto rivolto al futuro, sogna di raggiungere “la meta
della casa infinita / con passo di pellegrino per sentieri sassosi /
Quanto vissuto non più mi sarà di pianto / o di vergogna, di sprone
alla lotta / nelle brevi speranze”. Per quanto si aggrappi soltanto
“alla luce dell’idea”, per quanto senta l’incalzare del tempo e il
disastro dei “fogli ingialliti” e delle “croste di immagini
ferrose”, qualcosa lascia trasparire, pur nella crudezza delle
immagini, l’eccezionale slancio della performance corale “l’assurda
parola”:
“Guerra guerra / maledetta sia la guerra / maledetti tutti quelli
che vogliono la guerra”.
Ricorda da presso il Giovanni Testori del Macbetto che ripeteva:
“Merda, sangue, merda. / Cos’è la guerra? / sia che svincia / sia
che sperda / Merda. Sangue, merda”.
“Maledetti tutti quelli che vogliono la guerra / per assoggettare
gli altri / maledetti tutti quelli che vogliono la guerra / per
saccheggiar la Terra”.
Con questa, e altre invettive, termina questo libro lucidissimo e
inquieto, un vero e proprio pugno nello stomaco per le coscienze
addormentate, un balsamo per chi, come tanti, vive, soffre e lavora
giorno per giorno per cercare di cambiare il mondo.
Paolo
Ragni
Firenze, maggio 2010
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