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Le 36 poesie
raccolte in questo volume hanno un effetto travolgente, simile a
quello che un pieno fiume impazzito oppure un maremoto possono
provocare. Questa opera è una fortissima e coraggiosa denuncia del
malessere esistenziale e sociale del nostro inquietante mondo che
avvolge ogni angolo della nostra quotidianità, l’anima di ciascun
individuo. È un messaggio universale, penetrante, a volte doloroso,
a volte esplosivo, per far scuotere l’umanità che sembra di aver
perso ormai tutti i valori morali, per non lasciarla travolgere dal
fango presente che non riguarda soltanto l’area dell’Italia.
Le fortemente suggestive immagini proiettate dalle poesie scuotono
il lettore, penetrano nel profondo più celato dell’anima umana
producendo forti colori, luci contrapposte all’oscurità.
Nei versi il poeta e pittore Santamaria, tramite le parole della
natura simboleggiante, descrive la realtà odierna, l’uomo e tutto
ciò di cui egli è responsabile e noi diventiamo compagni di viaggio
delle avventure dell’ego, in cui gli elementi della
natura come albero, radici, pioggia, vento, fiume, pietra, i rapaci
con i loro attributi rappresentano l’uomo ed inevitabilmente veniamo
coinvolti con un lungo, appassionato colloquio che è a volte
doloroso, esplosivo, a volte disperato o invocativo.
Questa raccolta è anche un viaggio nell’anima del poeta attraverso
cui esploriamo il suo mondo interno influenzato da quello esterno.
Un duplice viaggio, un’esplorazione doppia nelle dimensioni
spirituali e reali collegate con espressioni e visioni simboliche in
cui echeggiano i rumori del male della civiltà, l’oggetto di
denuncia. In questo viaggio emerge anche la figura del poeta
ambientalista e pacifica.
Questo volume non può essere letto di un fiato. Bisogna fermarsi
dopo ogni riga, dopo ogni intera poesia e rileggere, riflettere in
profondità. Ogni singola parola di ogni singola poesia ha il suo
grave peso, quindi non si può, ed è impossibile, sorvolare il loro
contenuto, il loro messaggio che sono frutti di un poeta saggio, di
grande intelletto. Leggiamo:
«Che senso lasciare un angolo alla pietà
se insistiamo a spezzare
i colori dell’arcobaleno
e strappiamo
gli steli incolpevoli dei campi,
se spingiamo il mostruoso rettile
su vie non nostre
e ci scaldiamo a roghi d’alberi
smembrati e profughi?
Le nostre mani informiamo a missili vulcanici
a pietre avvolte nel sangue dei deboli fiori
e dei corpi scannati al grande macello
nel sangue delle piccole chimere prostituite.
Alle nostre vite adattiamo organi strappati
a grappoli di orfana solitudine.
Più non c’è pietà
non c’è pietà
se con le nostre mani nutriamo un dio rapace
se mostri siamo divenuti, come lui!»
Nonostante lo sdegno e la densa drammaticità, percepiamo anche un
po’ di spiraglio di speranza: «C’è una sola strada/ che porta alla
città di nuvola bianca/ sull’alba», dove «profumano gli alberi di
verde e di frutti/ maturi» e «scorrono i fiumi/ delle dolci
parole»...
Melinda B.
Tamás-Tarr
Osservatorio Letterario, Anno XIV, nn.73/74
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