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FRANCO SANTAMARIA

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RADICI PERDUTE

 
 

 

L’AntiTirteo Franco Santamaria in “Radici Perdute”
Gian Domenico Mazzocato

 

Tirteo, come narra un ruvido mito, era un povero maestro, dai movimenti maldestri per via di una gamba claudicante. Un giorno gli Spartani, in piena crisi militare, chiesero aiuto ad Atene che inviò, in segno di sfregio, proprio il miserabile Tirteo. Il quale però seppe alzare un canto così veemente che incitò alla riscossa vittoriosa. Cantava e diceva che «Per un uomo valoroso è bello cadere morto / combattendo in prima fila per la patria».
Quando, dopo una vorace, talora frenetica lettura ho chiuso le “Radici Perdute” di Franco Santamaria, nello slancio di una moderna mail elettronica gli ho scritto: “Hai una tua strada all’autobiografia (all’autobiografismo, se preferisci) che si fa racconto e, di volta in volta, filastrocca, nenia, canzone, invettiva”. Precisavo -con dovuta e professorale diligenza- come trovassi che “sia opera alta, di grande impegno civile e nutrita di classicità”. Chiave sufficiente a dire il coinvolgimento emotivo, ma non a spiegare.
Ed ecco qui il nostro maestro inviato in aiuto ai Lacedemoni: mi sono trovato a pensare a Franco Santamaria come ad un Tirteo rovesciato. Alla lista di generi (o sottogeneri) di quella mail sento di dover aggiungere l’elegia, quella alta, di intonazione civile, di rigoroso piglio morale.
L’AntiTirteo/Santamaria suona il tamburo sommesso della voglia di pace, della fine della violenza, della serenità che deve farsi fiume e travolgere. Benefico travolgimento: oggi si parla molto di radici perdute e di voglia di trovarle.
Ma Santamaria gioca con l’ambiguità. Queste sono radici autentiche (non le astratte e spesso discutibili radici culturali), quelle che frugano il terreno, elaborano stille di humus, diventano linfa. Se le perdiamo, se si spezzano, se qualcuno le tronca, se incontrano un terreno poco fertile, se…: mi viene in mente tutto il catalogo di situazioni nella parabola evangelica del seme che trova terreno più o meno fecondo.
Se accade tutto questo, noi inaridiamo.
Nella convulsione mediatica il poeta di Tursi riscopre la forza battente della filastrocca che si fa documento poetico in molti luoghi e soprattutto in Non gode la morte, con la severa, ineludibile ripresa di È sangue… Fino a concludere con la negazione di un antidio: non amo il dio che annera la luce. La corrobora, Santamaria, col suo linguaggio scabro e alluvionale.
Che è utile, funzionale. Dimidiato infatti tra tensione civile e riflusso nel privato, Santamaria nutre la sua autobiografia con la missione di una quotidianità che vorrebbe farsi urlo ed è condannata (condanna di tutti gli intellettuali e del loro cosiddetto impegno) a sopravvivere come voce fioca, eco di un risuonare più profondo e remoto.
Eco”: parola chiave nella poetica di Santamaria. Più volte usata in altre sillogi (fin nel titolo: Storie di echi, Echi ad incastro), torna qui nella intestazione e nel corpus di una lirica bella e notturna. Gli echi recano la condanna della loro stessa natura, sono lontani e confusi. Il poeta non può chiedere loro un chiaro segno. Questo è l’itinerario segnato della autobiografia/autobiografismo di Santamaria.
Autobiografia e autobiografismo sono due concetti complementari ma non equivalenti: il primo allude al semplice narrare di sé (nei modi del romanzo, del poema, della canzone o, come qui, della silloge poetica), il secondo alla tensione ideale verso la ricerca di un paradigma che coincide con la propria sfera esperienziale e la voglia di comunicarla agli altri.
Qui il cerchio si chiude perché questo desiderio di comunicazione è esattamente il cercare (e trovare, se possibile) gli echi su cui si innerva la poetica di Santamaria: operazione perfino impietosa, a pensarci, ma dovuta.
Perché quel che resta/ è scoria.
Ma va osservato che il poeta esplora anche questo margine residuale, questa frangia che è terra di nessuno (o magari di tutti, che è in fondo la stessa cosa), ha uno sguardo anche per ciò che è scoria.
Tirteo infatti è zoppo e sa che le battaglie si combattono con difficoltà, con dolore.
Mai nel fulgore della forza. Come si dice: non le combattiamo mai quando vorremmo, quando ci sentiamo particolarmente forti, vaccinati a tutti gli assalti del destino, quando avvertiamo nella nostra anima un baluardo incrollabile.
Ed è emozionante seguire Santamaria in questo urlo di dolore dove tutto è scoria: lo stilema con cui apre molte strofe, in ordine sparso, suggerisce Potrei… (Potrei ascoltare il palpito delle lacrime -felicissima sinestesia- oppure Potrei contare le scaglie dei marmi). In questo potere condizionato (si noti che la poesia di Santamaria è tutta nei suoi sensi e il suo Potrei allude sempre all’esercizio della vista, del tatto, dell’odorato) è lo spazio di una poesia/racconto che non si sottrae a nessuna responsabilità e tutto osserva. Tutto analizza, tutto passa al setaccio.
Con facile gioco di parole potrei transitare da “scoria” a “storia”. Ma è l’AntiTirteo/Santamaria a chiamare il passaggio, a dettarne i tempi e i modi, a spiegarne il ritmo.
Direi così: una epopea del soffrire quotidiano. Che nel momento in cui comunica con altri (appunto: trova echi) alza robusta l’elegia della voglia di vivere.
Della luce lontana. Che esiste, di sicuro esiste.

Gian Domenico Mazzocato
Treviso, ottobre 2009

 

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