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Tirteo,
come narra un ruvido mito, era un povero maestro, dai movimenti
maldestri per via di una gamba claudicante. Un giorno gli Spartani,
in piena crisi militare, chiesero aiuto ad Atene che inviò, in segno
di sfregio, proprio il miserabile Tirteo. Il quale però seppe alzare
un canto così veemente che incitò alla riscossa vittoriosa. Cantava
e diceva che «Per un uomo valoroso è bello cadere morto /
combattendo in prima fila per la patria».
Quando, dopo una vorace, talora frenetica lettura ho chiuso le “Radici
Perdute” di Franco Santamaria, nello slancio di una moderna mail
elettronica gli ho scritto: “Hai una tua strada all’autobiografia
(all’autobiografismo, se preferisci) che si fa racconto e, di volta
in volta, filastrocca, nenia, canzone, invettiva”. Precisavo
-con dovuta e professorale diligenza- come trovassi che “sia
opera alta, di grande impegno civile e nutrita di classicità”.
Chiave sufficiente a dire il coinvolgimento emotivo, ma non a
spiegare.
Ed ecco qui il nostro maestro inviato in aiuto ai Lacedemoni: mi
sono trovato a pensare a Franco Santamaria come ad un Tirteo
rovesciato. Alla lista di generi (o sottogeneri) di quella mail
sento di dover aggiungere l’elegia, quella alta, di intonazione
civile, di rigoroso piglio morale.
L’AntiTirteo/Santamaria suona il tamburo sommesso della voglia di
pace, della fine della violenza, della serenità che deve farsi fiume
e travolgere. Benefico travolgimento: oggi si parla molto di radici
perdute e di voglia di trovarle.
Ma Santamaria gioca con l’ambiguità. Queste sono radici autentiche (non
le astratte e spesso discutibili radici culturali), quelle che
frugano il terreno, elaborano stille di humus, diventano linfa. Se
le perdiamo, se si spezzano, se qualcuno le tronca, se incontrano un
terreno poco fertile, se…: mi viene in mente tutto il catalogo di
situazioni nella parabola evangelica del seme che trova terreno più
o meno fecondo.
Se accade tutto questo, noi inaridiamo.
Nella convulsione mediatica il poeta di Tursi riscopre la forza
battente della filastrocca che si fa documento poetico in molti
luoghi e soprattutto in Non gode la morte, con la
severa, ineludibile ripresa di È sangue… Fino a concludere
con la negazione di un antidio: non amo il dio che annera la luce.
La corrobora, Santamaria, col suo linguaggio scabro e alluvionale.
Che è utile, funzionale. Dimidiato infatti tra tensione civile e
riflusso nel privato, Santamaria nutre la sua autobiografia con la
missione di una quotidianità che vorrebbe farsi urlo ed è condannata
(condanna di tutti gli intellettuali e del loro cosiddetto impegno)
a sopravvivere come voce fioca, eco di un risuonare più profondo e
remoto.
“Eco”: parola chiave nella poetica di Santamaria. Più volte
usata in altre sillogi (fin nel titolo: Storie di echi,
Echi ad incastro), torna qui nella intestazione e nel corpus
di una lirica bella e notturna. Gli echi recano la condanna della
loro stessa natura, sono lontani e confusi. Il poeta non può
chiedere loro un chiaro segno. Questo è l’itinerario segnato
della autobiografia/autobiografismo di Santamaria.
Autobiografia e autobiografismo sono due concetti complementari ma
non equivalenti: il primo allude al semplice narrare di sé (nei modi
del romanzo, del poema, della canzone o, come qui, della silloge
poetica), il secondo alla tensione ideale verso la ricerca di un
paradigma che coincide con la propria sfera esperienziale e la
voglia di comunicarla agli altri.
Qui il cerchio si chiude perché questo desiderio di comunicazione è
esattamente il cercare (e trovare, se possibile) gli echi su cui si
innerva la poetica di Santamaria: operazione perfino impietosa, a
pensarci, ma dovuta.
Perché quel che resta/ è scoria.
Ma va osservato che il poeta esplora anche questo margine residuale,
questa frangia che è terra di nessuno (o magari di tutti, che è in
fondo la stessa cosa), ha uno sguardo anche per ciò che è scoria.
Tirteo infatti è zoppo e sa che le battaglie si combattono con
difficoltà, con dolore.
Mai nel fulgore della forza. Come si dice: non le combattiamo mai
quando vorremmo, quando ci sentiamo particolarmente forti, vaccinati
a tutti gli assalti del destino, quando avvertiamo nella nostra
anima un baluardo incrollabile.
Ed è emozionante seguire Santamaria in questo urlo di dolore dove
tutto è scoria: lo stilema con cui apre molte strofe, in ordine
sparso, suggerisce Potrei… (Potrei ascoltare il palpito
delle lacrime -felicissima sinestesia- oppure Potrei contare
le scaglie dei marmi). In questo potere condizionato (si noti
che la poesia di Santamaria è tutta nei suoi sensi e il suo Potrei
allude sempre all’esercizio della vista, del tatto, dell’odorato) è
lo spazio di una poesia/racconto che non si sottrae a nessuna
responsabilità e tutto osserva. Tutto analizza, tutto passa al
setaccio.
Con facile gioco di parole potrei transitare da “scoria” a “storia”.
Ma è l’AntiTirteo/Santamaria a chiamare il passaggio, a dettarne i
tempi e i modi, a spiegarne il ritmo.
Direi così: una epopea del soffrire quotidiano. Che nel momento in
cui comunica con altri (appunto: trova echi) alza robusta l’elegia
della voglia di vivere.
Della luce lontana. Che esiste, di sicuro esiste.
Gian
Domenico Mazzocato
Treviso, ottobre 2009
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