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FRANCO SANTAMARIA

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RADICI PERDUTE

 
 

 

"Radici Perdute" di Franco Santamaria
Annalisa Macchia

 

Davvero intensa e sofferta questa raccolta di testi poetici di Franco Santamaria; un vorticare rapido e irrequieto di immagini e metafore sanguigne. Mi richiamano alla mente un accidentato torrente di montagna che, di balza in balza, caricandosi di argille, detriti o qualunque cosa abbia incontrato nel percorso, con il suo flusso diseguale si rovescia rumorosamente verso la pianura. Rari i momenti in cui lo scorrere si fa meno irruente o si placa raccogliendosi in polla tra le pietre, prima di riprendere la corsa. L’urgenza del dire trabocca ad ogni pagina.
Eppure il titolo del libro Radici Perdute sembrerebbe suggerire ben altre immagini. Giustamente Alfredo Rienzi, nella prefazione del volume, mette in guardia il lettore sulla pluralità di significato di questo titolo: […] Perduta è la radice di una storia collettiva […] Perduta è la radice della propria vicenda individuale[…] Perduta anche quella radice che solo al buio dà ancora voce di sé, “confusa a quella delle cose” a portare “il ricordo dei nostri rami” e “il delirio amoroso delle foglie di primavera” […].
Nel corso della lettura le perdute radici, scavalcato ormai il loro significato primario, si ramificano in vere e proprie foreste di simboli, costituendosi in un universo percepito come confuso e incoerente, da cui – Baudelaire docet - il poeta cerca di trarre armonia, decifrando tutte le corrispondenze (suoni, profumi, colori) che in esso convivono.
In questa ricerca di comprensione si illuminano segreti moti della coscienza e si acutizza un diffuso malessere esistenziale, ma resta fermo il profondo attaccamento alla vita (che non esclude dolore, guerra, morte); anzi la voce poetica diviene tanto più incisiva e convincente quanto più è forte lo sdegno nei confronti di una società impazzita, come appare dall’incipit della lirica Doppiezza: “Che senso lasciare un angolo alla pietà/ se insistiamo a spezzare/ i colori dell’arcobaleno/ e strappiamo/ gli steli incolpevoli dei campi,/ se spingiamo il mostruoso rettile/ su vie non nostre/ e ci scaldiamo a roghi d’albero/ smembrati e profughi?”.
Come fuochi d’artificio esplodono tra le parole della sua visionaria poesia colori e turbini di figure fantastiche, rivelatrici di una grande familiarità con il linguaggio pittorico. Santamaria gioca sapientemente con le parole come con i pennelli e, insieme a ciò che vuole rappresentare, sa incidere nei versi luci ed ombre. Ad oscure catene costruite con tinte macchiate di sangue e di fuoco “le ali degli uccelli sanguinari”, “catena di paura e di sangue”, “e termina in vuoto confine di cielo e di fuoco”, “sarà breve la corsa del fuoco verso le strade del sangue”… fanno da controcanto, qua e là, irrinunciabili barbagli di luce, necessari all’animo umano come il cibo per il corpo “in giochi pirotecnici di luce”, “luce stellare”, “cristallo di bianca luna”, “riverbero di campi”
Poesia dopo poesia, si fa strada così, in questo personalissimo universo, un annuncio forte e chiaro. A chi si prende l’impegno di leggere attentamente Radici Perdute, non potrà sfuggire. Con gratitudine verso l’autore che, non cedendo alle lusinghe della rassegnazione e del silenzio, ci permette di penetrare il suo animo, concludo con alcuni significativi versi della lirica finale L’assurda parola (performance corale): - guerra, guerra/ maledetta sia la guerra/ maledetti tutti quelli che vogliono la guerra –

Annalisa Macchia
Firenze, 10.9.2009
 

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
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