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FRANCO SANTAMARIA

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RADICI PERDUTE

 
 

 

Note a “Radici Perdute” di Franco Santamaria
Calogero Di Giuseppe

 

Forse, per l’essere umano, le radici si sono perdute con la disubbidienza a Dio di Eva e Adamo. Ma l’attuale “ciurma” che popola la Terra, delle radici non ha più neanche l’immaginazione. Ecco perché lo sfogo “fisico-intellettuale” di questo tormentato autore di “Radici Perdute” è appassionante e ci fa riflettere. La scarsa presenza di segni di interpunzione, e i versi liberi e sciolti, ben si accoppiano con lo stato d’animo del Poeta, che canta a “suon di metafore”, e spilli pungenti di verità, tutta l’amarezza del mondo in cui viviamo. Non è il pessimismo leopardiano, ma la conclusione è sempre la stessa: siamo nati per soffrire e piangere. L’autore è sconvolto per l’agire degli uomini nel caos quotidiano. Non vuole e non sa rassegnarsi, perché sa che si potrebbe vivere serenamente, se l’Uomo non fosse, per sua natura, illogicamente irreparabilmente egoista.
L’autore immagina che “Nemmeno la morte gode di tutte/ queste stragi...”. Di fatto questa “signora”, incorruttibile e incontaminata, senza volto e impercettibile ai sensi dei mortali, è la vera dominatrice dei viventi, zombie che si muovono invano. Leggasi “In questa giungla” e gli altri testi che si riferiscono alla Morte, come “Per i morti di guerra”. La frenetica società contemporanea non ricorda più gli eroi di guerra sui “campi di carne e di frumento”. Negli “Echi di mare” l’autore, guardando la schiuma del fragoroso eterno moto del mare, si chiede il perchè della vita... e chiede la risposta ad una conca scavata col piede nella sabbia. La cerca nel testo “Al buio” la spiegazione, con la stessa metafora, in solitudine, con il nostalgico desiderio dell’altro ramo della propria croce. La solitudine, vero cancro dell’Homo sapiens, è ‘cantata’ anche nel testo “Statua supina”, come estremo male del vivere. “Vento-idea”: la violenza veritiera delle idee passa dalla speranza dello sposalizio al travaglio infinito della vita. “Gli esami non finiscono mai”, ci insegna Edoardo De Filippo. Come i mali, possiamo aggiungere.
Tutto il libro è un susseguirsi di metafore, speranze, delusioni, desideri, timori e altri sentimenti... come un fiume in piena, dopo un uragano, che travolge l’attento lettore nella attesa del rash finale. Un vero diluvio sconvolge l’animo ‘senza pace’ del Santamaria. Cantore della nostra epoca.
L’eccelso recanatese aveva intuito, sin da ragazzino, che il vivere su questa terra è cosa inutile e durissima. “Un folle sperare”. Ora, nella senilità, all’autore gli sembra che “... sono finiti i sogni della colomba” nel terzo millennio. “cavalchiamo una bestia rapace/ e del suo fetore di sangue/ avvolgiamo la nostra anima”.
Il Santamaria sottolinea in tutta l’opera l’esistenza della Morte, che come il passaggio dell’essere affonda le radici, “giorno per giorno”, individuandole, anche, sul nostro pianeta. Una vera e spietata analisi del comportamento umano. In “Bambini d’occidente”, l’autore constata con amarezza, un brutto esempio che i “Bambini sentono vedono schiumare/ fiumi d’odio tra sponde prossime/ ad annegare.../” fra gli artigli dei Rapaci.

Calogero Di Giuseppe
Pioltello, 28 Settembre 2009


 

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.