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Forse,
per l’essere umano, le radici si sono perdute con la disubbidienza a
Dio di Eva e Adamo. Ma l’attuale “ciurma” che popola la Terra, delle
radici non ha più neanche l’immaginazione. Ecco perché lo sfogo
“fisico-intellettuale” di questo tormentato autore di “Radici
Perdute” è appassionante e ci fa riflettere. La scarsa presenza di
segni di interpunzione, e i versi liberi e sciolti, ben si
accoppiano con lo stato d’animo del Poeta, che canta a “suon di
metafore”, e spilli pungenti di verità, tutta l’amarezza del mondo
in cui viviamo. Non è il pessimismo leopardiano, ma la conclusione è
sempre la stessa: siamo nati per soffrire e piangere. L’autore è
sconvolto per l’agire degli uomini nel caos quotidiano. Non vuole e
non sa rassegnarsi, perché sa che si potrebbe vivere serenamente, se
l’Uomo non fosse, per sua natura, illogicamente irreparabilmente
egoista.
L’autore immagina che “Nemmeno la morte gode di tutte/ queste
stragi...”. Di fatto questa “signora”, incorruttibile e
incontaminata, senza volto e impercettibile ai sensi dei mortali, è
la vera dominatrice dei viventi, zombie che si muovono
invano. Leggasi “In questa giungla” e gli altri testi che si
riferiscono alla Morte, come “Per i morti di guerra”. La frenetica
società contemporanea non ricorda più gli eroi di guerra sui “campi
di carne e di frumento”. Negli “Echi di mare” l’autore, guardando la
schiuma del fragoroso eterno moto del mare, si chiede il perchè
della vita... e chiede la risposta ad una conca scavata col piede
nella sabbia. La cerca nel testo “Al buio” la spiegazione, con la
stessa metafora, in solitudine, con il nostalgico desiderio
dell’altro ramo della propria croce. La solitudine, vero cancro
dell’Homo sapiens, è ‘cantata’ anche nel testo “Statua supina”, come
estremo male del vivere. “Vento-idea”: la violenza veritiera delle
idee passa dalla speranza dello sposalizio al travaglio infinito
della vita. “Gli esami non finiscono mai”, ci insegna Edoardo
De Filippo. Come i mali, possiamo aggiungere.
Tutto il libro è un susseguirsi di metafore, speranze, delusioni,
desideri, timori e altri sentimenti... come un fiume in piena, dopo
un uragano, che travolge l’attento lettore nella attesa del rash
finale. Un vero diluvio sconvolge l’animo ‘senza pace’ del
Santamaria. Cantore della nostra epoca.
L’eccelso recanatese aveva intuito, sin da ragazzino, che il vivere
su questa terra è cosa inutile e durissima. “Un folle sperare”. Ora,
nella senilità, all’autore gli sembra che “... sono finiti i
sogni della colomba” nel terzo millennio. “cavalchiamo una
bestia rapace/ e del suo fetore di sangue/ avvolgiamo la nostra
anima”.
Il Santamaria sottolinea in tutta l’opera l’esistenza della Morte,
che come il passaggio dell’essere affonda le radici, “giorno per
giorno”, individuandole, anche, sul nostro pianeta. Una vera e
spietata analisi del comportamento umano. In “Bambini d’occidente”,
l’autore constata con amarezza, un brutto esempio che i “Bambini
sentono vedono schiumare/ fiumi d’odio tra sponde prossime/ ad
annegare.../” fra gli artigli dei Rapaci.
Calogero
Di Giuseppe
Pioltello, 28 Settembre 2009
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