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Sono le tante
“Radici perdute” quelle che l’io di Franco Santamaria
ha inteso proporre in questo suo nuovo testo. Composizioni che si
ricollegano ai suoi precedenti, di eguale ed altrettanta
“nostalgica” riflessione, sull’umano ed intimo che già si
enunciava, appunto, in “Se la catena si spezza”. Un filo conduttore
d’analisi su quanto vissuto e su gli strappi che l’hanno
emotivamente coinvolto nel cammino “migratore” più
volte intrapreso.
Una sorta di personale “libro d’appunti” che, man
mano, nella forma del “verso-poetico”, lo ha
accompagnato e razionalmente svelato nei subentrati vari stati
d’animo di quel “nuovo” vissuto. Poesia che mette
quindi in risalto non solo la partecipazione intimistica che ne è
conseguita, ma anche un altrettanto ed ulteriore “status”
di denuncia, che da attento osservatore ed analizzatore, non lo ha
reso esente dall’essere emotivamente partecipe di quanto accade nel
mondo. Situazione, questa ultima, dalla quale non può sottrarre sia
l’approfondimento che il porla all’altrui attenzione. Frutto, tutto
ciò, sia delle trasformazioni sociali ed antropologiche, che di
quanto giorno per giorno ha “macerato” la propria
appartenenza e condivisione alla collettività.
Natura, quindi, che già in altre liriche aveva assunto un valore
consequenziale allo “sradicamento” sia dagli affetti
che da quel tessuto sociale dei luoghi natii. Di questi ultimi,
però, non è più partecipativa la sottesa “nostalgia”, ma va ad
aggiungersi un approfondimento ed accostamento alle sempre più
evidenti contraddizioni e contese tra esseri umani. Ed allora, ecco
che la “parola” si trasforma in questo testo in una
sorta di “metafisico simbolismo” che, nella
significazione esoterica, rende sempre più valore alle definizioni,
tali da giungere ai cuori ed alle menti, nel desiderio-speranza di
tradursi in un afflato di eguale sentimento di ribellione.
Poesia, questa, più di valore “sociale” rispetto alle
precedenti, ma egualmente portatrice di un valore descrittivo e di
quelle sensibilità già evidenti che gli derivano dalla propensione
alla “pittoricità” narrativa. Piccole schegge di
pensieri che si delineano man mano che si percorrono queste
“sue radici”. Sogni e realtà che mostrano contorni di
emotività e si traducono, poi, nel descrittivo percorso d’immagini
mai distaccate dal valore e riflessione “concettuali”.
Tali che Santamaria non può tralasciare di perseguirli attraverso
un’intima partecipazione, che si ramifica sempre più e ha necessità
di “germogliare” per proporsi all’attenzione; quasi a
voler fermare il tempo e mostrare la propria presenza. Ed allora,
ecco che quel simbolismo può divenire un ramo, un frutto, o un luogo
dove « scorrono i fiumi »; reali o della memoria e
tali da rinnovare la parola ed assegnarle un valore più umanizzato,
in attesa appunto che termini il «… non umano di tempeste e di
valanghe » e che « …uccelli sanguinari », che
tracciano come «… morte-rapace » «…. le rovine agli ultimi
palpiti », non siano più un «… unico segno nero
dell’odio dei mostri ». Afflati di attese speranze, questi,
che cercano spiagge di «… puro diamante » e non più
«… cloache di sole stinto nel gas nucleare ». Desiderio
oltremodo di fermare il tempo alle “radici”; di
ritornare agli echi delle «… note alla luna », che
scoprivano «… sogni tra i pampini » e «….
delirio di amore e paura ». Valori che ridiano soprattutto a
questa nostra «… terra gonfia di solitudine e di sangue »
una «… speranza di seme che sbocci in un’alba felice ».
Poesia di evocazioni e riflessioni, quindi, che traversa «…
sentieri sassosi » ma che vuole, mediante la rievocazione
delle radici proprie e collettive, riaffermare una personale
presenza di memoria e di coerente resistenza ad una latente
rassegnazione. Lo fa pur chiedendosi se e fin quando riuscirà a
scrivere con il “verbo” i propri versi, ma ben sapendo
intimamente che non potrà esimere l’intimo della propria coscienza a
perseguire questo percorso di vita. Quello che nasce da
“radici” che hanno avuto ed avranno necessità d’essere
rivisitate e vissute sempre.
Aurelio De
Rose
Roma, 4 dicembre 2009
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