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Possente
testimonianza artistica, quest’ultima opera di Franco Santamaria (Radici
Perdute, Kairòs, Napoli 2009). Poesia pittorica e scultorea,
fatta di parole che si fanno scavo abissale, ma anche suono sommesso
in un vorticoso movimento circolare che abbraccia la storia
dell’uomo, dalle sue origini, a partire da quel “rettile innocente”.
Acquisito totalmente il reale, dove anche la morte è privata del suo
ruolo naturale di spegnere la vita (dato che in questa tragedia
cosmica non v’è vita); dove anche la memoria svanisce come svaporare
di nuvola, resta solo il bagliore dell’idea “della casa infinita”
(la dimensione ultraterrena) a gettare un tenue barlume sulla
tetraggine di uno scenario, dove la coscienza langue, dove la
barriera da contrapporre al male non esiste (“non c’è urto d’onda/
.../ ... che dall’origine/ s’alzi/ a fermare il cammino verso la
fine”), dove la redenzione dell’uomo è resa impossibile
dall’inesistenza di un codice etico, quella “forza del giorno
intelligente e vivo”, quel giardino dell’Eden, donde l’uomo fu
cacciato per un destino di morte.
Pochi percepiscono la responsabilità personale della connivenza col
male: “Sono pochi gli umani di pace/ a filtrare veleni di morte dal
sangue”. Pochi vedono in se stessi la radice del male, l’ambiguità
che rende futile, o, meglio, ipocrita, la compassione, dato che la
parola è smentita dalle azioni distruttive, di piccola e grande
portata.
Distruggiamo la bellezza e la natura, distruggiamo i nostri simili
sul nascere e noi stessi; mercanteggiamo i nostri sogni, ci
adattiamo ad ogni turpitudine: “Alle nostre vite adattiamo organi
strappati/ a grappoli d’orfane solitudini”.
Anche Eva è di fianco ad un Adamo glaciale, infruttuoso. Il ventre è
“impuro”. Il caldo abbraccio che sancisce l’amore e la continuità
del genere umano è sostituito dalle meccaniche di laboratorio.
Anche i bambini simulano nei giochi ciò che vedono: protagonismo e
lotte. Si abituano all’ “ovvieta” del male e i giovani vivono “nella
nebbia d’una falsa primavera”.
E l’odio rapace regna sovrano a ghermire tutte le forme di vita
superstiti, “colonie di farfalle”.
L’uomo alimenta col suo sangue la materia che a lui subentra. Esiste
esclusivamente un universo di plastica e cemento, di strumenti
elettronici (“spie luminose”). Tutto l’apparato che l’uomo ha
elaborato per proteggersi non fa che sottolineare, “segnalare”
l’ineluttabilità delle catastrofi.
Catastrofi naturali della terra, nella circolarità ineluttabile del
male, si associano alla tragedia umana (guerre, persecuzioni
razziali, ingiustizie sociali) e alla distruzione degli astri:
“regressi solari”, “luna anemica”, stelle fredde, senza fuoco, “alba
che svanisce”. Prevale il buio.
È una poesia di cose, questa, di nomi più che di verbi, perché
scarsa è l’azione, la volontà di azione in un mondo fossilizzato.
Tuttavia, all’apice di questa tragedia collettiva s’erge,
bellissima, la “statua supina”, di madreperla e d’avorio, dove soli
superstiti restano il sorriso, la memoria d’una voce che è suono
d’arpa , e l’evocazione del fiore di zagara a primavera.
Amore / dolore per una perdita, che un mirabile pudore accenna
appena (“pietra mortuaria”). Questa statua è, per contrasto, un inno
alla vita, dove dolcezza e amore sono i valori.
Abbracciamo con il poeta questa statua supina, accogliamola come un
messaggio di bellezza, come un invito alla dolcezza e all’amore
nella verità.
Abbracciamo il dolore, il nostro dolore e quello cosmico, uniti, con
un sorriso, senza rapacità.
Sostituiamo la luce del Vero alla cecità devastante e ritroveremo le
nostre radici.
Antonia
Chimenti
Toronto, 21 marzo 2010
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