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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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RADICI PERDUTE

 
 

 

Radici perdute o radici ritrovate?
Antonia Chimenti

 

Possente testimonianza artistica, quest’ultima opera di Franco Santamaria (Radici Perdute, Kairòs, Napoli 2009). Poesia pittorica e scultorea, fatta di parole che si fanno scavo abissale, ma anche suono sommesso in un vorticoso movimento circolare che abbraccia la storia dell’uomo, dalle sue origini, a partire da quel “rettile innocente”.
Acquisito totalmente il reale, dove anche la morte è privata del suo ruolo naturale di spegnere la vita (dato che in questa tragedia cosmica non v’è vita); dove anche la memoria svanisce come svaporare di nuvola, resta solo il bagliore dell’idea “della casa infinita” (la dimensione ultraterrena) a gettare un tenue barlume sulla tetraggine di uno scenario, dove la coscienza langue, dove la barriera da contrapporre al male non esiste (“non c’è urto d’onda/ .../ ... che dall’origine/ s’alzi/ a fermare il cammino verso la fine”), dove la redenzione dell’uomo è resa impossibile dall’inesistenza di un codice etico, quella “forza del giorno intelligente e vivo”, quel giardino dell’Eden, donde l’uomo fu cacciato per un destino di morte.
Pochi percepiscono la responsabilità personale della connivenza col male: “Sono pochi gli umani di pace/ a filtrare veleni di morte dal sangue”. Pochi vedono in se stessi la radice del male, l’ambiguità che rende futile, o, meglio, ipocrita, la compassione, dato che la parola è smentita dalle azioni distruttive, di piccola e grande portata.
Distruggiamo la bellezza e la natura, distruggiamo i nostri simili sul nascere e noi stessi; mercanteggiamo i nostri sogni, ci adattiamo ad ogni turpitudine: “Alle nostre vite adattiamo organi strappati/ a grappoli d’orfane solitudini”.
Anche Eva è di fianco ad un Adamo glaciale, infruttuoso. Il ventre è “impuro”. Il caldo abbraccio che sancisce l’amore e la continuità del genere umano è sostituito dalle meccaniche di laboratorio.
Anche i bambini simulano nei giochi ciò che vedono: protagonismo e lotte. Si abituano all’ “ovvieta” del male e i giovani vivono “nella nebbia d’una falsa primavera”.
E l’odio rapace regna sovrano a ghermire tutte le forme di vita superstiti, “colonie di farfalle”.
L’uomo alimenta col suo sangue la materia che a lui subentra. Esiste esclusivamente un universo di plastica e cemento, di strumenti elettronici (“spie luminose”). Tutto l’apparato che l’uomo ha elaborato per proteggersi non fa che sottolineare, “segnalare” l’ineluttabilità delle catastrofi.
Catastrofi naturali della terra, nella circolarità ineluttabile del male, si associano alla tragedia umana (guerre, persecuzioni razziali, ingiustizie sociali) e alla distruzione degli astri: “regressi solari”, “luna anemica”, stelle fredde, senza fuoco, “alba che svanisce”. Prevale il buio.
È una poesia di cose, questa, di nomi più che di verbi, perché scarsa è l’azione, la volontà di azione in un mondo fossilizzato.
Tuttavia, all’apice di questa tragedia collettiva s’erge, bellissima, la “statua supina”, di madreperla e d’avorio, dove soli superstiti restano il sorriso, la memoria d’una voce che è suono d’arpa , e l’evocazione del fiore di zagara a primavera.
Amore / dolore per una perdita, che un mirabile pudore accenna appena (“pietra mortuaria”). Questa statua è, per contrasto, un inno alla vita, dove dolcezza e amore sono i valori.
Abbracciamo con il poeta questa statua supina, accogliamola come un messaggio di bellezza, come un invito alla dolcezza e all’amore nella verità.
Abbracciamo il dolore, il nostro dolore e quello cosmico, uniti, con un sorriso, senza rapacità.
Sostituiamo la luce del Vero alla cecità devastante e ritroveremo le nostre radici.

Antonia Chimenti
Toronto, 21 marzo 2010

 

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.