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In questa
raccolta dal malinconico titolo “Radici perdute” incontriamo un uomo
ispirato, posseduto dalle Muse, che canta se stesso identificandosi
nelle mille sfaccettature attraverso cui la Natura gli appare:
albero dalle robuste radici e aeree fronde, sabbia fragile e grida
di gabbiani, brina e onde di fuoco….
Cacciato insieme a noi tutti dal paradiso terrestre - luogo magico
in cui non avremmo dovuto disobbedire alla divinità e cibarci dei
frutti dell’ albero della conoscenza - Santamaria non si arrende e
pretende di risvegliare ognuno di noi nel nostro giardino interiore
per poter condividere la magia che vi aleggia.
Un progetto simile non può di certo essere esplicitato con messaggi
evanescenti, per cui troviamo parole dure e aspre atte a rendere
palese la nostra situazione di disagio, di appartenenza a questa
realtà così cruda, pur essendo figli del cielo: non c’è più tempo
per cullarci nella dolce illusione che la Natura - madre benigna e
pia - possa consolarci e in qualche modo risolvere per noi la nostra
vita.
Il poeta legge ovunque i simboli della tragedia incombente, per cui
non lascia intentato un solo sprone verso la ricerca della Luce,
quella luce che diventa Verità nel cuore di che è in grado di
risvegliarsi.
Siamo tutti fratelli in questo bosco oscuro da cui dobbiamo uscire,
guardando oltre il lucido degli occhi quella realtà fatta “di sangue
dei bambini… sangue dei muratori… sangue dei poeti e degli artisti”.
Non è sufficiente sperare di trovare un qualsiasi sentiero per
ritornare a casa: è necessario sapere che la “partita truccata”
non ha un colpevole su cui poter scaricare la responsabilità, ma che
ognuno di noi è in grado di giocare la sua partita e vincerla se
riesce a conoscerne il codice segreto.
Come davanti a una scacchiera - dove ogni mossa delimita le
possibilità delle mosse seguenti - nella vita vince, si libera dalla
condizione umana, chi agisce secondo la legge, quella stessa che
Goethe definisce “l’eterna legge che fa fiorire la rosa e il
giglio”, ma che Santamaria ancora vive e non ama nella “forza
d’improvviso esplosa dal liquido potere delle acque…”.
Ecco dunque un virile canto circondato da un panorama realistico in
cui immagini di dolore, distruzione e catene senza fine non lasciano
sperare ad una risoluzione collettiva, ma prevedono un lento
distacco dal gruppo di appartenenza per un riscatto singolo nel
silenzio della propria interiorità, forse proprio attraverso l’arte.
Chicca
Morone
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