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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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RADICI PERDUTE

 
 

 

Le radici perdute di Franco Santamaria
Yvonne Carbonaro

 

I versi della raccolta “Radici perdute” composta da trentasei liriche di Franco Santamaria, pubblicata nel 2009 da Kairòs, risuonano oggi di sconvolgente attualità sia per la carica di denuncia sociale che sottolinea le condizioni in cui tanta parte dell’umanità versa, sia per il grido di dolore per le violenze perpetrate sulla natura, ma soprattutto per il forte slancio di ribellione nei confronti di tutte quelle volontà che trascinano alla guerra: “Maledetta sia la guerra, maledetti tutti quelli che vogliono la guerra”. Dopo le atrocità dei due grandi conflitti mondiali, nonostante tanti appelli alla pace di uomini avveduti, tanti propositi di fratellanza, il mondo attuale è continuamente in guerra: una guerra diffusa e permanente causata da pretesti sempre nuovi e nuove occasioni di conflitto, evidentemente funzionali a chi detiene il potere e a tutti quei signori della guerra che speculano e lucrano sull’altrui sofferenza.
Sono aspri i versi di Santamaria, esprimono nodi di nostalgia e strazio per le “radici perdute”: sradicamento di alberi e di uomini, alberi che “rovinano in frane senza radici”, esseri umani che vivono sradicati da quella madre terra che hanno stravolto e deturpato e sradicati anche dal senso di appartenenza ad un contesto umano solidale e fraterno. Al poeta non resta che sciogliere il suo canto di compassione per il tormento un‘umanità di profughi ridotta a “sfracellata decapitata smembrata carne” per “balene suicide” per “maree di cuccioli nudi nel nero cellofan della morte”. La sua poesia, come la sua pittura, non offre consolatorie immagini bucoliche, risuona piuttosto di echi epici, è epopea di -terribili sorti e regressive- potremmo dire parafrasando Leopardi, il cui pessimismo esprimeva sarcasticamente la percezione e l’anticipazione di un futuro per niente magnifico. Dopo quasi due secoli, attraversati da un crescendo di sangue e di orrori che non ha mai fine, Santamaria manifesta un pessimismo ormai disperato e disincantato. Ma l’uomo ha bisogno di sperare, di illudersi per andare avanti e dunque nella sua poetica si alternano all'amarezza barlumi di illusioni, desiderio di ritorno alle origini, alla terra dell’infanzia “per scoprirvi presenze ancora vive” e dove l’airone-emigrante vorrebbe riprovare il sapore della sua terra, rivedere l’arcobaleno e risentire i suoni delle ali in amore. Aneliti presto demoliti, azzerati dalla tragicità del reale e il poeta, angosciato, non può non chiedersi se ci sarà ancora “un’alba vogliosa di sole” dopo la cupa notte del dolore, se “potrà mai esserci ora di pace se i bambini vedono schiumare fiumi di odio?” se “ci saranno ancora nuovi alberi … e fiori uscenti da calici d’amore?”. Interrogativi universali, inquietudini che attraversano la mente e il cuore di ciascun uomo non devastato dall’avidità e obnubilato dall’indifferenza.

Yvonne Carbonaro


 

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.