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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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RADICI PERDUTE

 
 

 

Radici perdute: Una silloge di versi aspri
Yvonne Carbonaro

 

Franco Santamaria ci propone una silloge di versi aspri da cui affiorano nodi di sofferenza per le perdute radici, bandoli di malessere che si sciolgono in un canto di dolore per un‘umanità di profughi ridotta a “sfracellata decapitata smembrata carne”, per i morti di guerra vittime di criminali volontà, per la natura martoriata in cui il vento “brucia finanche le colonie di farfalle sugli alberi” e le dighe “rompono nella valle che dorme” e i monti “rovinano in frane senza radici”: sradicamento di alberi e di uomini espresso in corrusche immagini barocche che si mutano in “vele filigranate” e “angeli lucenti”…e “chimere prive d’ali” nell’affannosa ricerca di una spiaggia non più “approdo di balene suicide”, ma di “gabbiani che lasciano sulla sabbia orme gigliate”… “per scoprirvi presenze ancora vive” e dove l’airone-emigrante ritorna a riprovare il sapore della sua terra, a rivedere l’arcobaleno e a risentire i suoni delle ali in amore.
Una denuncia della catena atroce dei mali causati dall’umanità alla terra, agli alberi, alle farfalle, ai grandi ghiacciai, ma soprattutto a se stessa: homo homini lupus, escogita crudeli strategie di morte, strumenti di distruzione in un mondo dove non c’è più pietà. Metafisiche visioni nel ricordo dell’ultima goccia, dell’ultima foglia, dell’ultimo respiro, dopo che bombe, esplosioni, hanno trasformato in deserto di scorie luoghi che vibravano di “palpiti di alberi verdi”. E mentre bollicine e fuochi pirotecnici inneggiano alla speranza di albe felici, altrove larve di uomini si trascinano tra alti fili spinati e mercenari della morte imperversano là dove “la morte ha sistemato il suo scranno”.
Eppure in tanta angoscia emergono guizzi di speranza così che alla metafora della “bestia rapace” che “incide il passaggio nel più duro metallo / affonda spade nella memoria delle identità…” subentra, consolatoria, l’illusione di una “città di nuvola bianca” che è desiderio di pace e serenità e se, come dice Oscar Wilde –l’illusione è il più grande di tutti i piaceri- l’illusione crea piacere di vivere, speranza di felicità, attesa di “un’alba vogliosa di sole” dopo la cupa notte del dolore. “Ma potrà mai esserci ora di pace se i bambini vedono schiumare fiumi di odio?” si chiede angosciato il poeta nel suo tormentoso alternarsi di stati d’animo. “Ci saranno ancora nuovi alberi … e fiori uscenti da calici d’amore?” Anelito d’amore, dunque, bisogno di luce che cancelli il terribile buio di pianto e di vergogna causati da “quelli che vogliono la guerra”.

Yvonne Carbonaro
Napoli, fine 2009


 

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.