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Ascoltare
la voce che resiste fra l’oblio ed il ricordo sempre pronto a
donarsi e da questa prospettiva vedere l’esistenza dall’altro lato.
Proprio quello dove “perde” e ci si perde.
In tutto questo movimento sale il verso del poeta che dichiara
d’incidere tempo
patendo la sconfitta d’ogni appartenenza. Transito necessario verso
la libertà creativa.
“Radici perdute” è in grado di proporre al millenium
tertium questa idea-vento,
la quale ha già attraversato le anse del ‘900 ed ora è utile memento
per ricordare agli uomini che “nemmeno la morte gode di tutte
queste stragi”.
Esiste asprezza che cede in grado di evidenziare la nostra
contemporaneità alla vita nuda e semplice ed esiste pure sempre una
coralità attraversata dal dolore che non resta supinamente a
contemplare tutto ciò che programmaticamente diviene inesorabile.
Franco Santamaria questo riconosce e comunica.
L’uomo che su gli impervi cretti dell’immagine in digitale della
copertina del libro
sospinge il braccio destro verso la portanza del peso in rialzo, con
la leva della gamba
avrà la giusta spinta fisicamente pronta per l’inizo sfoglio del
lettore.
Uscito simbolicamente da una ferita egli entra nell’intensità delle
parole di poesia.
Dona inizio con il proprio fardello alla sua stessa storia.
Alberto
Mori
ottobre 2009
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