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Certamente stimolante è la lettura delle poesie di “Parola e
Immagine”. Come ho già detto altrove, l’arte di Santamaria si
caratterizza per un posizionamento originalissimo tra queste due
diverse forme di espressione: poesia e pittura. E difficile è
giudicare quale delle due sia più adatta ad esprimere certi concetti
e certe sensazioni. Caratteristica delle poesie di Parola e
Immagine è proprio questa, di essere correlata strettamente
all’immagine senza avere alcunché di didascalico, esplicativo o
coreografico. Si tratta di poesie che, per quanto agganciatissime
all’immagine, nulla hanno del mero accompagnamento, dell’esempio,
della spiegazione. Sono, cioè, poesie a tutto tondo. Così spesso
come non si può dire che in un’opera lirica sia migliore il libretto
o la musica, o in un film se sia migliore la colonna sonora o la
trama, altrettanto dicasi di queste poesie e del risultato di queste
realizzazioni.
Io direi, innanzitutto, che si estrapolano diversi temi, tutti
estremamente concentrati: il peso dell’esistere, con le sue
conseguenze in termini di dramma, di sofferenza, di disunità con il
mondo; il valore della speranza; il senso di un presente sempre in
bilico tra angoscia e sogni.
Certamente la scrittura di Santamaria non è di facile lettura,
attenta e circospetta come è. È bella, ma come i salmi dell’Antico
Testamento, richiede concentrazione, attenzione, intelligenza,
perché nasconde il succo sotto la scorza. E la scorza in Santamaria
è quella di un immaginare aspro e doloroso, è quello di blocchi di
idee, di colori, di sensazioni intense, squadrate.
Non voglio dire che il poeta non conosca le sfumature; se si volesse
banalizzare, potrebbe dirsi quindi che anche il pittore non le
conosce, orientato tutto com’è ad una pittura di valori, ad uno
slancio “cubista” che rende onirico anche il particolare più
realistico. Certo è che, invece, certe immagini-base di Santamaria
sono tagliate con la forza di un Michelangelo e si ripetono,
talvolta, con varianti che ne esprimono una cristallina chiarezza,
una limpidezza tutt’altro che chiaroscurale.
Ad esempio, l’insistenza sull’alba, presente in più testi; o
l’angoscia legata a un movimento privo di senso, quale quello
rappresentato da autostrade, corsie, treni. E, senz’altro, le
notazioni continue sul buio e sull’aridità, aspetti che tengono il
poeta lontanissimo da ogni facile ermetismo e al contrario
irriducibile ad ogni facile definizione geografica o contestuale.
Mi pare che Santamaria non abbia il timore a doversi sprofondare
negli abissi più insondabili e dolorosi, quelli rappresi dai fossili
(altro tema caro all’autore), alla terra nera e morta, al bruciare
senza vita dei vulcani. Questo coraggio non è solo un coraggio
esistenziale, è anche il coraggio di una precisa scelta radicata
profondamente e vivamente nella tradizione classica, latina e greca
in particolare. Non è qui il caso di sottolineare tutti i
riferimenti ai classici latini e greci (la nera terra, omerica e
non, è l’esempio più lampante, il ritmo movimentato e composto
rimanda molte volte direttamente all’esametro virgiliano). Mi preme
invece di notare come le notazioni storico-geografiche non abbiano
nulla di déjà vu, di accademico o di oleografico. Si tratta
di un paesaggio dell’anima interiorizzato con sollecitudine e
disinvoltura, senza alcun intellettualismo; così come un respiro,
non ce ne accorgiamo dell’esistenza, è un fatto del tutto naturale.
Certamente, il dolore della pietra, il frequente riferimento alla
croce, agli spazi vuoti composti di caverne, di canne, il dolore
degli agganci con realtà strazianti (gli alti fili spinati) sono
destinati a fare riflettere a lungo.
Santamaria non ci vuole né spaventare né ingannare. Santamaria,
senza tragedie ma con una speranza remota ma non perciò meno viva,
ci esprime con scioltezza una visione del mondo dove obiettivamente
si cammina tra ombre fumose, tra realtà moribonde, tra pianti, tra
lontananze, tra ferite. Non ci dice esattamente di quali ferite si
tratta. Ed è bene così, perché ognuno è padrone di meglio ritrovare,
tra queste fosse, tra questi proiettili, tra queste ossa, una
consistenza nuova, diversa, il senso personale di una propria
testimonianza.
Penso quindi che, più che accompagnare Santamaria in questa
obbligata discesa agli inferi, in questa notturna paura che vede la
violenza farsi Principe di questo mondo, occorra invece riflettere
sulle vie che ci indica per uscirne. Se è vero che il senso della
violenza sulla verginità è dominante in vari suoi testi, il valore
che ci presenta è quello della testimonianza sincera e disincantata,
ma non meno intensa e vissuta. Si tratta di piccole luci forse
disuguali e incerte, si tratta di sottili movimenti delle nuvole, si
tratta di spazi ancora inviolati dove non arrivino il sangue, la
terra, il dolore.
Pensiamo un attimo a una dichiarazione così potente eppure così
chiara, nient’affatto meditata, nient’affatto gridata:
“E’ un atto dovuto la resurrezione,
non un’ipotesi da creder probabile
dopo il distacco dalla roccia…”.
Qui si raggiunge non la violenza iconografica di un Montale, ma
l’assurdità del credere di un Luzi, affermata però con una lucidità
non interrogativa, ma quieta, quasi disarmante. È una lucidità che
ha rari momenti di serenità, è vero, e molti di impressiva
intensità: è sempre il problema del male nel mondo che angoscia il
poeta, questa ricerca di innocenza e felicità che sempre rischiano
di venire spazzate via dalla cattiveria degli esseri umani.
Stupefacenti certe immagini, come quella dell’aquilone tirato dagli
innocenti in un cielo tempestato di sordi schianti delle bombe.
Non è facile trovare molti di questi slanci ossimorici in
Santamaria. C’è tanto dolore, tanta mitezza che spesso rende l’idea
di una felicità crudamente tarpata. Però non sono nemmeno rare le
immagini di un arcobaleno, di una rifrazione, di un frutteto
multicolore, di mani festanti – di tutto un mondo che tiene lontano
le strade del sangue. Quanto sangue nel mondo, sembra ripetere
spesso Santamaria, quante presenze solitarie e indifese che
rischiano di cadere in balìa del male.
Santamaria non ha ricette. Pensiamo a come comincia certe sue
poesie: Non so perché; Non so se. Eppure, se si
comincia così una poesia, vuol dire che si pone un problema, che si
cerca di darne una soluzione. Così come il Foscolo iniziava “Forse
perché della fatal quiete” - bene, significava che, da questa
negazione, iniziava tutto un ragionamento, tutto un raccoglimento,
tutto un senso enigmatico dell’esistere che poi annulla, cancella le
premesse. Santamaria è un mago nel cancellarle. Partendo da un
Non so passa poi a un So; partendo da una negazione,
entra poi in una spiegazione; provvisoria, forse, ma che lancia
un’esca verso il lettore e una speranza verso il futuro.
Soltanto poche cose, infine, su questo stile certamente compatto,
robusto e densamente raggrumato intorno a nuclei plastici di
evidente magmaticità. La ricchezza del parlare, la limpidezza delle
immagini rendono il ritmo certamente virile e, mi si passi il
termine informatico, “centrato”.
Sì, perché la formattazione delle poesie, con il margine centrato,
rende pienamente conto di un’operazione di un poeta che non intende
affatto stare ai margini, piangersi addosso e dice quanto è penoso
l’esistere. Questo lo sappiamo, e Santamaria non sarebbe Santamaria
se ce lo venisse a ripetere. Noi invece vediamo, dalla composizione
grafica delle poesie, dall’incedere sontuoso di molti suoi versi,
dall’arricchirsi del parlare fatto di allusioni e premesse
mantenute, dal ritmico procedere di certi endecasillabi che
debordano dal verso e mantengono una elegante, attentissima
classicità, che Santamaria ha in testa sempre un disegno compositivo
circostanziato ed assorto. Non c’è sconfitta, ma riscatto, ansia di
riconquista, determinazione nell’impresa di una possibile riscossa.
Non è un peccato di intellettualismo, è una forma mentis
chiarissima che dà un senso organico, pieno ed architettonicamente
completo, ad ogni suo testo.
Poeta lontano quant’altri mai dall’etica del frammento, vicino
invece ad un’epica trimillenaria, Santamaria, come non rinuncia a
porre occasionalmente, domande, non manca di alludere al fatto che,
lui, questa materia, la governa. La materia poetica, la materia, del
sentire, del pensare, la materia dell’esistere. Qui non c’è, dopo lo
sprofondamento nel dolore, l’abisso finale della coscienza, la resa
incondizionata: c’è la consapevolezza, certo lucida e dolorosa, di
questi treni vuoti che fischiano nel freddo, c’è lo sgomento di neri
inghiottimenti che fanno agghiacciare. Ma quel che ci dice è,
invece, che certe cose si possono ancora dire proprio perché non ci
siamo ancora dentro fino al collo. È la speranza dei superstiti,
senz’altro; ma grazie a Dio che ci sono i superstiti che ci fanno da
profeti, da ricognitori, da battistrada nella pioggia impietosa,
nella grandine, nell’apparente illogica realtà destinata a finire!
Paolo Ragni
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