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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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PAROLA E IMMAGINE

 
 

 

Sulla poesia di Parola e Immagine di Franco Santamaria
Paolo Ragni

 

Certamente stimolante è la lettura delle poesie di “Parola e Immagine”. Come ho già detto altrove, l’arte di Santamaria si caratterizza per un posizionamento originalissimo tra queste due diverse forme di espressione: poesia e pittura. E difficile è giudicare quale delle due sia più adatta ad esprimere certi concetti e certe sensazioni. Caratteristica delle poesie di Parola e Immagine è proprio questa, di essere correlata strettamente all’immagine senza avere alcunché di didascalico, esplicativo o coreografico. Si tratta di poesie che, per quanto agganciatissime all’immagine, nulla hanno del mero accompagnamento, dell’esempio, della spiegazione. Sono, cioè, poesie a tutto tondo. Così spesso come non si può dire che in un’opera lirica sia migliore il libretto o la musica, o in un film se sia migliore la colonna sonora o la trama, altrettanto dicasi di queste poesie e del risultato di queste realizzazioni.
Io direi, innanzitutto, che si estrapolano diversi temi, tutti estremamente concentrati: il peso dell’esistere, con le sue conseguenze in termini di dramma, di sofferenza, di disunità con il mondo; il valore della speranza; il senso di un presente sempre in bilico tra angoscia e sogni.
Certamente la scrittura di Santamaria non è di facile lettura, attenta e circospetta come è. È bella, ma come i salmi dell’Antico Testamento, richiede concentrazione, attenzione, intelligenza, perché nasconde il succo sotto la scorza. E la scorza in Santamaria è quella di un immaginare aspro e doloroso, è quello di blocchi di idee, di colori, di sensazioni intense, squadrate.
Non voglio dire che il poeta non conosca le sfumature; se si volesse banalizzare, potrebbe dirsi quindi che anche il pittore non le conosce, orientato tutto com’è ad una pittura di valori, ad uno slancio “cubista” che rende onirico anche il particolare più realistico. Certo è che, invece, certe immagini-base di Santamaria sono tagliate con la forza di un Michelangelo e si ripetono, talvolta, con varianti che ne esprimono una cristallina chiarezza, una limpidezza tutt’altro che chiaroscurale.
Ad esempio, l’insistenza sull’alba, presente in più testi; o l’angoscia legata a un movimento privo di senso, quale quello rappresentato da autostrade, corsie, treni. E, senz’altro, le notazioni continue sul buio e sull’aridità, aspetti che tengono il poeta lontanissimo da ogni facile ermetismo e al contrario irriducibile ad ogni facile definizione geografica o contestuale.
Mi pare che Santamaria non abbia il timore a doversi sprofondare negli abissi più insondabili e dolorosi, quelli rappresi dai fossili (altro tema caro all’autore), alla terra nera e morta, al bruciare senza vita dei vulcani. Questo coraggio non è solo un coraggio esistenziale, è anche il coraggio di una precisa scelta radicata profondamente e vivamente nella tradizione classica, latina e greca in particolare. Non è qui il caso di sottolineare tutti i riferimenti ai classici latini e greci (la nera terra, omerica e non, è l’esempio più lampante, il ritmo movimentato e composto rimanda molte volte direttamente all’esametro virgiliano). Mi preme invece di notare come le notazioni storico-geografiche non abbiano nulla di déjà vu, di accademico o di oleografico. Si tratta di un paesaggio dell’anima interiorizzato con sollecitudine e disinvoltura, senza alcun intellettualismo; così come un respiro, non ce ne accorgiamo dell’esistenza, è un fatto del tutto naturale.
Certamente, il dolore della pietra, il frequente riferimento alla croce, agli spazi vuoti composti di caverne, di canne, il dolore degli agganci con realtà strazianti (gli alti fili spinati) sono destinati a fare riflettere a lungo.
Santamaria non ci vuole né spaventare né ingannare. Santamaria, senza tragedie ma con una speranza remota ma non perciò meno viva, ci esprime con scioltezza una visione del mondo dove obiettivamente si cammina tra ombre fumose, tra realtà moribonde, tra pianti, tra lontananze, tra ferite. Non ci dice esattamente di quali ferite si tratta. Ed è bene così, perché ognuno è padrone di meglio ritrovare, tra queste fosse, tra questi proiettili, tra queste ossa, una consistenza nuova, diversa, il senso personale di una propria testimonianza.
Penso quindi che, più che accompagnare Santamaria in questa obbligata discesa agli inferi, in questa notturna paura che vede la violenza farsi Principe di questo mondo, occorra invece riflettere sulle vie che ci indica per uscirne. Se è vero che il senso della violenza sulla verginità è dominante in vari suoi testi, il valore che ci presenta è quello della testimonianza sincera e disincantata, ma non meno intensa e vissuta. Si tratta di piccole luci forse disuguali e incerte, si tratta di sottili movimenti delle nuvole, si tratta di spazi ancora inviolati dove non arrivino il sangue, la terra, il dolore.
Pensiamo un attimo a una dichiarazione così potente eppure così chiara, nient’affatto meditata, nient’affatto gridata:
E’ un atto dovuto la resurrezione,
non un’ipotesi da creder probabile
dopo il distacco dalla roccia…
”.
Qui si raggiunge non la violenza iconografica di un Montale, ma l’assurdità del credere di un Luzi, affermata però con una lucidità non interrogativa, ma quieta, quasi disarmante. È una lucidità che ha rari momenti di serenità, è vero, e molti di impressiva intensità: è sempre il problema del male nel mondo che angoscia il poeta, questa ricerca di innocenza e felicità che sempre rischiano di venire spazzate via dalla cattiveria degli esseri umani. Stupefacenti certe immagini, come quella dell’aquilone tirato dagli innocenti in un cielo tempestato di sordi schianti delle bombe.
Non è facile trovare molti di questi slanci ossimorici in Santamaria. C’è tanto dolore, tanta mitezza che spesso rende l’idea di una felicità crudamente tarpata. Però non sono nemmeno rare le immagini di un arcobaleno, di una rifrazione, di un frutteto multicolore, di mani festanti – di tutto un mondo che tiene lontano le strade del sangue. Quanto sangue nel mondo, sembra ripetere spesso Santamaria, quante presenze solitarie e indifese che rischiano di cadere in balìa del male.
Santamaria non ha ricette. Pensiamo a come comincia certe sue poesie: Non so perché; Non so se. Eppure, se si comincia così una poesia, vuol dire che si pone un problema, che si cerca di darne una soluzione. Così come il Foscolo iniziava “Forse perché della fatal quiete” - bene, significava che, da questa negazione, iniziava tutto un ragionamento, tutto un raccoglimento, tutto un senso enigmatico dell’esistere che poi annulla, cancella le premesse. Santamaria è un mago nel cancellarle. Partendo da un Non so passa poi a un So; partendo da una negazione, entra poi in una spiegazione; provvisoria, forse, ma che lancia un’esca verso il lettore e una speranza verso il futuro.
Soltanto poche cose, infine, su questo stile certamente compatto, robusto e densamente raggrumato intorno a nuclei plastici di evidente magmaticità. La ricchezza del parlare, la limpidezza delle immagini rendono il ritmo certamente virile e, mi si passi il termine informatico, “centrato”.
Sì, perché la formattazione delle poesie, con il margine centrato, rende pienamente conto di un’operazione di un poeta che non intende affatto stare ai margini, piangersi addosso e dice quanto è penoso l’esistere. Questo lo sappiamo, e Santamaria non sarebbe Santamaria se ce lo venisse a ripetere. Noi invece vediamo, dalla composizione grafica delle poesie, dall’incedere sontuoso di molti suoi versi, dall’arricchirsi del parlare fatto di allusioni e premesse mantenute, dal ritmico procedere di certi endecasillabi che debordano dal verso e mantengono una elegante, attentissima classicità, che Santamaria ha in testa sempre un disegno compositivo circostanziato ed assorto. Non c’è sconfitta, ma riscatto, ansia di riconquista, determinazione nell’impresa di una possibile riscossa. Non è un peccato di intellettualismo, è una forma mentis chiarissima che dà un senso organico, pieno ed architettonicamente completo, ad ogni suo testo.
Poeta lontano quant’altri mai dall’etica del frammento, vicino invece ad un’epica trimillenaria, Santamaria, come non rinuncia a porre occasionalmente, domande, non manca di alludere al fatto che, lui, questa materia, la governa. La materia poetica, la materia, del sentire, del pensare, la materia dell’esistere. Qui non c’è, dopo lo sprofondamento nel dolore, l’abisso finale della coscienza, la resa incondizionata: c’è la consapevolezza, certo lucida e dolorosa, di questi treni vuoti che fischiano nel freddo, c’è lo sgomento di neri inghiottimenti che fanno agghiacciare. Ma quel che ci dice è, invece, che certe cose si possono ancora dire proprio perché non ci siamo ancora dentro fino al collo. È la speranza dei superstiti, senz’altro; ma grazie a Dio che ci sono i superstiti che ci fanno da profeti, da ricognitori, da battistrada nella pioggia impietosa, nella grandine, nell’apparente illogica realtà destinata a finire!

Paolo Ragni
www.paoloragni.it - paoloragni@paoloragni.it

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
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