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Ricco e
complesso appare il percorso di ricerca di Franco Santamaria, un
artista che, sorretto da una solida tensione ideale e da un tenace
assillo morale, intimamente e dolorosamente vissuto, ha saputo
misurarsi con una molteplicità di linguaggi, avendo di mira sempre
il medesimo obiettivo: dar vita ad una espressione artistica capace
di rappresentare il senso genuino delle proprie ansie interiori ed
al tempo stesso provocare emozioni ed occasioni di meditata
riflessione.
Nel corso degli anni l’impegno artistico di Santamaria ha spaziato
dalla produzione pittorica a quella letteraria con la partecipazione
a mostre personali e collettive e con la pubblicazione di raccolte
poetiche, l’ultima delle quali particolarmente apprezzata, dal
titolo "Storie di echi", pubblicata dai Fratelli Ferraro di Napoli.
Oggi Santamaria ci dà conto di una nuova e più impegnativa fatica,
che assume anche il carattere di un nuovo cimento.
L’artista, infatti, ci presenta una serie di liriche e di dipinti,
che vanno dal 1984 al 1997 (al 2001, n.d.r.), raccolti in un volume
unico dal titolo "Parola e Immagine".
In quest’opera l’esercizio della parola fa da contrappunto e da
integrazione/supporto alla rappresentazione cromatica, dando vita ad
un dialogo stringente e appassionato tra poesia e pittura alla
struggente ricerca di quel ‘filo da disbrogliare’ di montaliana
memoria, che possa aprire più mondi e squarciare il cono d’ombra che
ci attanaglia.
L’esperimento ci pare del tutto riuscito e rappresenta compiutamente
le qualità artistiche e la delicata personalità di Santamaria.
Egli, quasi unico nel deserto dell’imperante moda presente, lungi
dall’ammiccare al lettore/fruitore di immagini, avverte dominante,
invece, l’imperativo categorico di pungolarlo, spronarlo perché,
finalmente, non si fermi alla sola percezione sensibile.
Ne viene, così, una forte suggestione ed una stringente
sollecitazione ad andare oltre ed a ritrovare in se stessi la giusta
forza morale ed un’adeguata disposizione dell’animo, che ci agevoli
in un lavorio di analisi e di scandaglio nei recessi del nostro io,
aiutandoci a risalire alle ragioni intime delle cose e all’essenza
stessa dell’uomo e della vita.
L’arte, nelle sue più diverse espressioni, e segnatamente la poesia
e la pittura non possono essere un puro ‘divertissement’. Possono, o
meglio, debbono rappresentare occasione di elevazione, di ricerca di
purezza ideale, grande leva per il cambiamento e la realizzazione di
un nuovo mondo.
E’ questa, in sintesi, l’idea della ‘socialità dell’arte’ di cui
l’autore ci parla in quella sorta di premessa teorica che ritroviamo
nelle prime pagine dell’opera e che ci rimanda all’evanescenza dell’
‘apparire’ e alla necessità dell’ ‘essere’.
Questo richiamo all’attenzione e alla riflessione più opportuna,
però, non è mai avanzato in forma pedagogica. Trova la sua forza,
invece, nella capacità dell’autore di saper provocare emozioni,
proponendosi in tutta la sua genuinità e sottolineando il senso
profondo di alcuni valori fondamentali.
Particolarmente toccante è il caldo richiamo dell’autore alla
propria terra, alle proprie radici, da cui non si può prescindere se
ci si avvia per un percorso di ridefinizione della propria identità.
"Sulla cima di un calanco era la mia terra,/ cullata da un guscio di
fossile millenario".
Della sua terra Santamaria serba un ricordo dolcissimo, quasi un
Eden lontano alle cui pure fonti è necessario attingere per
risanarsi dalle ferite.
Ed il dipinto, dello stesso titolo della lirica, "In un guscio la
mia terra", ci aiuta a meglio comprendere le ragioni di questo
legame forte e irrinunciabile.
Il guscio di fossile millenario, che gelosamente protegge dalla
contaminazione del tempo le braccia di uomini, pervicacemente
protese in una stretta di anelante fraternità, evidenzia
emblematicamente i valori forti dell’amicizia, del legame solidale
che gli uomini ormai sembrano avere distrattamente abbandonato e
che, invece, rappresentano i sentimenti che contano e di cui
riappropriarsi per reinventare una nuova era della storia umana.
Della forza viva di questi sentimenti l’uomo ha necessariamente
bisogno, se non vuole soccombere, vittima sacrificale di un mondo
ostile che rinnega bellezza, purezza e genuinità.
Del destino dei viventi Santamaria ha una visione sconsolata.
Il "male", come mostro proteiforme, è perennemente in agguato e
tutto tende a distruggere nella sua insaziabile voracità.
La stupidità umana, gli egoismi più biechi, le diverse forme di
violenza, invece di costituire un argine possibile alla forza bruta
della natura, rappresentano manifestazioni insopportabili di
ingordigia e di aggressività e decretano la mortificazione di ogni
idea di rispetto e di solidarietà.
"Là, e qui, è un campo di verginità violentate,/ di pensata
barbarie, di veglie e di amori/ che non hanno mai/ conosciuto
l’amplesso della pietà silenziosa".
La morte che inesorabilmente avanza e la vita che disperatamente si
difende: questa è l’essenza stessa del trascorrere del tempo.
Ed alla terra non resta altro che affidare la sua resistenza "a non
ancora violati alvei".
In questa lotta per l’esistenza e per la dignità della vita non ci
si può arrendere. E da Santamaria proviene una netta dichiarazione
di intenti:
"Non temo di fermarmi o, chissà, di scavalcare il muro/ per
ricercare il frutteto dai mille colori".
L’autore è consapevole che da solo non potrà farcela e che il suo
impegno di uomo e di artista è solo una piccola parte di un tutto
che ancora non si vede.
Eppure il sogno è grande, è presente e di per sé costituisce un
progetto:
"Solo potessi tramutare quel rintocco spento/ in musica d’ali, di
voci, di mani/ festanti intorno al falò riacceso, e strappare/ alle
crepe le presenze solitarie e indifese".
L’uomo ha diritto di sognare. Coltivare utopie è un bisogno
necessario per ritrovare la dimensione giusta che ci aiuti a
guardare oltre l’arida realtà ed a ricostruire in primo luogo in noi
stessi quella pace dell’anima che rassomigli ad un ‘sogno di
farfalla’.
Senza mai lasciarsi andare, però. Il male incombe minaccioso e senza
tregua .
"Sulla terra che conosco i vulcani spandono lava/ per pietrificare i
fiori di ginestra".
Questo il messaggio conclusivo che Santamaria ci affida a chiusura
del suo lavoro. Un lavoro che sollecita una piena partecipazione
emotiva, affidandosi alla sincera disponibilità dell’interlocutore a
lasciarsi coinvolgere in un dialogo ideale, che lo renda più forte e
avvertito.
Ed in questa operazione di ricostruzione di un’identità dell’uomo si
avvertono sensazioni di vera emozione, grazie ad un uso ‘caldo’
della parola, delle forme e dei colori , che sintetizzano nella
sostanza un linguaggio del cuore capace di comunicare messaggi
universali.
Vittorio
Mazzone |