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Analizzare il proprio vissuto è l’essenza che ogni essere razionale
può avere, in uno con quella di realizzare attraverso il pensiero,
una retrospezione intimistica che diviene necessità di trasmettere
ad altri le proprie sensazioni.
Tutto ciò può accadere, soprattutto, per una offerta di elementi a
cui successivamente, il fruitore possa dare anche una propria
relazione di analisi.
Gli elementi che possiamo offrire per questa ultima, ed in questo
caso, sono determinati da parole e da immagini che stanno a
significare ciò che era nella volontà di offerta e, sono appunto
questi che utilizza Franco Santamaria per analizzare e proporre il
proprio essere.
La parola e l’immagine divengono quindi gli elementi discorsivi, e
ad entrambe, egli fa assumere significati ben definiti. Infatti, sia
per quello semantico che nella realizzazione pittorica, Santamaria
riesce nell’uso attento che utilizza, a proporre una esatta verifica
di una parte del proprio passato.
Queste forme espressive, sia l’una che l’altra, si inseriscono
nell’intimo di chi legge ed osserva, facendo in modo che se ne
percepisca la sottintesa necessaria volontà di narrazione.
Sensazioni dell’animo quindi, che nel discorrere definito del tempo,
in questo raccontarsi, evidenziano essenzialmente un legame con la
terra natia; quel ritornare alle radici, che in ogni essere umano in
possesso di sensibili motivazioni, diviene il fondamento dell’essere
stato protagonista e osservatore, ovvero la necessaria rivisitazione
che ha l’esigenza esistenziale al definirsi, in uno, con gli eventi.
Santamaria rivive quindi, come in una sorta di “Risveglio”, parte
della sua vita e tutto ciò lo fa attraverso la ricerca di elementi
naturali e fantasiosi: « da un fossile un seme purificato e la luce
» o tra « sentieri di nuvole rossastre », ritrovando quel filo
conduttore di cui ha necessità, per esprimere e definire il suo
essere presente, e narra non solo le attuali vicissitudini ma,
principalmente come accennavo, quella d’essere stato figlio di una
terra che, comunque, lo ha delineato e accompagnato nel prosieguo
del tempo.
Santamaria riscrive così, man mano riferendosi a trascorsi che lo
riportano all’attuale, un suo mondo, fatto di immagini, che diviene
quindi, anche volutamente, analisi intimistica.
Tutto il suo dire ha riflessioni che lo riportano attraverso
l’onirico « ai sogni della paura e dei voli » e trasvolando in una
sorta di viaggio-ricerca, quei sogni li trasforma in visioni che non
solo traducono la parola, ma, ne fanno oggetto di metafisiche e
surrealistiche espressioni pittoriche.
Ecco quindi che l’albero diviene « Corpo di uno sconfitto guerriero
» inserito su una terra che « conosce i suoi morti ». Visione, che
assume nella pittoricità espressa, tutta la immaginifica forza della
parola detta.
E’ indubbio che la classica natura dei luoghi natii, ovvero quella
terra lucana ricca di storia e di dolori, di fame e sassi, che nella
sua limpida e mai irascibile donazione ha sofferto spesso in
silenzio; è la sostanziale protagonista di queste parole che si
traducono in immagini. Tutto ciò va ad aggiungersi poi alla
formazione del Santamaria, che per meglio raccontare l’evento, non
disdegna utilizzare il suo bagaglio conoscitivo classicheggiante,
che purtroppo andrà scomparendo dalla cultura futura. E allora, i
sogni, ed un retaggio culturale che per alcuni potrebbe avere
significato “antico”, divengono invece protagonisti e si ricollegano
al viver d’oggi, al dolore di questo vivere che assumono forma,
determinandosi, nei « vulcani » che « spandono lava per pietrificare
i fiori di ginestra » . Si potrebbe obiettare che ciò è sempre
accaduto, ma il Nostro, fa sua questa espressione narrativa per
rivolgersi a chi non lo intende, sottolineando che ancora oggi
questo maleficio, annulla con le sue forme di sopraffazione
qualsiasi velleità di fioritura.
L’uomo quindi, è solo ! Solo, nella pietrificazione di ciò che lo
circonda e lo annulla e nessun dio è in grado né di placare le ire e
di ridare fiducia a tutto quanto lo circonda, né di evitare, tutto
ciò che accade di illogicità.
Ecco allora, che almeno nella natura, vi si pone l’illusorio che ciò
possa essere evitato e Santamaria, affida a parte di questa, ancora
incontaminata, quelli che definisce ultimi: « sogno » e « desiderio
»! Ovvero la speranza che tutto quanto è possibile salvare su questo
pianeta, avvenga attraverso quegli elementi che non hanno subito il
malefico intervento dell’uomo.
Così, attraverso la “farfalla” anch’essa sognatrice, ripropone alla
visione quei paesaggi lucani fatti di una terra ricca di « gravide
spighe » delimitata spesso da « muraglie di fichidindia »: e tutto
ciò appare come contrapposizione di un bene con il male. Ma, la
nascente crisalide, pur nella sua breve esistenza, diviene
messaggio, speranza di ritrovare quei momenti di felicità vissuta e
nello stesso tempo dolore di quei « bimbi che
inseguono..........l’aquilone ancora prigioniero » che, nella non
mutazione degli eventi di morte, ieri come oggi, « sfidano innocenti
i sordi schianti delle bombe ».
Un dolore sempre uguale quindi, che Santamaria non semplifica e,
nella immagine pittorica definisce attraverso elementi
essenzialmente significativi: l’albero, l’arco, hanno subito la
distruzione e solo la speranza, dell’aquilone sognato, potrà ridarci
speranza. Questa, si riaffaccia in “Millennium tertium” e diviene «
seme che sbocci in un’alba felice » ma, se pur desiderosi che ciò
avvenga, non si può fare a meno di soffermarsi su quanto di atroce
persiste, nonostante i passati dolori.
E’ quindi sentitamente dolorifica la esperienza del Nostro che non
lascia eccessive speranze di un migliore domani e, non può far altro
che rifugiarsi, così come ha fatto nel leggersi dentro e nel sogno
di immagini, nel tentativo di esprimere eventi meno sofferti.
Elementi quindi, che nella loro surreale narrazione compositiva
definiscono tutte l’onirica visione, trasferita attraverso i colori.
Questi, appaiono caldi nella evidente espressione di solitudine.
Ecco, questo ultimo è il dato più significativo che mi sento di
esprimere. Una solitudine che cerca in tutti i modi di non
allontanarsi da ciò che più spesso vive in noi: il passato! Quel
trascorso dell’io, della vita, a cui nessuno può dare significazioni
diverse da quelle che esprimiamo; e Santamaria lo fa, dando un
proprio senso a ciò che narra e vive, sia con la parola e che con
l’immagine.
Entrambe racconti che si intersecano e definiscono il vissuto!
Aurelio
De Rose |