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FRANCO SANTAMARIA

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PRIMO LIEVITO

 
 

 

"Franco Santamaria, un nuovo poeta della Lucania"
Nereo Vicari

 

"Primo lievito", editore Mario Gastaldi di Milano, è un volumetto di poesie di Franco Santamaria, sua opera-prima, e di un tal titolo è chiaro il significato: primo tentativo d'esprimere nella forma poetica gl'impetuosi sentimenti che fremono nell'animo del giovane poeta lucano. Ma è un tentativo più che riuscito, per essere il primo, tanto da far pensare che l'autore abbia voluto così intitolare la sua silloge più per modestia che per timore di non arrivare ad un punto di espressione poetica.

Buona, infatti, la sua tecnica, già come di poeta maturo per la musicalità del verso sostenuto e la qualità della parola, ricercata e messa sempre al posto giusto. Le immagini sorgono come per incanto, efficaci e nella loro varietà sempre precise, quasi rivolte tutte ad un solo fine: mantenere costante l'attenzione del lettore e sostenere nel contempo il fremito dell'animo dell'autore e l'unità di tutta l'opera, ammirevole, inoltre, per la vivacità e la forza delle descrizioni che presentano uomini e cose nella verità della loro natura sofferente di ferite antiche, ancora aperte come le crepe argillose della terra di Lucania.

Meraviglia la poesia, tutta insieme, di questo giovane autore, che sembra non derivare forme e idee da nessun poeta in particolare. E quei pochissimi veli che ricordano Quasimodo o, grosso modo, Leopardi, ad una lettura attenta anch'essi scompaiono, per far luce e rivelare netta l'autonoma personalità del nuovo poeta.

Il sentimento che anima tutta l'opera è l'amore: per le persone vicinissime al giovane, per la terra lucana, per la vita che tarda a realizzarsi in una zona d'Italia abbandonata a se stessa da sempre, "dove i pascoli dell'anima sono sconosciuti".

Non può egli non ricordare la madre, ancora il suo "più vivo domani", mentre piange "silenziosa, nel fondo della stalla" per nascondere le sue pene agli altri. Ed egli medita sul di lei lavoro e "amore grande / fino in cielo", ma teme di non comprenderla in ogni modo e sempre, così che si batte il "petto di dolore".

Anche il padre contadino ha questa caratteristica, che è della gente umile e semplice ma temprata alle durezze esistenziali, di soffrire in silenzio: così, davanti ad una bimba, mette da parte ogni stanchezza ed affanno e le "sorride / e le mani protende nodose / alla carezza, che sanno d'amore / di terra spietata".

Dai suoi genitori la visione si allarga a tutto il mondo contadino, a tutta la terra di Lucania, ma soprattutto alla terra di Tursi, dove il poeta è nato, terra un tempo generosa di "tutti i doni" (l'antica Pandosia), ora diventata "arida", "ché bruciata l'ha un sole / ostile".

Ed ora presenta l'agricoltore col capo alzato a pregare invano "acqua viva", osservando una misera nuvolaglia "navi in un oceano sperdute"; ora lo presenta moderatamente speranzoso di fronte alla campagna verde di frumento: "osserva, / guerriero di pace, la sua fatica / e al premio della madre terra / s'intenerisce, se cielo gli è benigno"; ora lo presenta mentre si dondola "sul basto nascosto dalle reti di paglia " o mentre avanza sorridente sotto la pioggia fecondatrice, "tirando l'asino fumante di schiuma"; ma in questo paesaggio c'è anche il mandriano che si disinteressa "per indifferenza nata" del "mattino d'autunno / di luce ed ombra nella vallata / che il sole ora dipinge".

Ma non è sempre così questa atmosfera, che quasi ci ricorda il grande poeta latino Virgilio. La terra di Lucania non è la campagna virgiliana, è la terra dei calanchi argillosi, dell'aridità, dell'abbandono. Per il poeta è ormai divenuta "terra di morti", senza più sangue, "inerte e sorda al pianto / delle donne al focolare spento", per cui "invano Pesco / mormora verso gli aranci dalle bacate membra". La causa del suo stato doloroso è che "ad altri progressi è volto / ogni pensiero, a mangiar cibo di ferro, / a bere acqua d'orina!"

Tuttavia il poeta è legato indissolubilmente a questa terra e per essa vuole lottare: "luce e senno pagherò al giorno / con aspra pena / per la dolente arida terra del Sinni" e arriva a dire a coloro che l'hanno così ridotta: "eredità di Caino, fratello, / ti nutrì, non amore" con un accento di amarezza tanto più sentita, in quanto considerati da lui "fratelli".

Com'è la sua terra, così è la sua vita, dal male di quella deriva il suo male, così che non può non constatare: "Ed io per breve un morto mi figuro / in una tomba smisurata e nuda / nella solitudine di fosso profondo di timpa, / dove l'eco risponde / a musica d'aria d'altri luoghi"; non può non gridare alla sua "giovinezza, tesa nello spasimo", condannata ad essere e finire come "vana parola / soffiata nello spazio" e "bruciata a gran passi" per le sofferenze patite e per quel senso di responsabilità di fronte agli eventi troppo presto conosciuto e tuttavia infruttuoso di cambiamento: "tanto tempo perdo della mia vita / a stringere un pugno d'aria".

Quel tono morboso di nichilismo (la parola "morte" s'incontra spesse volte, sia pure con significati differenti), che a prima vista sembra impregnare di sé l'opera, è dettato da un'esperienza di vita fin troppo triste, resa ancora più triste dal fare proprio, il poeta, anche il dolore di tutto il microcosmo contadino.

Tuttavia, egli spera: "ma luce attendo nello spasimo". Qui sta l'ansia di vita di questo giovane poeta, che senz'altro merita d'essere conosciuto e valorizzato.

Nereo Vicari

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
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