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Le
liriche di "Primo lievito", edite da Mario Gastaldi di Milano, hanno
una sorprendente virtù: lievitano, a fondo, nello spirito del
lettore, vi si insinuano e vi penetrano con la stessa lenta
violenza, non scevra di dolore, con cui hanno prima lievitato nello
spirito dell'Autore.
È raro trovare, oggi, un volumetto di liriche il cui titolo non sia
solo un ornamento suggestivo, che poi nulla ha da vedere col canto,
ma un preludio completamente adesivo all'essenza intima di esso.
E l'essenza di queste liriche sta tutta nella commossa, anzi,
emozionata e trepida ansia del Poeta a cogliere, con passione di
novità e di originalità, certi aspetti, certe immagini, certi suoni
armoniosi dell'infinito, che non hanno voce, per se stessi, ma
l'attendono appunto dal Poeta, certi attoniti atteggiamenti
contemplativi dello spirito di fronte alla vita e al mistero delle
cose e dell'uomo.
Direi che, in un certo senso, Santamaria riprende il Leopardi degli
"Idilli", il Pascoli di "Myricae", il Montale di "Ossi di seppia".
Solo apparentemente, perché la sua sensibilità poetica è tanto fina
ed acuta ed anche esperta, nonostante questa sia la sua opera-prima,
da coprire gli echeggiamenti di quelli sotto un velo di armonie
nuove e di visioni canore tessute coi fili iridescenti del sole.
"Primo lievito" conferisce, perciò, a Franco Santamaria titolo di poeta
vero; e a noi lettori e critici, ansiosi di cogliere, ovunque lo
troviamo, il segno vitale della risorgenza della poesia italiana, la
speranza, anzi la certezza che egli, ove non si faccia deviare da
allettamenti e da seduzioni, che lo buttino nella scia di questo o
di quello pseudo-maestro, giungerà a buona meta per la giusta via
che ha intrapreso.
Ferdinando Santoro |