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FRANCO SANTAMARIA

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PRIMO LIEVITO

 
 

 

"Primo Lievito del Prof. Franco Santamaria"
Benito Lecce

 

Fra tanto inneggiare alle prodigiose conquiste della scienza e della tecnica, che cercano di fare dell'uomo un anello di un'immensa macchina, fiorisce pure in diverse parti della nostra Italia il culto delle Muse. E' questo il caso del prof. Franco Santamaria da Tursi, autore dell'agile e pregevole volume di poesie "Primo Lievito".

La raccolta di liriche, edita da Gastaldi di Milano nel 1964, sembrerebbe, a prima vista, espressione dell'iniziale esercitazione artistica del poeta lucano, ma il titolo non deve trarci in inganno. Essa, di fatto, racchiude già in sintesi una completa personalità poetica, è pervasa da quel profondo sentire moderno che ha dato vita alla corrente letteraria del secondo dopoguerra denominata "Neorealismo" o più comunemente "Realismo" stesso.

Il Santamaria non si è chiuso in una "turris eburnea", in un aristocratico distacco dal mondo, bensì ha cercato di penetrare l'animo umano, di comprendere se stesso e la gente della sua terra. Il senso del dolore, dello smarrimento cosmico, motivo essenziale della poesia moderna, è così, presente in lui, ma non inaridisce la sua spiritualità, non relega il Poeta in un cupo pessimismo fine a se stesso, ma gli fa cantare, con delicatezza di accenti e proprietà di linguaggio, la "miseria", la sofferenza che ancora una volta ha abbrutito l'umile gente dei campi in terra di Lucania.

Se egli, però avverte un'accorata malinconia allo scendere della sera e vuole sprofondarsi nell'abisso del nulla per l'amara esperienza della vita, di un'esperienza acquisita in una plaga d'Italia, quale la Basilicata, dove l'odio e l'indifferenza, l'ignoranza e la miseria non hanno fatto sentire il progresso civile dei nostri tempi e l'uomo conduce la sua grama esistenza legata solo alle alterne vicende degli sterili campi, pur tuttavia egli ripone la sua ansia di vita, la sua speranza in un avvenire migliore.

Ma in quale avvenire? In quello che gli indica la sua stessa cara mamma: "ma sei sempre tu, madre, ancora / il mio più vivo domani". Ecco, questo è il motivo essenziale, a mio modesto avviso, della poetica di Franco Santamaria. Perché, ancora ci chiediamo, è proprio la mamma ad indicargli la strada del "domani"? Perché in una società, quale la nostra, in particolare in quella lucana, dove la gente è bruciata non solo dal cocente sole d'estate, ma anche dalla mancanza di fede in quegli ideali che rendono la vita santa e degna di essere vissuta, il poeta trova un valido sostegno nel vero e profondo amore dei genitori.

Quale espressione più bella di quella di non riuscire a comprendere "appieno" il segreto dolore della mamma per i suoi figli, di quel suo amore che si eleva fino al cielo, o ancor più di scorgere nel padre segni di una stanchezza non comune e, nel contempo, tanta tenerezza per il sorriso giulivo di una bimba!

Accanto a questo radicato sentimento umano v'è l'estatica contemplazione, conseguente descrizione del paesaggio lucano.

Ad una prima ed affrettata lettura del volume di poesie in esame parrebbe, ancora, che il Santamaria velando di dolore le bellezze naturali, che sono sempre presenti nei suoi componimenti, riecheggi motivi e forme del Pascoli, del Quasimodo o dello stesso Montale. Ma non è vero. Anche se egli prende felice spunto dai maggiori rappresentanti della poesia contemporanea, rivive il tutto in modo personale, conferendo alla poesia un accento particolare, direi del tutto singolare.

Per esemplificare, prendiamo in esame la lirica "Nessuno abbastanza ti comprende". Sembra quasi uguale alla scena descritta dal Pascoli ne "La cavallina storna", ma nel poeta lucano è presente l'anima dei nostri tempi, quella esigenza tanto viva di affetto, di sincera comprensione che spesso, purtroppo, ci viene negata.

Che dire ancora del suo mondo affettivo? Anche nel campo sentimentale rivela un animo nobile, altamente delicato: non ama la donna che dona il suo affetto per raziocinio, ma quella vagheggiata nel sogno, nient'altro, solo colei "amata nel sogno. / In questa terra di morti, / in un'età bruciata a gran passi".

È proprio questo alto sentire congiunto alla "dolce" armonia che pervade i versi, che ci fa essere certi che la bella raccolta di poesie "Primo Lievito" riscuoterà, accanto ai già registrati consensi di autorevole critica letteraria, sempre maggiore successo. Non a caso Ferdinando Santoro scrive, fra l'altro, su "Aspetti Letterari" (Napoli, 1964): "Primo Lievito" conferisce a Franco Santamaria titolo di Poeta vero; e a noi lettori e critici, ansiosi di cogliere, ovunque lo troviamo, il segno vitale della risorgenza della Poesia italiana, la speranza, anzi la certezza che egli, ove non si faccia deviare da allattamenti e da seduzioni, che lo buttino nella scia di questo o di quello pseudo-maestro, giungerà a buona meta per la giusta va che ha intrapreso".

Benito Lecce

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