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Forse
come nessun altro poeta contemporaneo, Franco Santamaria inquadra e
fa vivere la sua lirica nel paesaggio e nella vita multiforme,
drammatica eppur immobile della sua terra: la Lucania.
Il sentore della morte, il selvaggio paesaggio del Sud, che
condiziona le vite e rende tragiche delle semplici esistenze, è
interamente trasfuso nell'opera del giovane poeta:
"Qui è la mia / terra: dove per l'aria s'odono ancora / le voci
eccitate e affiochite de padri / dietro muli bendati / e bestemmie
di uomini abbrutiti. // ... dove la vita giunge di traverso / e
padroni / sono altri, che non sanno. // Dove i pascoli dell'anima
sono sconosciuti."
"Primo Levito", edito da Gastaldi, è il titolo della raccolta delle
prime composizioni di Santamaria che subito "comunicano", anche ad
un non attento esame, l'ansia del poeta, le difficoltà da lui
incontrate per "capire" il dramma dell'uomo.
Il mondo che sprizza fuori da versi di "Primo Lievito" è quello
della campagna lucana, la vita del poeta e quella aspra e dolorosa
del contadino del Sud:
"Tutto speranza, nel sole alzava / il capo e pregava acqua viva /
per la sua terra il contadino, / da lunghi moltissimi mesi
assetata."
Così come l'acqua, anche la terra è umanizzata, risentendo il poeta
di un filone letterario che, pur trasfuso e purificato, lo porta
quasi ad una comprensione mistica delle cose che raggiunge dei
vertici propri dell'ultimo romanticismo, ma più virili e meglio
sorretti da una forte spiritualità:
"La campagna è donna / che di vera eleganza si veste. / L'uomo
osserva,
guerriero di pace, la sua fatica / e al premio della madre terra /
s'intenerisce, se cielo gli è benigno."
La sensibilità poetica del Santamaria ci dà uno stile aereo eppur
incisivo, che va da una contemplazione attonita ad un grido di
dolore e di orgoglio, sempre con una lingua di buona fattura ed una
sicura tecnica. Il poeta ricerca il motivo, la spiegazione di questa
"condition humaine", che si svela in maniera più delineata nel
diseredato contadino del Sud:
"Solo sulla creta / che nutre viola lentisco, / ginocchioni ho me
stesso cercato. / Poggia mi bagnava / nella penombra davanti
all'abisso.
[...]
Breve ristoro ho trovato: / nell'orrore delle tenebre / croci su
croci mi pongo / sugli omeri esausti. / Ma luce attendo nello
spasimo".
Sì, l'uomo è infelice, ma non disperato; ma il peso che dobbiamo
trascinare è solo dovuto ad una maledizione voluta dall'uomo stesso?
Questo, le liriche di Franco Santamaria non lo rivelano pienamente.
È però accentuato il senso del dolore per una pace perduta:
"[...] / la madre ci conduceva alle novene. // Divenimmo grandi / a
rinnegar la fede: il tutto / eravamo di una superbia di cielo / o di
una miseria il tutto / sconfinata, / impietosi di noi. // Un attimo.
I tocchi di suono festoso / il vuoto riempiono d'intorno. // [...] /
Il ricordo vacilla / in tristezza, / si fa luce la mente e il
rimorso".
Tutto questo non si risolve in una pura negazione: al contrario il
poeta grida alla sua "giovinezza, tesa nello spasimo" e si accorge
delle sue responsabilità, che sono di tutti, e invita se stesso e
noi tutti all'azione; perciò
"Tanto tempo perdo della mia vita / a stringere un pugno d'aria".
Gli affetti più puri sono presenti nella produzione lirica del
giovane, che orgogliosamente si grida appartenente alla sua gente,
"sua parte di sangue / che scindere non si lascia".
Il canto di esiliato del giovane che è emigrato in una città del
Nord raggiunge la forza di un grido vibrante di protesta sociale.
"Ho rinunciato alla lotta / per dimenticarti ieri, o terra, più
facilmente; / e sacrificio così rendevo / del mio sdegno contro
agire gretto di altri fratelli: / vita speravo / in questa grande
città di Lombardia. // [...] // Non ha più sangue la ma terra /
abbandonata / [...] // Eredità di Caino, fratello, / ti nutrì, non
amore; e negligenza e senno / ponesti ad umiliarmi e a spingermi
lontano. // A piangere ch' io abbia tempo almeno / la mia terra! //
Qui luci umane nascondono / la notte e armonia di natura è
infranta."
È un grido puro ed incontaminato, di amore e non di odio. Ed è qui
la sua grande poesia.
Luigi Daga |