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FRANCO SANTAMARIA

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PRIMO LIEVITO

 
 

 

"Franco Santamaria: un Poeta della Lucania"
Luigi Daga

 

Forse come nessun altro poeta contemporaneo, Franco Santamaria inquadra e fa vivere la sua lirica nel paesaggio e nella vita multiforme, drammatica eppur immobile della sua terra: la Lucania.
Il sentore della morte, il selvaggio paesaggio del Sud, che condiziona le vite e rende tragiche delle semplici esistenze, è interamente trasfuso nell'opera del giovane poeta:

"Qui è la mia / terra: dove per l'aria s'odono ancora / le voci eccitate e affiochite de padri / dietro muli bendati / e bestemmie di uomini abbrutiti. // ... dove la vita giunge di traverso / e padroni / sono altri, che non sanno. // Dove i pascoli dell'anima sono sconosciuti."

"Primo Levito", edito da Gastaldi, è il titolo della raccolta delle prime composizioni di Santamaria che subito "comunicano", anche ad un non attento esame, l'ansia del poeta, le difficoltà da lui incontrate per "capire" il dramma dell'uomo.
Il mondo che sprizza fuori da versi di "Primo Lievito" è quello della campagna lucana, la vita del poeta e quella aspra e dolorosa del contadino del Sud:

"Tutto speranza, nel sole alzava / il capo e pregava acqua viva / per la sua terra il contadino, / da lunghi moltissimi mesi assetata."

Così come l'acqua, anche la terra è umanizzata, risentendo il poeta di un filone letterario che, pur trasfuso e purificato, lo porta quasi ad una comprensione mistica delle cose che raggiunge dei vertici propri dell'ultimo romanticismo, ma più virili e meglio sorretti da una forte spiritualità:

"La campagna è donna / che di vera eleganza si veste. / L'uomo osserva,
guerriero di pace, la sua fatica / e al premio della madre terra / s'intenerisce, se cielo gli è benigno."

La sensibilità poetica del Santamaria ci dà uno stile aereo eppur incisivo, che va da una contemplazione attonita ad un grido di dolore e di orgoglio, sempre con una lingua di buona fattura ed una sicura tecnica. Il poeta ricerca il motivo, la spiegazione di questa "condition humaine", che si svela in maniera più delineata nel diseredato contadino del Sud:

"Solo sulla creta / che nutre viola lentisco, / ginocchioni ho me stesso cercato. / Poggia mi bagnava / nella penombra davanti all'abisso.
[...]
Breve ristoro ho trovato: / nell'orrore delle tenebre / croci su croci mi pongo / sugli omeri esausti. / Ma luce attendo nello spasimo".

Sì, l'uomo è infelice, ma non disperato; ma il peso che dobbiamo trascinare è solo dovuto ad una maledizione voluta dall'uomo stesso? Questo, le liriche di Franco Santamaria non lo rivelano pienamente. È però accentuato il senso del dolore per una pace perduta:

"[...] / la madre ci conduceva alle novene. // Divenimmo grandi / a rinnegar la fede: il tutto / eravamo di una superbia di cielo / o di una miseria il tutto / sconfinata, / impietosi di noi. // Un attimo. I tocchi di suono festoso / il vuoto riempiono d'intorno. // [...] / Il ricordo vacilla / in tristezza, / si fa luce la mente e il rimorso".

Tutto questo non si risolve in una pura negazione: al contrario il poeta grida alla sua "giovinezza, tesa nello spasimo" e si accorge delle sue responsabilità, che sono di tutti, e invita se stesso e noi tutti all'azione; perciò

"Tanto tempo perdo della mia vita / a stringere un pugno d'aria".

Gli affetti più puri sono presenti nella produzione lirica del giovane, che orgogliosamente si grida appartenente alla sua gente, "sua parte di sangue / che scindere non si lascia".

Il canto di esiliato del giovane che è emigrato in una città del Nord raggiunge la forza di un grido vibrante di protesta sociale.

"Ho rinunciato alla lotta / per dimenticarti ieri, o terra, più facilmente; / e sacrificio così rendevo / del mio sdegno contro agire gretto di altri fratelli: / vita speravo / in questa grande città di Lombardia. // [...] // Non ha più sangue la ma terra / abbandonata / [...] // Eredità di Caino, fratello, / ti nutrì, non amore; e negligenza e senno / ponesti ad umiliarmi e a spingermi lontano. // A piangere ch' io abbia tempo almeno / la mia terra! // Qui luci umane nascondono / la notte e armonia di natura è infranta."

È un grido puro ed incontaminato, di amore e non di odio. Ed è qui la sua grande poesia.

Luigi Daga

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