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In alcuni
“Spunti di riflessione” posti al termine di questa sua raccolta di
poesie – “Echi ad incastro”, Ed. Joker, Novi Ligure 2004, p.68, E
11,50 – Franco Santamaria dice: “Un pittore, o un poeta, non può
staccarsi dalla realtà per isolarsi in un mondo che ha solo del
fantastico o dell’invenzione”; e precisa che con tali termini
intende luoghi mentali che “distraggono dalla riflessione sulla vera
condizione umana e della natura”, dalla “aspirazione, tensione,
sofferenza, dolore, spesso disperazione e annullamento…come
risultato di ambizioni violente” di “mani assoldate/ mani armate di
artigli che sottraggono” (p.55), di chi – implicito – gestisce il
sistema del potere.
Detto in altri termini, l’esercizio artistico complessivo di
Santamaria – in poesia come in pittura – non rientra nelle schiere
di coloro che lo concepiscono e vivono come percorso intimistico,
per il quale il destinatario esterno rimane secondario. È una
ricerca di momenti intensi in cui è primaria e fondante per la loro
formalizzazione, la condivisione con gli altri. Ricerca di
comunicazione innervata in una concezione di impegno civile del fare
artistico in genere, e della poesia in particolare, che non deve
sfociare per questo in declamazioni ideologiche o in banalizzazioni
minimaliste. Traspare una convinzione profonda: l’incessante sforzo
di ricostruzione del senso complesso di ciò che ci accade, è
possibile solo se con-fuso con l’impegno di metterlo in comune.
Dunque, nessun abbandono a godimenti di forme di grado zero della
scrittura. Siamo troppo coinvolti e travolti da tragedie sull’orlo
di sbocchi apocalittici, per divertirci ad aggiungere alla perdita
di senso devastante in cui siamo immersi, altri geroglifici dal
senso rarefatto, o beatamente soddisfatti da virtuosismi e giochi
verbali, ininfluenti e indifferenti, appunto, alla dura “realtà” in
atto di dolore e disperazione.
Tuttavia, nell’esercizio di Santamaria, non c’è alcuna ingenuità o
illusione salvifica (come sottolinea nella prefazione Sandro
Montalto), di sé o del mondo. C’è la necessità di doverlo continuare
a fare – pur con tutto il fardello di disincanto di chi ha
attraversato decenni di distruzione di speranze – come esigenza
vitale che reagisce alle cadute e agli scempi.
“Si cade/ sull’ultimo respiro del mattino/…/ senza favole – dalle
nostre case/ se ne andarono presto i sogni/ viaggianti in sacchi di
barba bianca/ e su scope uscite dalla cenere” (p.15). Non sono
gloriosi “atri muschiosi” e “fori cadenti”, ma quotidiani e comuni
muri erosi delle “nostre case”. È un’immagine, più che metaforica,
metonimica di cellule vitali di un insieme – vedi l’aggettivo
possessivo e le immagini “sacchi di barba bianca”, o di “scope
uscite dalla cenere” – che non fugge (non può, proprio perché
insieme), ma si piega o arretra per inventare in momentanei luoghi
senza dimora la capacità di rinascita e resistenza di un’araba
fenice. È una capacità che però richiede ai soggetti di non farsi
disgregare dalle esplosioni del potere. Poetere, come esercizio
est-etico che si misura nella cenere e nella violenza della
complessità e tragedia dell’esistenza, sapendo che all’io non basta
la sapienza e l’esperienza di una barba bianca: se viene a mancare
il noi di una comunità, l’io è poco più di niente.
Per cui, se “Alla falce e al martello è unito il pianto” (ibidem),
solo in un referente collettivo ritroviamo la forza di dire:
“Vogliamo ciò che di umano ci appartiene”. Solo in esso riacquista
senso la punta del singolo che continua a scalfire cortei di sogni
sui muri erosi delle nostre identità. Al singolo, se isolato, rimane
il pianto e la disperazione su un orizzonte che pare chiuso e privo
di possibilità: “A me rimane/ niente più/ che il colore del sangue e
il gemito delle ali/ spezzate,/ l’affanno soffocante della fuga dopo
l’esplosione.” (p.14).
Mentre è proprio il legame che resiste che consente all’ottimismo
della volontà di trasfigurarsi tra candore e visionarietà: se “C’è
la notte del nero totale/ per noi/ che solo inventiamo parole/ che
consolino ogni foglia che/ cade”, “su pegasi di farfalle voleremo/
nel giardino della luce, dove/ i rami del salice/ sono mani festanti
tra le rose/ e l’acqua dei ruscelli/ è liquido d’amore dei mostri
pentiti” (p.65). La resistenza agli orrori dell’oggi, in mancanza di
quasi null’altro, viene appesa a lampi di dolcezza e metamorfosi
chagalliane: “Svanirà del tutto/ la nostra malinconia/ quando sarò
anch’io una farfalla leggera.” (p.32). Luoghi in cui il soggetto
scrivente ritrova l’energia di dire: “Amo e canto/ l’uomo di ogni
giorno/…/ per vincere la paura,/ per vedere/ il rosso, il giallo, il
nero, il bianco insieme.” (p.49)
Il versante di esercizio pittorico dell’autore sicuramente agisce
nella fluorescenza continua di immagini, e il loro dipanare in ritmi
ansimanti e panicati evita alla passione civile di rimanere in piani
alti di retorica ideologica e didascalica. Dagli abissi disperati
dei piani emozionali, riemerge anzi, quasi inaspettato, un impasto
beffardo di sarcasmo lieve e potente: “Non so. Forse/ la morte
impazzisce/ a raccogliere così tanto nelle sue lunghe/ notti” (p.51)
Adam
Vaccaro |