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Con
sobria veste editoriale per i tipi delle Edizioni Joker di Novi
Ligure, Franco Santamaria, in trenta composizioni arricchite da nove
spunti di riflessione, ha dispiegato l’ampio ventaglio delle sue
tematiche poetiche.
La silloge ha una acuta prefazione di Sandro Montalto che, con
lucidità e competenza, mette in rilievo gli spunti fondamentali
dell’opera: -…“ Legittimamente in questa poesia c’è la denuncia ma
anche la speranza nella rinascita, l’espressione dell’angoscia ma
anche lo sprone a rifondare le basi del mondo”…-
Analizzando il volume notiamo che lo stile scritturale è
impreziosito da interessanti metafore e il verso libero profila
ugualmente una sua armonica musicalità: ”… svanirà del tutto/ la
nostra malinconia/ quando sarò anch’io farfalla leggera ...”
In quasi tutti i testi, risulta evidente l’animus pittorico
dell’autore, che con pochi tratti essenziali delinea il fondale
poetico del tema.
I contenuti, specialmente quelli di carattere sociologico, ostentano
una loro matrice drammatica e con tale evidente contrasto è come se
l’autore volesse occultare la parte più romantica del verso, che
prima aveva ingentilito con la sua interiore e ricca sensibilità di
uomo. E mentre con il canto di “Una rosa” ci aveva fatto
sognare: “…Rosa / di ciò che non è umano/ di zagara che veste di
bianco l’aurora,/ di stella che piange per i prigionieri / come noi
/ sulla via lattea”…, ci ridesta bruscamente dal magico mondo
che ha saputo creare per immergerci nello stato di disagio e “Ansia“
della più cruda realtà: “Porto con me una bimba /che già teme /
come me / vortici e abissi liquidi, / e sotterranei / di catene, di
missili, di anime in vendita;/ …“
La raccolta ben calibrata, rimemora nelle diverse tematiche gli
accenti della sua terra di origine, infatti Franco Santamaria è nato
a Tursi (Matera) e viene spontaneo accostarlo al poeta conterraneo
Rocco Scotellaro (nato a Tricarico il 19 aprile 1923, deceduto a
Portici il 15 dicembre del 1953). Anche se la rivisitazione del
Santamaria è alquanto diversa.
I due autori però, sono accumunati da molti elementi come la
dissonanza di stile, ossia lo scarto del tono elegiaco nel tessuto
del verso, ora poeticamente alto, ora drammaticamente quotidiano e
reale.
Un altro punto di congiunzione fra i due, è il desiderio di
conservare e tramandare il nobile patrimonio culturale e agreste dei
propri avi attraverso il mitico paesaggio descritto: l’alternarsi
delle stagioni e il ricordo dei faticosi lavori quotidiani, come
l’aratura e la mietitura campestre.
I due poeti sono animati dalla stessa sorda ribellione, dalla voglia
di giustizia, perché cessi la disumana, atavica condizione della
popolazione rurale.
Essi auspicano che anche attraverso il loro appassionato lirismo, la
gente del sud, da sempre umiliata e sconfitta, possa riscattarsi e
riappropriarsi della propria dignità.
Lo struggente canto elegiaco dei due cantori lucani esprime l’amore
per la severa bellezza della natura, ma segnala altresì le lacrime e
le tormentate pene della vita contadina.
Così, attraverso una civile protesta poetica, entrambi dimostrano
che si può lottare affinché la situazione nel diseredato “giardino
dei poveri”, cambi e migliori.
In attesa di un nuova alba più lieta e umana, Franco Santamaria ci
confida il suo recondito “Sogno”: “…Voglio ancora sperare/
nel tuo ritorno/ su un’ala di sogno/ tra le gole della mia terra,
all’eco/ del vento rupestre/ di autunno o di primavera, / quando
mareggia / madido di sole il primo/ frumento.”
M.
Teresa Santalucia Scibona |