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Questo
libro di Santamaria (Edizioni Joker, maggio 2004) ci propone una
raccolta di trenta liriche. Raccolta probabilmente recentissima,
che, come assai saggiamente ci illustra Sandro Montalto nella sua
attentissima presentazione, fa pensare a Beethoven che in
contemporanea scriveva la Quinta e la Sesta Sinfonia.
Mi pare che questa iniziale chiave di lettura ci possa
considerevolmente aiutare nella lettura di un testo che, seppur non
ostico, certamente aggiunge cose nuove a quelle già dette da altre
parti da Santamaria.
Infatti l’autore non si vergogna in alcun modo di rappresentare le
crudeltà, le asprezze della vita e le ingiustizie che molto spesso
fanno da connivenza alla cattiveria del mondo.
I temi che Santamaria tocca sono certo tra i suoi preferiti: la
situazione del sud, l’ansia di riscatto, la redenzione, la
ribellione, le ingiustizie patite; ma anche molte altre: i più
teneri affetti familiari, l’amore per la natura, la pace e la
serenità, il desiderio di nuovi e più profondi rapporti umani.
Questi temi, tradizionali in Santamaria, qua riescono a toccare una
forza come di rado era capitato di trovare, proprio per via di
questo contrasto che anima per intero la raccolta, contrasto
presente perfino in ogni singola poesia. Il bello consiste
probabilmente proprio in questo, che quanto più l’autore esprime il
dolore, la crudeltà e le sofferenze, spesso anche ingiuste, tanto
più sembra che voglia lottare contro queste realtà per affermarne la
irriducibile limitatezza e contingenza.
Certo, Santamaria non è autore di facili consolazioni; è un uomo che
soffre e che lotta, quindi anche la speranza, vivissima, che appare,
non lascia ombra di dubbio sul costo che si paga per affrontarne la
presenza.
Guardiamo innanzitutto il suo cosmo da quali presenze è popolato.
Presenze di uomini? Rarissime. Di animali? Altrettanto rare. La
presenza più profonda è quella delle cose, sia le cose della sua
amata e sofferta campagna del sud, sia quella delle cose della
nostra civiltà industriale. E in questo caso le cose sono ancora più
aspre e più cattive.
Facciamo subito qualche esempio:
“la lava del cemento e dei motori” di “Per un diritto”,
“lacrimogeni” di “Come nelle veglie d’oriente”, “la stretta catena
di idee, di acciaio e pietra lavica”, i “funghi di petrolio”,
“un’armata (…) di boati, di motori e di cingoli” di “Con noi il
vento”, “missili” di “Ansia”, “vetri di rianimazione” di “Vorremmo
ascoltare”, “asfalto” di “Amo e canto”, “scorie e bitume” di “Nel
ventre della sera”.
Mi sono soffermato su queste cose, su queste immagini perché sono
inserite all’interno del nostro disagio urbano ed esistenziale, con,
in più, proprio questa dialettica con una realtà arcaica, questi due
riferimenti, ad esempio, alla lava, elemento ostico ma distante da
quello dei nostri tetri paesaggi cittadini.
Questo soffermarsi all’interno del degrado di una civiltà
apparentemente in piena salute, come è quella capitalistica, in
realtà non impedisce a Santamaria di vedere gli aspetti lirici
all’interno di un mondo alternativo a quello, anche se certamente
perdente. L’amore per la natura in lui non ha affatto l’odore del
buon tempo antico né presta il fianco a facili lirismi di maniera.
Poeta attentissimo ad evitare di scendere negli abissi del
sentimentale, l’autore rappresenta, come giustamente viene osservato
nella prefazione, un mondo, quello del sud (e non solo), carico di
sogni, di amore, di speranze ma moltissimo di dolori. Le immagini di
crocifissioni non sono un facile tributo ad un’immagine simbolica,
sono una realtà storica, politica e sociale di cui Santamaria si fa
testimone e portavoce.
Certamente, in questi Echi dobbiamo ricercare l’anima più profonda
di un artista che non ammette repliche al coraggio del proprio
narrare, alla freschezza della propria ispirazione ed alla
delicatezza dei propri più nascosti sentimenti. Santamaria è
pittore, e si vede. Ma in lui, come anche nella sua poesia, non c’è
una volontà didascalica, ma una coscienza teorica e personale del
perché del nostro vivere, soffrire, operare quotidiano. Il valore
dei simboli in Santamaria assume una sua personale caratterizzazione
proprio in quanto li tratta con assoluta coerenza e concretezza.
Come non pensare, ad esempio, ai bellissimi tramonti di cui ci dà
splendide descrizioni? Come non pensare alle tenerissime parole
d’amore alla cara persona perduta, frasi soffuse di una malinconia
struggente ma senza ombra di autolesionismo e di vittimismo? Come
non pensare a questa consapevolezza della caducità delle cose
terrene ed all’ansia di riscatto, che in fondo tutto non sia altro
che un sogno?
Il problema è capire quale è il sogno, se la vita sublime, fatta di
pace, amore e fratellanza, o questa vita, con i suoi strazi assurdi
e insensati.
Non si tratta di un gioco di parole o di ragionamenti leziosi.
Apparentemente il sogno è come lo si intende nel parlare comune,
qualcosa di bellissimo ma irrealizzabile. Io vorrei dire che,
nonostante il tono spesso addolorato e sconsolato, tutto in
Santamaria pare dirci il contrario. La presenza eterna dei suoi
sentimenti ci suggerisce invece che proprio questi sono eterni,
mentre la morte, questa compagna della nostra vita, in realtà non
possa toccare proprio le più intime profondità della nostra
esistenza.
Presenza ambigua, malevola, ingombrante, quella della morte in
questo libro. E come tutte le presenze viene da considerarne la
validità quando non c’è, quando non se ne parla. Altrettanto, a
rovescio, viene da pensare a come la persona più cara e più presente
è tanto più viva quanto meno c’è. Cito una sola frase, una tra le
tante, bellissime, del libro:
“Di te, della tenerezza paffuta dei cuccioli (…) rimane / un senso
stupefatto d’inspiegabile / assenza”.
È l’assenza inspiegabile, tanto vivida è la presenza dell’amore,
dell’amata.
Io non credo alle parole che in “Fragilità” Santamaria afferma, alla
fine: che “ciò che tu eterno / affermavi / subito si è sfuso ai
flutti delle cose / per sempre perdute”. E’ vero, di solito, come in
tanti artisti del Novecento (ma ora siamo nel Duemila) è proprio
nell’assenza che si valuta la presenza, è proprio nel vuoto che
emerge la vita, è proprio dal diniego che appare la vita. L’anelito
alla vita è proprio la realtà più profonda di questo libro, che
tutto è meno che un invito alla negazione e alla sconfitta.
Prendiamo queste parole, tratte da “Dolce sorriso di rosa”.
“Svanirà del tutto / la nostra malinconia / quando sarò anch’io
farfalla leggera”.
O come in “Vorremmo ascoltare” :
“Vorremmo ascoltare / il suono di chitarra hawaiana /e in quell’eco
/ attraversare un ponte di vita, di amore”.
Questa speranza, o questo desiderio di speranza, che è vita
anch’esso, trova probabilmente il suo acme nella poesia “Sogno”,
vera e propria punta di diamante del libro:
“Voglio ancora sperare / nel tuo ritorno / su un’ala di sogno / tra
le gole della mia terra , all’eco / del vento rupestre / di autunno
o di primavera, / quando mareggia / madido di sole il primo /
frumento”.
In questi versi sta, probabilmente, il vertice dell’arte poetica di
Santamaria. Dico poetica, sapendo bene che questa sua descrizione di
un sogno, di una sublime aspirazione è altrettanto pittorica quanto
poetica, e già mi sto domandando se avremo la fortuna di vederne il
relativo quadro, come l’autore di Echi ci ha abituato con l’opera
“Parola e Immagine”, inesauribile terreno di
incontro tra poesia e pittura. Sì, mi chiedo se un periodare ampio,
sereno, maestoso, come quello di questi versi, se gli spaziosi
paesaggi della sua terra, se i colori delle stagioni non siano il
segno più evidente di una vita vera, di una vita che non rinuncia ai
suoi sogni perché sa che sui sogni può contare per vivere meglio e
per lottare meglio.
Ho già detto che Santamaria non è autore consolatorio, ma aggiungo
che è autore che non si vergogna dei sogni ed anzi attribuisce ai
sogni la capacità di andare avanti, di coltivare le proprie più
tenere passioni ed aspirazioni. E’ il valore delle ”urne de’ forti”
, è il valore dell’eternità in un mondo dove le cose sembrano
svanire inutilmente, dove il passaggio del tempo e delle cose pare
scioccamente inarrestabile e dove il valore della memoria pare una
delle poche certezze ormai rimaste.
Ma non mi pare che queste scarse certezze lascino il campo al
deflagrare del male, no. Per quanto, accanto agli orrori ed agli
aborti della città, si accompagnino lo squagliamento della civiltà
contadina e la sconfitta di un mondo antico, niente, mi pare, si
possa definire ancora perduto. Eppure in questi “echi” si contano
anche immagini di “ruderi smarriti” (Lungo un fiume), si contano
“ansie” (ivi e Ansia), si vedono dappertutto rocce, reti, carboni e
immagini di un antico mondo perdente.
E allora quale è il senso ultimo di questa poesia interrogante,
investigante? Di questa poesia che fa amare, riflettere, fa star
bene e fa stare male?
Io penso che oltre al “groviglio dei fili / di un ragno pazzo”
(Lontana) Santamaria indaghi sempre sui perché, senza resa e senza
abbandoni. Autore preciso e circostanziato, attentissimo alle
piccole cose della vita, concretissimo nei suoi riferimenti (come
non ricordarci “gli olivi sulla via di Samaselle”, riferimento
domestico e colloquiale, vera e propria disponibilità a narrarsi e a
narrare, è autore di grandissime aspirazioni, idealità, vere e
proprie presenze vive del suo mondo. La sua poesia civile sarà
sempre una poesia perché non esistano più i cadaveri della storia, i
prigionieri dell’ ingiustizia, gli schiavi delle piramidi e
quant’altro di atroce l’umanità, con le sue mille meravigliose e
diaboliche mani, sia riuscita al riguardo a concepire (si legga al
riguardo “Selva”, la più polemica e probabilmente la più rabbiosa
della raccolta).
Sul “buio totale” che incombe, Santamaria lascia sempre il segno
della sua e della nostra presenza, lascia sempre il valore di una
vita che vale comunque la pena di spendere, e mai di spegnere, di
una vita apparentemente inutile, quella di chi, solamente, inventa
“parole che consolino ad ogni foglia che cade”. Ringraziamo Dio che
c’è qualcuno ancora capace di soffrire e lottare perché il male
venga estirpato dal mondo.
Paolo
Ragni |