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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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ECHI AD INCASTRO

 
 

 

Gli “Echi ad incastro” di Franco Santamaria
Paolo Ragni

 

Questo libro di Santamaria (Edizioni Joker, maggio 2004) ci propone una raccolta di trenta liriche. Raccolta probabilmente recentissima, che, come assai saggiamente ci illustra Sandro Montalto nella sua attentissima presentazione, fa pensare a Beethoven che in contemporanea scriveva la Quinta e la Sesta Sinfonia.
Mi pare che questa iniziale chiave di lettura ci possa considerevolmente aiutare nella lettura di un testo che, seppur non ostico, certamente aggiunge cose nuove a quelle già dette da altre parti da Santamaria.
Infatti l’autore non si vergogna in alcun modo di rappresentare le crudeltà, le asprezze della vita e le ingiustizie che molto spesso fanno da connivenza alla cattiveria del mondo.
I temi che Santamaria tocca sono certo tra i suoi preferiti: la situazione del sud, l’ansia di riscatto, la redenzione, la ribellione, le ingiustizie patite; ma anche molte altre: i più teneri affetti familiari, l’amore per la natura, la pace e la serenità, il desiderio di nuovi e più profondi rapporti umani.
Questi temi, tradizionali in Santamaria, qua riescono a toccare una forza come di rado era capitato di trovare, proprio per via di questo contrasto che anima per intero la raccolta, contrasto presente perfino in ogni singola poesia. Il bello consiste probabilmente proprio in questo, che quanto più l’autore esprime il dolore, la crudeltà e le sofferenze, spesso anche ingiuste, tanto più sembra che voglia lottare contro queste realtà per affermarne la irriducibile limitatezza e contingenza.
Certo, Santamaria non è autore di facili consolazioni; è un uomo che soffre e che lotta, quindi anche la speranza, vivissima, che appare, non lascia ombra di dubbio sul costo che si paga per affrontarne la presenza.
Guardiamo innanzitutto il suo cosmo da quali presenze è popolato.
Presenze di uomini? Rarissime. Di animali? Altrettanto rare. La presenza più profonda è quella delle cose, sia le cose della sua amata e sofferta campagna del sud, sia quella delle cose della nostra civiltà industriale. E in questo caso le cose sono ancora più aspre e più cattive.
Facciamo subito qualche esempio:
“la lava del cemento e dei motori” di “Per un diritto”, “lacrimogeni” di “Come nelle veglie d’oriente”, “la stretta catena di idee, di acciaio e pietra lavica”, i “funghi di petrolio”, “un’armata (…) di boati, di motori e di cingoli” di “Con noi il vento”, “missili” di “Ansia”, “vetri di rianimazione” di “Vorremmo ascoltare”, “asfalto” di “Amo e canto”, “scorie e bitume” di “Nel ventre della sera”.
Mi sono soffermato su queste cose, su queste immagini perché sono inserite all’interno del nostro disagio urbano ed esistenziale, con, in più, proprio questa dialettica con una realtà arcaica, questi due riferimenti, ad esempio, alla lava, elemento ostico ma distante da quello dei nostri tetri paesaggi cittadini.
Questo soffermarsi all’interno del degrado di una civiltà apparentemente in piena salute, come è quella capitalistica, in realtà non impedisce a Santamaria di vedere gli aspetti lirici all’interno di un mondo alternativo a quello, anche se certamente perdente. L’amore per la natura in lui non ha affatto l’odore del buon tempo antico né presta il fianco a facili lirismi di maniera. Poeta attentissimo ad evitare di scendere negli abissi del sentimentale, l’autore rappresenta, come giustamente viene osservato nella prefazione, un mondo, quello del sud (e non solo), carico di sogni, di amore, di speranze ma moltissimo di dolori. Le immagini di crocifissioni non sono un facile tributo ad un’immagine simbolica, sono una realtà storica, politica e sociale di cui Santamaria si fa testimone e portavoce.
Certamente, in questi Echi dobbiamo ricercare l’anima più profonda di un artista che non ammette repliche al coraggio del proprio narrare, alla freschezza della propria ispirazione ed alla delicatezza dei propri più nascosti sentimenti. Santamaria è pittore, e si vede. Ma in lui, come anche nella sua poesia, non c’è una volontà didascalica, ma una coscienza teorica e personale del perché del nostro vivere, soffrire, operare quotidiano. Il valore dei simboli in Santamaria assume una sua personale caratterizzazione proprio in quanto li tratta con assoluta coerenza e concretezza.
Come non pensare, ad esempio, ai bellissimi tramonti di cui ci dà splendide descrizioni? Come non pensare alle tenerissime parole d’amore alla cara persona perduta, frasi soffuse di una malinconia struggente ma senza ombra di autolesionismo e di vittimismo? Come non pensare a questa consapevolezza della caducità delle cose terrene ed all’ansia di riscatto, che in fondo tutto non sia altro che un sogno?
Il problema è capire quale è il sogno, se la vita sublime, fatta di pace, amore e fratellanza, o questa vita, con i suoi strazi assurdi e insensati.
Non si tratta di un gioco di parole o di ragionamenti leziosi. Apparentemente il sogno è come lo si intende nel parlare comune, qualcosa di bellissimo ma irrealizzabile. Io vorrei dire che, nonostante il tono spesso addolorato e sconsolato, tutto in Santamaria pare dirci il contrario. La presenza eterna dei suoi sentimenti ci suggerisce invece che proprio questi sono eterni, mentre la morte, questa compagna della nostra vita, in realtà non possa toccare proprio le più intime profondità della nostra esistenza.
Presenza ambigua, malevola, ingombrante, quella della morte in questo libro. E come tutte le presenze viene da considerarne la validità quando non c’è, quando non se ne parla. Altrettanto, a rovescio, viene da pensare a come la persona più cara e più presente è tanto più viva quanto meno c’è. Cito una sola frase, una tra le tante, bellissime, del libro:
“Di te, della tenerezza paffuta dei cuccioli (…) rimane / un senso stupefatto d’inspiegabile / assenza”.
È l’assenza inspiegabile, tanto vivida è la presenza dell’amore, dell’amata.
Io non credo alle parole che in “Fragilità” Santamaria afferma, alla fine: che “ciò che tu eterno / affermavi / subito si è sfuso ai flutti delle cose / per sempre perdute”. E’ vero, di solito, come in tanti artisti del Novecento (ma ora siamo nel Duemila) è proprio nell’assenza che si valuta la presenza, è proprio nel vuoto che emerge la vita, è proprio dal diniego che appare la vita. L’anelito alla vita è proprio la realtà più profonda di questo libro, che tutto è meno che un invito alla negazione e alla sconfitta.
Prendiamo queste parole, tratte da “Dolce sorriso di rosa”.
“Svanirà del tutto / la nostra malinconia / quando sarò anch’io farfalla leggera”.
O come in “Vorremmo ascoltare” :
“Vorremmo ascoltare / il suono di chitarra hawaiana /e in quell’eco / attraversare un ponte di vita, di amore”.
Questa speranza, o questo desiderio di speranza, che è vita anch’esso, trova probabilmente il suo acme nella poesia “Sogno”, vera e propria punta di diamante del libro:
“Voglio ancora sperare / nel tuo ritorno / su un’ala di sogno / tra le gole della mia terra , all’eco / del vento rupestre / di autunno o di primavera, / quando mareggia / madido di sole il primo / frumento”.
In questi versi sta, probabilmente, il vertice dell’arte poetica di Santamaria. Dico poetica, sapendo bene che questa sua descrizione di un sogno, di una sublime aspirazione è altrettanto pittorica quanto poetica, e già mi sto domandando se avremo la fortuna di vederne il relativo quadro, come l’autore di Echi ci ha abituato con l’opera “Parola e Immagine”, inesauribile terreno di incontro tra poesia e pittura. Sì, mi chiedo se un periodare ampio, sereno, maestoso, come quello di questi versi, se gli spaziosi paesaggi della sua terra, se i colori delle stagioni non siano il segno più evidente di una vita vera, di una vita che non rinuncia ai suoi sogni perché sa che sui sogni può contare per vivere meglio e per lottare meglio.
Ho già detto che Santamaria non è autore consolatorio, ma aggiungo che è autore che non si vergogna dei sogni ed anzi attribuisce ai sogni la capacità di andare avanti, di coltivare le proprie più tenere passioni ed aspirazioni. E’ il valore delle ”urne de’ forti” , è il valore dell’eternità in un mondo dove le cose sembrano svanire inutilmente, dove il passaggio del tempo e delle cose pare scioccamente inarrestabile e dove il valore della memoria pare una delle poche certezze ormai rimaste.
Ma non mi pare che queste scarse certezze lascino il campo al deflagrare del male, no. Per quanto, accanto agli orrori ed agli aborti della città, si accompagnino lo squagliamento della civiltà contadina e la sconfitta di un mondo antico, niente, mi pare, si possa definire ancora perduto. Eppure in questi “echi” si contano anche immagini di “ruderi smarriti” (Lungo un fiume), si contano “ansie” (ivi e Ansia), si vedono dappertutto rocce, reti, carboni e immagini di un antico mondo perdente.
E allora quale è il senso ultimo di questa poesia interrogante, investigante? Di questa poesia che fa amare, riflettere, fa star bene e fa stare male?
Io penso che oltre al “groviglio dei fili / di un ragno pazzo” (Lontana) Santamaria indaghi sempre sui perché, senza resa e senza abbandoni. Autore preciso e circostanziato, attentissimo alle piccole cose della vita, concretissimo nei suoi riferimenti (come non ricordarci “gli olivi sulla via di Samaselle”, riferimento domestico e colloquiale, vera e propria disponibilità a narrarsi e a narrare, è autore di grandissime aspirazioni, idealità, vere e proprie presenze vive del suo mondo. La sua poesia civile sarà sempre una poesia perché non esistano più i cadaveri della storia, i prigionieri dell’ ingiustizia, gli schiavi delle piramidi e quant’altro di atroce l’umanità, con le sue mille meravigliose e diaboliche mani, sia riuscita al riguardo a concepire (si legga al riguardo “Selva”, la più polemica e probabilmente la più rabbiosa della raccolta).
Sul “buio totale” che incombe, Santamaria lascia sempre il segno della sua e della nostra presenza, lascia sempre il valore di una vita che vale comunque la pena di spendere, e mai di spegnere, di una vita apparentemente inutile, quella di chi, solamente, inventa “parole che consolino ad ogni foglia che cade”. Ringraziamo Dio che c’è qualcuno ancora capace di soffrire e lottare perché il male venga estirpato dal mondo.

Paolo Ragni

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.