|
Il
presente testo di Franco Santamaria, che oltre ad essere poeta è
anche pittore, e che ha all’attivo mostre personali e collettive,
sia in Italia che all’estero, non essendo scandito, ha
nell’unitarietà tematica e formale, un carattere vagamente
poematico; il libro è prefato con grande acribia da Sandro Montalto.
Santamaria è nato in Lucania e risiede dal 1990 ad Afragola
(Napoli); questo dato geografico è collegato al fatto che
Santamaria, avendolo vissuto in prima persona, sente molto il
problema della gente del Sud e, dal suo osservatorio privilegiato,
partecipa, con quanto scrive, ai problemi di un Meridione al quale
si sente fortemente affratellato e per il quale non può fare a meno
di provare compassione e comprensione, immedesimandosi fortemente
con la sua gente. Echi ad incastro ha, dunque, una valenza politica
e sociale, civile, anche se l’autore pratica una poesia chiaramente
lirica, mettendo in primo piano la natura, che è protagonista
anch’essa di quest’opera originale e compiuta.
Leggiamo la poesia Legame, una delle più belle della raccolta, la
prima del testo, poesia che ha qualcosa di programmatico,
coscientemente cercato dall’autore: “Ho legato il cuore ai tuoi
alberi / così scheletrici, / che invano puntano pungoli di lebbra, /
da ogni parte, / alle nude / costruzioni delle timpe e dei calanchi
/ che rifiutano orme umane durante la pioggia, / alla muffa e alle
lacrime delle case / che soffocano nel fumo di paglia / senza il
soffio degli emigrati / non si sa dove / in nuvole di speranze
randagie. / Salgo alla radice di fiumi / che dormono in letti /
scavati e pietrosi alle mani / dal colore del giorno freddo, viola.
// …”. In questo componimento c’è una forte effusione dell’io lirico
dell’autore, che immagina di legare il suo cuore agli alberi
scheletrici della sua terra dal paesaggio brullo, quasi in una
fusione o una metamorfosi, della corporeità del poeta stesso con la
natura; i versi sono di lunghezza varia, a vantaggio in questo caso
del ritmo che diviene preciso e incalzante, nell’icasticità del
dettato.
Quello che emerge subito, nella poetica che l’autore esprime in
questo libro, è il congiungersi di due fattori, quello
socio-politico e quello naturale, perché in questa terra descritta,
nominata, presumibilmente amata dall’autore, proprio il paesaggio
scabro e riarso che Franco Santamaria presenta, si fa ottimamente
spazio scenico decisamente intonato al presunto dolore degli
emigrati che, per la povertà, hanno dovuto lasciare questa terra,
abbandonando nelle case natali muffa e lagrime. “/… / Ho lasciato il
cuore alle tue forme / così degradate. // A me rimane / niente più /
che il colore del sangue e il gemito delle ali / spezzate, /
l’affanno soffocante della fuga dopo l’esplosione.” Con questi versi
drammatici, ma controllati, si esprime evidentemente la
partecipazione dell’autore ai mali atavici della sua terra, ad una
forte sofferenza esistenziale collettiva, che si riflette in quella
del poeta, che se ne fa interprete.
Nonostante l’essenza dolorosa della tematica, non c’è per nulla
traccia di autocompiangimento o di disperazione, in questi versi
l’autore non si geme mai addosso: quello che caratterizza il poiein
di Santamaria, e questo è un fattore del tutto positivo, è la
densità metaforica e analogica del suo dettato, che dimostra, in un
tempo che spesso appare sospeso, la capacità del poeta, a livello
stilistico, di costruire un’architettura poetica del tutto
pregevole.
A volte, in questa raccolta, incontriamo un tu al quale il poeta si
rivolge, una figura femminile della quale tutto viene taciuto: così
leggiamo nella poesia Sogno: “Dura in me l’ultima / tua fisicità
vivente / con un volto di pietra / sbianchita e segnata / dalle
lacrime dei fiumi di Pandosia. // … / Voglio ancora sperare / nel
tuo ritorno / su un’ala di sogno / tra le gole della mia terra,
all’eco / del vento rupestre / di autunno o di primavera / …”.
Queste parole sembrano essere scritte in una lettera inviata dal
poeta ad una non precisata destinataria, in immagini oniriche: qui
si fa decisamente evidente il carattere, presente quasi
costantemente, in questa poesia, di una forte sospensione, di
un’aura magica e sacrale, di tutto quello che qui viene descritto,
detto attraverso la parola.
Non bisogna dimenticare che Santamaria è anche pittore e le sue
immagini, in sintagmi, hanno una forte valenza anche pittorica,
soprattutto nelle descrizioni naturalistiche, simili a pennellate di
parole.
A volte il poeta entra anche nella sfera dell’intimismo, come nella
poesia Una rosa: “Voglio dirti rosa / della mia solitudine /
profonda / come la solitudine del grido notturno / e invisibile. //
Voglio dirti rosa / del mio ardore di creta / a squame / come tutto
ciò / che la salsedine e il fuoco / del carbone cereale ardono. //
…” Qui il procedimento dell’anafora funziona molto bene, e c’è una
notevole musicalità del verso: Santamaria sa dominare molto bene la
sua materia: ha una forte coscienza letteraria di quello che scrive,
grazie anche all’altro versante della sua creatività, quello della
pittura, della quale la poesia rispecchia una padronanza formale e
stilistica veramente notevole.
Raffaele
Piazza
|