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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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ECHI AD INCASTRO

 
 

 

Gli “Echi ad incastro” di Franco Santamaria
Raffaele Piazza

 

Il presente testo di Franco Santamaria, che oltre ad essere poeta è anche pittore, e che ha all’attivo mostre personali e collettive, sia in Italia che all’estero, non essendo scandito, ha nell’unitarietà tematica e formale, un carattere vagamente poematico; il libro è prefato con grande acribia da Sandro Montalto.
Santamaria è nato in Lucania e risiede dal 1990 ad Afragola (Napoli); questo dato geografico è collegato al fatto che Santamaria, avendolo vissuto in prima persona, sente molto il problema della gente del Sud e, dal suo osservatorio privilegiato, partecipa, con quanto scrive, ai problemi di un Meridione al quale si sente fortemente affratellato e per il quale non può fare a meno di provare compassione e comprensione, immedesimandosi fortemente con la sua gente. Echi ad incastro ha, dunque, una valenza politica e sociale, civile, anche se l’autore pratica una poesia chiaramente lirica, mettendo in primo piano la natura, che è protagonista anch’essa di quest’opera originale e compiuta.
Leggiamo la poesia Legame, una delle più belle della raccolta, la prima del testo, poesia che ha qualcosa di programmatico, coscientemente cercato dall’autore: “Ho legato il cuore ai tuoi alberi / così scheletrici, / che invano puntano pungoli di lebbra, / da ogni parte, / alle nude / costruzioni delle timpe e dei calanchi / che rifiutano orme umane durante la pioggia, / alla muffa e alle lacrime delle case / che soffocano nel fumo di paglia / senza il soffio degli emigrati / non si sa dove / in nuvole di speranze randagie. / Salgo alla radice di fiumi / che dormono in letti / scavati e pietrosi alle mani / dal colore del giorno freddo, viola. // …”. In questo componimento c’è una forte effusione dell’io lirico dell’autore, che immagina di legare il suo cuore agli alberi scheletrici della sua terra dal paesaggio brullo, quasi in una fusione o una metamorfosi, della corporeità del poeta stesso con la natura; i versi sono di lunghezza varia, a vantaggio in questo caso del ritmo che diviene preciso e incalzante, nell’icasticità del dettato.
Quello che emerge subito, nella poetica che l’autore esprime in questo libro, è il congiungersi di due fattori, quello socio-politico e quello naturale, perché in questa terra descritta, nominata, presumibilmente amata dall’autore, proprio il paesaggio scabro e riarso che Franco Santamaria presenta, si fa ottimamente spazio scenico decisamente intonato al presunto dolore degli emigrati che, per la povertà, hanno dovuto lasciare questa terra, abbandonando nelle case natali muffa e lagrime. “/… / Ho lasciato il cuore alle tue forme / così degradate. // A me rimane / niente più / che il colore del sangue e il gemito delle ali / spezzate, / l’affanno soffocante della fuga dopo l’esplosione.” Con questi versi drammatici, ma controllati, si esprime evidentemente la partecipazione dell’autore ai mali atavici della sua terra, ad una forte sofferenza esistenziale collettiva, che si riflette in quella del poeta, che se ne fa interprete.
Nonostante l’essenza dolorosa della tematica, non c’è per nulla traccia di autocompiangimento o di disperazione, in questi versi l’autore non si geme mai addosso: quello che caratterizza il poiein di Santamaria, e questo è un fattore del tutto positivo, è la densità metaforica e analogica del suo dettato, che dimostra, in un tempo che spesso appare sospeso, la capacità del poeta, a livello stilistico, di costruire un’architettura poetica del tutto pregevole.
A volte, in questa raccolta, incontriamo un tu al quale il poeta si rivolge, una figura femminile della quale tutto viene taciuto: così leggiamo nella poesia Sogno: “Dura in me l’ultima / tua fisicità vivente / con un volto di pietra / sbianchita e segnata / dalle lacrime dei fiumi di Pandosia. // … / Voglio ancora sperare / nel tuo ritorno / su un’ala di sogno / tra le gole della mia terra, all’eco / del vento rupestre / di autunno o di primavera / …”. Queste parole sembrano essere scritte in una lettera inviata dal poeta ad una non precisata destinataria, in immagini oniriche: qui si fa decisamente evidente il carattere, presente quasi costantemente, in questa poesia, di una forte sospensione, di un’aura magica e sacrale, di tutto quello che qui viene descritto, detto attraverso la parola.
Non bisogna dimenticare che Santamaria è anche pittore e le sue immagini, in sintagmi, hanno una forte valenza anche pittorica, soprattutto nelle descrizioni naturalistiche, simili a pennellate di parole.
A volte il poeta entra anche nella sfera dell’intimismo, come nella poesia Una rosa: “Voglio dirti rosa / della mia solitudine / profonda / come la solitudine del grido notturno / e invisibile. // Voglio dirti rosa / del mio ardore di creta / a squame / come tutto ciò / che la salsedine e il fuoco / del carbone cereale ardono. // …” Qui il procedimento dell’anafora funziona molto bene, e c’è una notevole musicalità del verso: Santamaria sa dominare molto bene la sua materia: ha una forte coscienza letteraria di quello che scrive, grazie anche all’altro versante della sua creatività, quello della pittura, della quale la poesia rispecchia una padronanza formale e stilistica veramente notevole.

Raffaele Piazza

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.