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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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ECHI AD INCASTRO

 
 

 

Prefazione ad Echi ad incastro
Sandro Montalto

 

L’opera di Franco Santamaria – in poesia come in pittura, disciplina nella quale l’autore concretizza con accesa espressione le proprie angosce – è eminentemente politica, sociale: si fa coraggiosamente e caparbiamente carico delle sofferenze altrui non immaginando di sottrarli al prossimo (così fa chi si ritiene un dio, o il personaggio di un racconto – penso a The wish house di Kipling) ma condividendole ed approfittando con generosità della propria facoltà, essendo egli un artista, di levare il proprio canto sopra la palude di conformismo ed oppressione che smorza il grido di chi artista non è. Non c’è, tuttavia, nell’opera di Santamaria la componente dell’illusione: egli sa bene che l’artista proprio in quanto tale è costituzionalmente ostacolato, messo a tacere, eliminato, e proprio per questo egli sfrutta al massimo ciò che il comune nemico (la mediocrità, l’egoismo, lo strapotere…) gli permette di esprimere, organizzandolo in forme verbali o pittoriche le quali si nutrono sempre di un sanguinoso agon, di una lotta incessante, corpo a corpo, violenta e senza esclusione di colpi (basti guardare l’illustrazione in copertina a questo Echi ad incastro).
Una componente della poesia del lucano Santamaria è certo la sua connotazione fortemente meridionale (Storie di echi era dedicato «Alla gente del Sud e a quanti, conoscendola, l’amano», laddove quel «conoscendola» è messo lì a suggerire il rifiuto di chi ama un’idea stilizzata, uno stereotipo, senza godere dell’esperienza diretta della passione), esaltata dalla propria apertura e dalla propria profonda escavazione e metabolizzazione degli stilemi tipici della poesia meridionalistica più lontana da semplici confessioni o stucchevoli pittoricismi.
I nomi di Quasimodo e Pierro sono stati già opportunamente fatti da altri, e si potrebbero evocare nelle loro diverse sfaccettature anche quelli di Corrado Calabrò, Dante Maffia, Gino Rago, soprattutto Raffaele Nigro per quanto riguarda l’irrisione delle false coscienze, per non fare che qualche nome.
Soprattutto la poesia di Santamaria conserva di certa poesia meridionale la capacità di evocazione e simultaneamente sospensione del tempo. Ma allora, si dirà, queste oasi liriche o comunque di calma allontanano il poeta dai drammi della quotidianità, allentano quella tensione che dovrebbe essere ininterrotta: ebbene no, egli opera piuttosto come faceva Beethoven, componendo simultaneamente la quinta e la sesta sinfonia, rispettivamente il trionfo delle sofferenze e dell’utopia umana e la placida imperturbabilità della natura che tutto circonda e tutto, probabilmente, tornerà a divorare («Anche le pietre a dolmen / alzate su colonne / si ridurranno in granelli di tragedia antica»; «Le rocce nella notte raccontano storie di echi / a che tutti sappiano della sua consistenza», quella «notte degli umiliati» le cui grida non sono che echi difficili da recuperare ed interpretare; (Storie di echi).
Un contrasto provocato, insomma, che è nutrito e ad un tempo nutre l’osservazione e la riflessione. Ecco: direi che alla base dell’operazione artistica del nostro sta la provocazione di occasioni di riflessione, il gesto consapevole di chi ben sa come a cadere nell’oblio si faccia in fretta, di come rimandare significhi lasciar morire.
E diventa così palese il doppio binario su cui Santamaria opera: sul fronte della parola allo scopo di dimostrare come essa possa servire non solo a minacciare ma anche a consolare, non solo a imbrogliare ma anche a stanare i conflitti; e sul binario dell’immagine, allo scopo di permettere (ecco forse un altro ritorno all’antico) alle immaginazioni meno esercitate di comprendere la gravità dello stato delle cose e allo stesso tempo allo scopo di attivare una sorta di polmone, di serbatoio di riserva qualora le parole siano definitivamente corrotte.
L’atavico si fonde con l’ideale, la memoria si potenzia alla luce della sacralità della vita e dei valori fondamentali, e così la rievocazione ai limiti dell’edenico del sud si tramuta seduta stante in un desiderio di valori duraturi.
Allo stesso modo, accarezzare le utopie è paradossalmente un modo efficace per assorbire la concretezza delle cose e dei giorni imparando a riconoscere i pericoli veri, quelli nascosti dietro a parole suadenti o pitture asetticamente en plein air, al di là di ogni pretesa menzogna impressionistica.
E’ scritto in Echi ad incastro: «Non so spiegarmi la prima / volontà di dare alla pietra / un potere distruggente / e alla parola / il tono imperioso / del confine / e della negazione».
Legittimamente in questa poesia c’è la denuncia ma anche la speranza nella rinascita, l’espressione dell’angoscia ma anche lo sprone a rifondare le basi del mondo: è ciò che nobilita l’opera di Santamaria e la distingue dal vago mormorio di tanta sedicente poesia di protesta, non meno liberticida di ciò che vorrebbe denunciare. Santamaria sa farsi corda vibrante per simpatia (ma giudica, per fortuna, a differenza del prototipo di uomo cristiano teorizzato ne L’idiota), sconfiggendo quel soggettivismo soffocante che l’uomo coltiva da sempre (e che nell’artista, guarda caso, è gioco-forza imperante anche qualora restasse ad di qua dell’egotismo), un’interpretazione della propria sofferenza come riflesso del patire umano, sofferenza esistenziale più che condizione di dolore personale. Ecco cosa distingue, anche, questa poesia da quella di un Pasolini (non formuliamo giudizi di qualità letteraria né proponiamo paralleli, il che sarebbe inopportuno e puerile in questo caso), poeta-martire la cui pur meritevole protesta muoveva da un’eruzione della propria ipertrofica identità.
Come salvarsi? Ricorrendo, come il nostro fa, frequentemente alla metafora e all’analogia, procedimenti che permettono di esorcizzare il rischio di un appiattimento descrittivo, della volgarità del “volantinaggio poetico” e della asettica riproduzione della realtà. Così facendo ogni testo di Santamaria (e, crediamo, molte sue immagini) non è strettamente la rappresentazione di una situazione ma è soprattutto l’evocazione di un reticolo concettuale conscio della necessità di una riforma a tutto campo.
Nelle “vecchie” poesie di Storie di echi (risalenti alla fine degli anni Sessanta) la terra natìa è non a caso amata nel suo mescolarsi di fascino e delusione, sogno e disillusione, una terra che accoglie le menti ma sa affamare il corpo, che osserva mentre «per toccare una diversa / aurora, vanno verso nord treni di uomini / esili come canne», uomini che saranno immediatamente salutati da uno sgarbato «tuono dei motori […] / senza fermate e impietoso». Centrali sono la preservazione dell’identità e (specchio delle riflessioni politiche) il caro ricordo della trebbiatura, rituale collettivo. E’ un sud, insomma, che se non fosse banale avvicineremmo alla natura indifferente leopardiana, vicinanza che ci viene suggerita dai primissimi versi di Storie di echi, non a caso consonanti a una celebre poesia di Yeats: «Su argento e cristallo innalza il suo trono / il rapace dalle ali crociate / ardenti come armi quando il vento è cedevole / perché non sa conoscere / e dirittamente volgere per azzurri cieli / l’impeto del suo essere univoco».
Mentre la poesia di Storie di echi si dipanava in un tessuto piuttosto ricco e spesso incline alla citazione letteraria (citazione, occore dirlo, più di luoghi poetici e aure che non di versi o lessici), l’architettura di Echi ad incastro si fa apparentemente più facile, certo meno densa ed orientata al reciproco potenziamento dei termini. Ma è una semplicità, direi una trasparenza, frutto di un severo autocontrollo e soprattutto dell’aumento di peso specifico delle parole: l’implacabile concisione di un castello di carte affilatissime. Ritornano alcuni simboli: «vi sono braccia legate ad alberi dai rami recisi / perché i fanciulli non vi appendano / funi per gioco / e gli uccelli non vi perpetuino amori» (Storie di echi), «Ho legato il cuore ai tuoi alberi, / così scheletrici, / che invano puntano pungoli di lebbra / da ogni parte» (Echi ad incastro). Torna, sempre nella prima poesia, il ricordo dell’emigrazione, «in nuvole di speranze randagie».
Abbiamo sopra parlato della «notte degli umiliati» in cui le grida di sofferenza non sono che echi, ed alla luce del titolo di questa nuova raccolta possiamo facilmente capire quanto questo concetto sia centrale, e cosa quest’ultimo titolo significhi: occorre che gli echi, i residui di grido, si coalizzino in una fitta rete e sfruttando le proprie frequenze (al contrario del rapace di cui sopra, il quale non era conscio di se stesso) sappiano generare un suono udibile, non più eco né rimbombo ma voce umana collettiva, grido che incide: «La nostra catarsi sgorga / dalle case dell’avvilente rassegnazione», dall’oppressione deve germogliare la lotta, emergendo innanzitutto da quella solitudine indotta di cui si parlava all’inizio: «Oltre la valle degli echi vaganti / in lenta pena e in solitudine di voci, / si rapiscono ombre agitate e mute nella foschia dei motori»; «Ma dagli abissi marini le onde ripetono in eco / un forte odore di semina e già s’infiammano falci / a scuotere la mia solitudine» (Storie di echi), «Sola con me, onda, / a piangere il sole già andato, / il mio essere / annegato tra lacrime appena mosse» (Echi ad incastro). La catarsi diviene in Echi ad incastro, più concretamente, un riscatto: «Forse / io solo conservo / in una piccola ampolla, / difesa, un’arancia gialla, / per non dimenticare il colore del sole / della terra / e l’essenza del nostro riscatto». Non a caso solo dopo aver esplicitamente denunciato le cruente «mani armate di artigli che / sottraggono / che decidono l’ingiustizia / che distruggono / altre mani innocenti e libere» l’autore può terminare il suo libro con una sorta di visione ultraterrena, la visione di un mondo di colori e luce da cui sgorghi come un fiotto d’amore la rinascita dello spirito umano e il ritorno alla fratellanza. O la sua nascita.

Sandro Montalto

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.