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Non hanno
vita facile i poeti meridionali. Nei loro confronti vige una sorta
di ostracismo culturale che non ne consente l’inserimento nei
cataloghi delle maggiori case editrici.
Certo qualcuno è riuscito a superare i contraccolpi negativi della
concentrazione editoriale del nostro Paese sull’asse Torino-Milano e
a ottenere comunque un riconoscimento critico. È il caso di Vittorio
Bodini e Libero de Libero, più facilmente riconducibili alla
tradizione dell’ermetismo meridionale di Salvatore Quasimodo,
Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli (cfr. Renato Aymone, L’età delle
rose. Note di letture di poesia, Napoli, E.S.I., 1982). Ma, nella
maggior parte dei casi, il folto popolo dei poeti meridionali non
riesce a superare le strette maglie della sottovalutazione e della
marginalizzazione. Può ambire, nei casi più fortunati, ad un
riconoscimento critico degli addetti ai lavori, com’è accaduto a
Santino Spartà o a Dante Maffia (cfr. Luigi Reina, Lo specchio di
Narciso. Verifiche e sondaggi novecenteschi, Roma, Fabio Croce
editore, 2002), a Carmine Manzi o a Michele Marra e ad altri lirici
salernitani (cfr. Alberto Granese, Le occasioni del Sud. Civiltà
letteraria dall’Ottocento al Novecento, Salerno, Edisud, 2003), ma
una più ampia circolazione è loro negata.
Per incontrare i poeti meridionali, bisogna cercare nei meandri
dell’editoria minore o, come si dice, “di nicchia”. Non servono le
antologie di poeti contemporanei concepite nelle redazioni delle
principali case editrici, ma sono più utili le cortesi segnalazioni
di un amico, la ricerca nei piccoli scaffali di librerie non ancora
assimilate ai modi degli ipermercati. Si scoprirà, allora, che essi,
a dispetto delle difficoltà oggettive in cui operano, sono numerosi
e prolifici, resistenti e risorgenti, come la ginestra leopardiana.
Ecco perché salutiamo sempre con favore la scoperta di una nuova
silloge di un poeta meridionale, come Echi ad incastro di Franco
Santamaria.
Franco Santamaria (Tursi, 1937) ha esordito quarant’anni fa con
Primo lievito (Milano, Gastaldi, 1964). Un secondo gruppo di poesie,
realizzate tra il 1967 e il 1968, ha atteso circa trent’anni prima
di tradursi in una nuova raccolta: Storie di echi (Napoli, Ferraro,
1997). Una raccolta matura, a forte connotazione meridionale che già
a partire dalla singolare dedica (Alla gente del Sud / e a quanti,
conoscendola, l’amano) rivendica alla propria terra lucana il
diritto ad un amore non fittizio e convenzionale, non alimentato da
visioni stilizzate e stereotipate, ma fondato sulla reale conoscenza
di essa: lo sfruttamento del lavoro contadino, che umilia e
abbrutisce le donne e gli uomini; l’illusione e la delusione degli
emigranti (per toccare una diversa / aurora, vanno verso nord treni
di uomini / esili come canne); i riti collettivi e vitali della
trebbiatura; la tristezza indotta dall’autunno; la durezza del
paesaggio e la violenza che domina i rapporti sociali; la speranza
di potere modificare la realtà, che comunque anima la sua gente
migliore (in acqua di fiume montano si scioglie il dolore, / quando
rari angeli passano da noi / a rendere il verde a un lembo aspro di
terra).
Con la nuova raccolta, Echi ad incastro (Novi Ligure, Joker, 2004),
la scelta di una poesia politica e sociale non è rinnegata, ma cede
il passo al tema, più dolorosamente soggettivo, della perdita della
persona amata.
La raccolta si apre con una lirica, “Legame”, che si pone in linea
di continuità con il libro precedente: il tema è quello
dell’attaccamento alla propria terra e della sofferta emigrazione.
Segue “Per un diritto”: ancora versi che richiamano antiche lotte
sociali (Alla falce e al martello è unito il pianto) e invitano alla
resistenza per ottenere ciò che di umano ci appartiene. Poi, però,
irrompono il tema della morte (“Come nelle veglie d’oriente”) e la
deformazione del paesaggio urbano piegato a dire la nostalgia
dell’amore perduto (“Un diverso risveglio”).
Il ricordo dell’amorosa intimità è forte al risveglio (“Solo per un
attimo”), ma attanaglia anche al “Tramonto”: Continuo ad amarti / e
per questo amore, / negato, / libero cavalli / a dolcezze di
praterie stellari, / canto in un coro di voci bianche e basse / come
di sirene ubriache. La perdita della donna amata ha portato
solitudine (“Lontana”: Era / la tua voce / il richiamo del mare /
che trema come pupilla inquieta / nello specchio del sole. // Questo
silenzio / m’affonda / in nuova solitudine), sofferenza
(“Fragilità”: Di te, / della tenerezza paffuta dei cuccioli, / del
sorriso disarmante della primula / rimane / un senso stupefatto
d’inspiegabile / assenza / e l’acquatica penetrazione / del grido
della sirena violata) e ha reso il poeta uno dei tanti prigionieri …
sulla via lattea (“Una rosa”). Di fronte a tanto dolore, si
alternano i contrastanti sentimenti d’invocazione della morte per
ricongiungersi alla donna amata (“Dolce sorriso di rosa”) e di
disperata consapevolezza che la brve stagione dell’amore non potrà
più ripetersi in alcun modo (“Una cometa”: Più non vivremo, /
insieme, neppure / un sogno di cometa / di rinascere in un campo /
come piccoli felici girasoli).
Il poeta si dibatte ancora tra disincantata presa d’atto della
caducità umana (“Con noi il vento”), dichiarazioni d’ineffabilità
del proprio dolore (“La mia voce”), necessità di reggere la vita per
amore dei figli (“Ansia”), ripiegamento nella propria solitudine
(“La sua immagine di notte”: E avvolgo un estremo / di lenzuolo nero
/ nel cuore dell’inverno / disteso in croce / a cingere la mia isola
di pietra / dalle ferite ardenti), fino alla finale rivelazione del
trauma e alla sua simultanea rimozione nella speranza (“Sogno”: Dura
in me l’ultima / tua fisicità vivente / con un volto di pietra /
bianchita e segnata / dalle lacrime dei fiumi di Pandosia. // Lì
ferma e sola / su un lettino / come un vagone alla fine / della sua
corsa / su binario morto / senza più passeggeri. / Con ancora il
caldo / poi sempre più spento / rantolo tra le ruote. // Voglio
ancora sperare / nel tuo ritorno / su un’ala di sogno / tra le gole
della mia terra, all’eco / del vento rupestre di autunno o di
primavera, / quando mareggia / madido di sole il primo / frumento).
È questa la rete tematica della raccolta, nella quale, tuttavia, di
tanto in tanto, sono state inserite altre liriche che invitano
all’impegno sociale, nonostante il destino di morte che attende
tutti (“Sono di questo pianeta”); che esprimono l’ansia di riscatto
dei meridionali (“La nostra pioggia”); che denunciano la quantità di
dolore che soffre l’umanità (“Piume tra le spine””, ma anche
“Selva”), il vuoto di chi trascorre i propri giorni tra
l’indifferenza e il consumismo (“Nel ventre della sera”), le
sofferenze degli immigrati clandestini (“Profughi”); che dichiarano
la propria solidarietà a quanti soffrono (“Nel significato dei
fiori”).
In animo meschino il dolore, si sa, si traduce in chiusura
accidiosa, in egocentrica rivendicazione del diritto al compatimento
e al sostegno, in egoistica polemica contro tutti e contro tutto.
Nell’animo forte di Franco Santamaria si fa, invece, apertura alla
comprensione del dolore degli altri, viatico potente di solidarietà
e d’impegno sociale.
Si spiega così anche il titolo, Echi ad incastro: echi di un dolore
profondo e soggettivo nel quale s’incastrano altri echi di un dolore
sociale e politico. Non è un caso, quindi, che la lirica posta a
chiusura della raccolta (“Dietro il muro”) accomuni i tanti dolori
degli uomini al proprio di poeta a inventare parole / che consolino
/ ad ogni foglia che / cade, e inviti a guardare oltre il muro della
vita terrena.
Raffaele
Messina
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