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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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ECHI AD INCASTRO

 
 

 

Gli “Echi ad incastro” di Franco Santamaria
Raffaele Messina

 

Non hanno vita facile i poeti meridionali. Nei loro confronti vige una sorta di ostracismo culturale che non ne consente l’inserimento nei cataloghi delle maggiori case editrici.
Certo qualcuno è riuscito a superare i contraccolpi negativi della concentrazione editoriale del nostro Paese sull’asse Torino-Milano e a ottenere comunque un riconoscimento critico. È il caso di Vittorio Bodini e Libero de Libero, più facilmente riconducibili alla tradizione dell’ermetismo meridionale di Salvatore Quasimodo, Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli (cfr. Renato Aymone, L’età delle rose. Note di letture di poesia, Napoli, E.S.I., 1982). Ma, nella maggior parte dei casi, il folto popolo dei poeti meridionali non riesce a superare le strette maglie della sottovalutazione e della marginalizzazione. Può ambire, nei casi più fortunati, ad un riconoscimento critico degli addetti ai lavori, com’è accaduto a Santino Spartà o a Dante Maffia (cfr. Luigi Reina, Lo specchio di Narciso. Verifiche e sondaggi novecenteschi, Roma, Fabio Croce editore, 2002), a Carmine Manzi o a Michele Marra e ad altri lirici salernitani (cfr. Alberto Granese, Le occasioni del Sud. Civiltà letteraria dall’Ottocento al Novecento, Salerno, Edisud, 2003), ma una più ampia circolazione è loro negata.
Per incontrare i poeti meridionali, bisogna cercare nei meandri dell’editoria minore o, come si dice, “di nicchia”. Non servono le antologie di poeti contemporanei concepite nelle redazioni delle principali case editrici, ma sono più utili le cortesi segnalazioni di un amico, la ricerca nei piccoli scaffali di librerie non ancora assimilate ai modi degli ipermercati. Si scoprirà, allora, che essi, a dispetto delle difficoltà oggettive in cui operano, sono numerosi e prolifici, resistenti e risorgenti, come la ginestra leopardiana.
Ecco perché salutiamo sempre con favore la scoperta di una nuova silloge di un poeta meridionale, come Echi ad incastro di Franco Santamaria.
Franco Santamaria (Tursi, 1937) ha esordito quarant’anni fa con Primo lievito (Milano, Gastaldi, 1964). Un secondo gruppo di poesie, realizzate tra il 1967 e il 1968, ha atteso circa trent’anni prima di tradursi in una nuova raccolta: Storie di echi (Napoli, Ferraro, 1997). Una raccolta matura, a forte connotazione meridionale che già a partire dalla singolare dedica (Alla gente del Sud / e a quanti, conoscendola, l’amano) rivendica alla propria terra lucana il diritto ad un amore non fittizio e convenzionale, non alimentato da visioni stilizzate e stereotipate, ma fondato sulla reale conoscenza di essa: lo sfruttamento del lavoro contadino, che umilia e abbrutisce le donne e gli uomini; l’illusione e la delusione degli emigranti (per toccare una diversa / aurora, vanno verso nord treni di uomini / esili come canne); i riti collettivi e vitali della trebbiatura; la tristezza indotta dall’autunno; la durezza del paesaggio e la violenza che domina i rapporti sociali; la speranza di potere modificare la realtà, che comunque anima la sua gente migliore (in acqua di fiume montano si scioglie il dolore, / quando rari angeli passano da noi / a rendere il verde a un lembo aspro di terra).
Con la nuova raccolta, Echi ad incastro (Novi Ligure, Joker, 2004), la scelta di una poesia politica e sociale non è rinnegata, ma cede il passo al tema, più dolorosamente soggettivo, della perdita della persona amata.
La raccolta si apre con una lirica, “Legame”, che si pone in linea di continuità con il libro precedente: il tema è quello dell’attaccamento alla propria terra e della sofferta emigrazione. Segue “Per un diritto”: ancora versi che richiamano antiche lotte sociali (Alla falce e al martello è unito il pianto) e invitano alla resistenza per ottenere ciò che di umano ci appartiene. Poi, però, irrompono il tema della morte (“Come nelle veglie d’oriente”) e la deformazione del paesaggio urbano piegato a dire la nostalgia dell’amore perduto (“Un diverso risveglio”).
Il ricordo dell’amorosa intimità è forte al risveglio (“Solo per un attimo”), ma attanaglia anche al “Tramonto”: Continuo ad amarti / e per questo amore, / negato, / libero cavalli / a dolcezze di praterie stellari, / canto in un coro di voci bianche e basse / come di sirene ubriache. La perdita della donna amata ha portato solitudine (“Lontana”: Era / la tua voce / il richiamo del mare / che trema come pupilla inquieta / nello specchio del sole. // Questo silenzio / m’affonda / in nuova solitudine), sofferenza (“Fragilità”: Di te, / della tenerezza paffuta dei cuccioli, / del sorriso disarmante della primula / rimane / un senso stupefatto d’inspiegabile / assenza / e l’acquatica penetrazione / del grido della sirena violata) e ha reso il poeta uno dei tanti prigionieri … sulla via lattea (“Una rosa”). Di fronte a tanto dolore, si alternano i contrastanti sentimenti d’invocazione della morte per ricongiungersi alla donna amata (“Dolce sorriso di rosa”) e di disperata consapevolezza che la brve stagione dell’amore non potrà più ripetersi in alcun modo (“Una cometa”: Più non vivremo, / insieme, neppure / un sogno di cometa / di rinascere in un campo / come piccoli felici girasoli).
Il poeta si dibatte ancora tra disincantata presa d’atto della caducità umana (“Con noi il vento”), dichiarazioni d’ineffabilità del proprio dolore (“La mia voce”), necessità di reggere la vita per amore dei figli (“Ansia”), ripiegamento nella propria solitudine (“La sua immagine di notte”: E avvolgo un estremo / di lenzuolo nero / nel cuore dell’inverno / disteso in croce / a cingere la mia isola di pietra / dalle ferite ardenti), fino alla finale rivelazione del trauma e alla sua simultanea rimozione nella speranza (“Sogno”: Dura in me l’ultima / tua fisicità vivente / con un volto di pietra / bianchita e segnata / dalle lacrime dei fiumi di Pandosia. // Lì ferma e sola / su un lettino / come un vagone alla fine / della sua corsa / su binario morto / senza più passeggeri. / Con ancora il caldo / poi sempre più spento / rantolo tra le ruote. // Voglio ancora sperare / nel tuo ritorno / su un’ala di sogno / tra le gole della mia terra, all’eco / del vento rupestre di autunno o di primavera, / quando mareggia / madido di sole il primo / frumento).
È questa la rete tematica della raccolta, nella quale, tuttavia, di tanto in tanto, sono state inserite altre liriche che invitano all’impegno sociale, nonostante il destino di morte che attende tutti (“Sono di questo pianeta”); che esprimono l’ansia di riscatto dei meridionali (“La nostra pioggia”); che denunciano la quantità di dolore che soffre l’umanità (“Piume tra le spine””, ma anche “Selva”), il vuoto di chi trascorre i propri giorni tra l’indifferenza e il consumismo (“Nel ventre della sera”), le sofferenze degli immigrati clandestini (“Profughi”); che dichiarano la propria solidarietà a quanti soffrono (“Nel significato dei fiori”).
In animo meschino il dolore, si sa, si traduce in chiusura accidiosa, in egocentrica rivendicazione del diritto al compatimento e al sostegno, in egoistica polemica contro tutti e contro tutto. Nell’animo forte di Franco Santamaria si fa, invece, apertura alla comprensione del dolore degli altri, viatico potente di solidarietà e d’impegno sociale.
Si spiega così anche il titolo, Echi ad incastro: echi di un dolore profondo e soggettivo nel quale s’incastrano altri echi di un dolore sociale e politico. Non è un caso, quindi, che la lirica posta a chiusura della raccolta (“Dietro il muro”) accomuni i tanti dolori degli uomini al proprio di poeta a inventare parole / che consolino / ad ogni foglia che / cade, e inviti a guardare oltre il muro della vita terrena.

Raffaele Messina

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.