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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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ECHI AD INCASTRO

 
 

 

La voce degli altri
negli “Echi ad incastro” di Franco Santamaria
Gian Domenico Mazzocato

 

Aveva lasciato risuonare, Franco Santamaria, gli echi scanditi della sua poesia legandola ad un’ultima immagine, quella del gesto ambiguo, difficile da cancellare dalla memoria. Lì ci parlava della bilancia di Temi (la dea che, nata dal ventre di Gaia e dal seme di Urano, è così autorevole che ci garantisce l’eternità delle leggi: ma sarà davvero così?), ci suggeriva un’immagine di sé ("sono ragno che fugge il vuoto"), sbozzava (divina inconsapevolezza della poesia) il progetto della raccolta che esce in questi giorni per i tipi della Joker, nella collana Arcobaleno diretta da Gianni Caccia e Sandro Montalto.
Era il 1997: Santamaria faceva uscire il suo “Storie di echi”, silloge straordinaria, culminata in una lirica (Alle fiamme del vento) che con la sua "disposta inutilità degli aratri" e la sua minima lumaca "schiacciata/ su cruna di terra a pioggia finita" poteva essere assunta a manifesto compiuto della poetica dello scrittore e pittore di Tursi (in provincia di Matera, l’antichissima Pandosia, fondata da esuli epiroti).
L’allusa ambiguità del gesto nasceva in buona sostanza dalla constatata impotenza di chi cerca di fermare il "nastro scorsoio dei giorni" (splendida, tra le altre cose, immagine che associa/contraddice la linearità del percorso rispetto all’aggrovigliarsi letale di un cappio).
E suggeriva allora, Santamaria, la visione di un sole "soffocato ad incastro con i segni delle perdute/ speranze": suggestione struggente e, ad un tempo, poderosa che ritroviamo puntualmente nel titolo della sua ultima silloge, Echi ad incastro.
(Titolo che è già capace da solo di porre quesiti. Per esempio, davvero la poesia è eco? Solo eco? Viene in mente la disperazione di una voce altissima come quella di Nelo Risi che, a fronte dell’impotenza della poesia, diceva che certo, nel contesto contemporaneo la poesia può davvero poco, ma il fare versi rimane pur sempre l’unico modo possibile di raccontare la vita rispettandone il ritmo.)
E comunque Santamaria decide subito di sostanziare (trattandosi di poeta-pittore direi di dare matericità) alla sensazione sonora dell’eco innervandolo nella visività –o addirittura tattilità- concretissima di un incastro: tessera di mosaico tra altre tessere? Ricerca di bordi che coincidono tra realtà sostanzialmente estranee? Esplorazione di affinità invisibili all’occhio comune e dunque affidata al poeta?
Non so, ma l’inedita sinestesia del titolo (la sinestesia è di gran lunga la metafora prevalente nella poetica di Santamaria che è capace di collegare/esplorare in maniera nuova, originale sfere sensoriali diverse in un gioco che stimola e si autorilancia in continuazione) è un ottimo viatico per iniziare la lettura della silloge.
Un viatico e perfino provocazione, pur se amabile.
Perché, se è vero che il poeta dipinge un panorama di solitudine, talora di nichilismo che è solo suo e gli appartiene tutto, rimane anche vero che il lettore è profondamente coinvolto (a fresco di lettura, ho avvertito una sensazione di avvolgimento, quasi di assedio, ad opera della densità della sua lirica) nella ricerca di consonanze, affratellato nell’inchiesta e nell’indagine (appunto, un incastrare echi).
La poesia di Santamaria, infatti, ha il dono non usuale di farsi voce comune, di parlare anche per la sete di verità altrui, anche in conflitto con i limiti imposti dallo spazio e dal tempo: "Ad ogni granello è legato/ il mistero del tempo/ che non si conclude per ora:/ ma, ciò che tu eterno/ affermavi/ subito si è fuso ai flutti delle cose/ per sempre perdute".
In sede di presentazione molto bene fa Sandro Montalto quando allude al forte peso specifico delle parole di questa poesia. Aggiungerei che, nella sintesi ultima della poetica di Santamaria, coesiste (anche questo è uno dei misteri insondabili della scrittura) una capacità tenerissima di abbandonarsi alle cose, alle situazioni, agli eventi. Si legga (lo si faccia di un fiato, poi si rilegga lentamente) quell’inno all’eros che è Una rosa, dove lo stereotipato simbolo dell’amore diventa sofferenza, angoscia profonda, con accenti di novità assoluta.
Appunto: abbandono.
Leggo lentamente e a mezza voce: "Voglio dirti rosa/ dei miei sogni/ che la notte incatena, feriti,/ a pezzi/ come i grigi occhi degli abeti/ dopo Natale". E un po’ più in là: "Rosa/ di ciò che non è umano,/ di zagara che veste di bianco l’aurora". (Per inciso. Non a caso ho allertato il lettore: rosa-zagara-bianco-aurora: che incredibili capacità combinatorie ha il procedimento sinestetico di Santamaria con le sue scandite simmetrie interne!).
Spero di essere arrivato (per quanto può fare il rozzo bisturi del critico) al cuore di questa poesia che soggioga, impania, irretisce.
Da una parte la correlazione oggettiva di simboli concretissimi che permettono (ma anche obbligano) di sfuggire alla gratuità delle effusioni liriche; dall’altra l’ansia sottile (l’eco talora diviene tuono, tuttavia) che non può non cogliere l’uomo moderno davanti alla fuggevolezza del tempo, alla sua fragilità.
Stilisticamente questo si traduce in una poesia che riesce a far coesistere la secchezza prosciugata di una pietra o di una solitudine (durante la lettura ho spesso pensato ad un Santamaria greco che, simile ad Archiloco, beve il vino d’Ismaro appoggiato alla sua lancia e nella sua lancia si impasta la focaccia) ad una capacità addirittura barocca (qui penso al barocco come categoria perenne dell’animo umano, il barocco ammaliatore della cattedrale di Noto, per dire) di far fiorire immagini.
Santamaria lo esemplifica in modo limpido in una delle liriche chiave di questa silloge (Solo per un attimo): racconta (vorrei dire: dipana il gomitolo che deve guidare nel labirinto-prigione della memoria) una serie di visioni e conclude: "Ha fretta di ripartire il tempo/ e baciamo appena/ un breve “t’amo”. Senza troppe/ speranze/ che per noi si apra a braccia distese il mare".
Sana amarezza, sano pessimismo perché il presente va accettato con il suo fardello di angoscia e poi tutto quello che viene di buono lo si prende come un dono, gli si oppone la faccia di chi sorride per una gioia inattesa. Non saprei come dire, però mi pare che questo mare che attende "a braccia distese" abbia qualcosa di tragico ma anche di consolatorio, di assoluto.
Archiloco, e anche un po’ Odisseo. Che naviga i suoi mari.
Con noi il vento è lirica emblematica ("vorrei ascoltare canti/ di fiori giovani"; e più oltre: "con zoccoli di bestia selvaggia/ martella ogni angolo").
E rievoca, il poeta-Odisseo, in Dietro il muro: "C’è la notte dal buio totale/ per noi/ che non sappiamo legare/ le nostre isole oceaniche/ a fondali di trasparenza solare". Aggiunge (perché in questo poeta l’impegno civile ed etico è sostrato permeante, addirittura risorgiva): "per noi/ che non sappiamo difendere/ il canto dei neonati/ dagli anelli rotanti e dal rullo delle frane/ senza radici".
La metafora delle frane senza radici diventa esemplare, una condensazione violenta e magistrale. Se tentiamo di svolgerla, questa immagine, potremmo provare a tradurre così: ognuno di noi è frana, destinata al precipizio, se non arriva un seme a piantare se stesso, a ramificare radici, ad ancorarci alla montagna da cui veniamo.
L’ambiguità del gesto, insomma, non è ancora risolta. Lo dice chiaro, Santamaria: "La mia voce non ha/ parole distinte,/ plasmabili alla mia solitudine/ di pietra lunare". Eh già, con chi parla, per chi è segno una pietra che viene da un altro mondo?
E che l’ambiguità non sia risolta è, naturalmente, fortuna. Condizione felice –e tuttavia ferita aperta e dolorante- perché fertile di poesia. Anche se Santamaria conclude (La mia voce) che "Non so/ se mi nasceranno ancora/ come aratro o madia/ –o bocca affamata di amore". Altrove (Lontana) aveva detto: "Questo silenzio/ m’affonda/ in nuova solitudine".
È l’eterno scherzo che la poesia gioca ai poeti: gli fa credere di aver pronunciato parole (poetiche) per l’ultima volta. E invece no.
Perché è vero che "Le mie speranze/ sono sogni dimenticati" (Lontana); è vero che "Portiamo il dolore delle cose minute,/ deboli" (Solo per un attimo); è vero che "Solo nella forza d’urto agli scudi/…possiamo misurare il nostro futuro" (Per un diritto); ma resta anche accertato e creduto che "Continuo ad amarti/ e per questo amore,/ negato,/ libero cavalli/ a dolcezze di praterie stellari" (Tramonto).
Liberare cavalli a dolcezze di praterie stellari: rimane un bel compito da affidare alla poesia. Impegnativo e lieve, come si addice appunto alla poesia robusta (alla poesia di cose, come suggeriva Pirandello). La poesia che traccia nell’anima di chi legge la scia profonda e schiumosa di un verso magmatico, di vulcano ribollente. Un verso perennemente in subbuglio, quello di Santamaria. Consente tuttavia di intuire che la lava indurirà e vento e pioggia le toglieranno scabro e ruvido, la sfioreranno con dolcezza.

Gian Domenico Mazzocato

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
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