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È cifra
univoca della poesia post-moderna perdersi e ritrovarsi nella vita e
nella scrittura, seguendo una spirale di echi e parole ad incastro.
La angoscia esistenziale e verbale qui avvolge, fascia, protegge il
percorso vitale dell’autore per lasciarlo poi vibrare alto,
crisalide che si fa farfalla.
Franco Santamaria sperimenta sempre la Vita e la parola come
avventura, sfida del discorso poetico che qui conquista, in questo
agile volumetto, dalla consistenza pregiata e privilegiata, una sua
vibrante misura, che è la cifra di un’acquisita consapevolezza.
Colpisce della silloge la forza ovattata e suadente di un discorso
familiare ma al tempo stesso elitario, dal linguaggio cifrato ed
arcano nella apparente semplicità e levità di una prosa-poesia che
narra un vissuto fortemente interiorizzato.
Le figure retoriche, di senso e di suono, rimandano di volta in
volta alla carnalità e alla metafisica, in un’alternanza di slancio
passionale, “ho lasciato il cuore alle tue forme”, e meditazione
contemplativa, “dalle nostre case se ne andarono presto i sogni”,
che riposano su arcane, sedimentate certezze, frutto di un lungo,
laborioso percorso esistenziale, che si fa cifra di un vissuto
universalmente ed univocamente partecipato.
Monologhi sussultano inquieti, sconfinando su parole e
concetti-chiave, Tempo e Solitudine, che segnano il vissuto inquieto
di un’ anima sulle tracce di una sfuggente eternità che irride i
nostri sogni.
Baccanali di suoni, odori, sapori sopiti, dimenticati nel limbo
dell’ anima sofferente e trasudante inquietudine e silenzio che
“affonda in nuova solitudine”.
Le parole urlano in silenzio contro l’indifferenza e il grigiore che
è misura ormai dell’ essere… “fuso ai flutti delle cose per sempre
perdute”.
Favorito da particolari risorse della mente e folgorato da
illuminazioni che squarciano il grigiore, mentre cerca di “seminare
il ricordo … come frumento …”, Franco Santamaria penetra lucidamente
il reale, avvolgendolo di solida struttura espressiva e di un
impianto aggettivato con forza e vigore, “più non vivremo insieme” e
ancora “Abbiamo vissuto un destino breve” e “il tempo è passato”.
Gli squarci lirici fungono da pretesto per fuggire dalla realtà al
testo, in un continuo gioco di raddoppi e di rimandi, aporie maligne
del nostro lugubre tempo.
Passione e rimembranza travalicano gli argini quieti del vivere
senza perché.
Luce ed ombra, vita e morte per capire la silloge, “nella rapidità
di evitare che il colpo abbatta del tutto giovani alberi già
spogli”, per fermare l’attimo, “misurare il nostro futuro”;
intuizione profonda che ci rende altro da noi e ci avvicina
all’eterno, agli “angeli ribelli” affinché “per noi si apra a
braccia distese il mare”, quando saremo stanchi di “ascoltare i
racconti del mare” in un “cerchio di dolori antichi” e fremeremo “le
ali verso altri luoghi ignoti” con una bocca metaforica, ma non poi
tanto, “affamata d’amore”.
Il Tempo è ancora una volta qui la cifra dominante di un discorso
che scivola limpido ma ossessivo verso la foce, la Solitudine, altra
parola-chiave, cui si destina chiunque voglia dare della vita un’
interpretazione appena giustificativa e significante di tutto il
dolore cui l’ansia divorante dei perché ci destina. Quando
finalmente la “maratona” del Tempo esploderà come “calce viva” e i
“giorni avranno legato ai pali altre solitudini”, “ferite ardenti”,
saremo ancora Soli a chiederci Perché.
Maria
Teresa Manganiello
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