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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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ECHI AD INCASTRO

 
 

 

Riflessioni su “Echi ad incastro” di Franco Santamaria
Lino Lista

 

A causa della fissazione quasi maniacale che mi coglie allorché una figura retorica di pensiero m’incanta, non appena ho avuto la raccolta tra le mani, mi sono soffermato oltre il normale sul titolo. “Che cosa sono gli echi ad incastro?” mi sono chiesto in prima battuta, correndo il rischio di riflettere all’infinito. Gli echi sono suoni e i suoni, in acustica, non s’incastrano. Al massimo gli echi s’inseguono, percependosi ognuno in modo distinto dalle cause generatrici, oppure rimbombano fastidiosamente, prima di attenuarsi e svanire. “È un paradosso” mi sono detto scrutando nella lattea copertina della silloge di Franco Santamaria. “Per niente”, mi sono contraddetto dopo qualche istante, siccome dal vate della Divina Commedia avevo appreso che non bisogna sostare troppo a lungo sul piano letterale: “È una sinestesia, azione del ‘sensibile proprio’, l’occhio di un pittore che è capace di ricondurre tutto alla visione, anche le percezioni dell’udito. Pure, a essere in gioco, è l’udito di un poeta immaginifico il quale tende a interpretare ogni fenomeno visivo alla luce della parola. Franco Santamaria, non per caso, è ottimo pittore e poeta”. Ancora mia mancava, però, il senso morale che – secondo l’Epistola a Cangrande prima citata – è «quello che li lettori deono intentamente andare appostando per le scritture, ad utilitade di loro e di loro discenti».
Non è eccessivamente complesso appostare la morale che insiste nella poesia di Santamaria. Essa scaturisce sin dal titolo, già dai primi versi della raccolta, quando l’Autore scrive: «Ho legato il cuore ai tuoi alberi... / Ho lasciato il cuore alle tue forme... / A me rimane / niente di più / che il colore del sangue e il gemito delle ali ...» Quegli echi a incastro, paradosso e sinestesia, allegoria e morale, si compatteranno nel finale della silloge, dietro il muro della terra che svanirà, risuoneranno armonicamente nel giardino della luce dove le immagini si fanno finalmente riconoscere nella loro vividezza, dove gli echi sono frammenti di memoria alfine compresi dall’uomo come vita vera, capaci d’incastrarsi nel disegno compiuto del poeta maturo. La morale, che emerge chiara agli occhi e agli uditi che la ricercano, è in particolar modo nella lirica “Nel ventre della sera”, quella che, secondo il mio sentire, affascina più di tutte: «Rifugiamoci / nel ventre della sera senza / luna / [...] Nascostamente. / A riunire minuti / brandelli di vita / quel che di noi rimane / per ricreare nuove / tremanti speranze...».
Adoro le opere nelle quali il principio si connette con la fine, dove il primo si ritrova nell’ultimo, in cui l’autore ha saputo collegare il particolare al generale e viceversa, è riuscito a chiudere il circolo del proprio pensiero e a completare un disegno coerente, nelle quali il codice di decifrazione dell’enigma – è sempre un enigma la poesia, anche la più evidente – è stato inserito nell’opera stessa, a disposizione del lettore che tanto merita. Gli echi ad incastro di Franco Santamaria, volutamente esplicitati nei brani di riflessione in prosa coi quali la silloge si conclude, disegnano un mosaico di brandelli di vita passata che prepotentemente rimbalzano nel presente dell’Artista. Un artista che poco o nulla ha voluto sacrificare sull’ara delle mode contemporanee, né la realtà del creato – trasmutata mediante un patrimonio di simboli naturali e mitici e arricchito con quelli dell’era industriale – né lo spleen poetico, il dolore delle piccole cose smarrite, piccole ma capaci di evocare il grande mistero dell’universo e dell’uomo in esso. Nei dipinti del pittore Santamaria già avevo visto materializzarsi la fancy di S.T. Coleridge capace di assemblare i corpi; nei versi del poeta Santamaria ho percepito il potere creativo dell’immagination romantica che li trasforma. Ed è un immenso pregio dell’Autore questo d’indurre simili sensazioni, in un tempo nel quale il pensiero artistico tende a riprodurre soltanto se stesso in una frenetica clonazione di stili e generi d’avanguardia (immunizzati contro i cromosomi del passato) nei quali non si riesce più a riconoscere le concezioni dei geni della storia dell’arte.
Chiedo scusa a Franco Santamaria se, in queste brevi riflessioni, ho discusso maggiormente il titolo anziché le incantevoli liriche della raccolta. Nei titoli, però, che in fondo sono nomi e nei nomi talvolta alita il destino, spesso si ritrova l’essenza delle opere stesse e i suoi Echi ad incastro mi hanno affascinato, siccome vi ho udito riecheggiare voci antiche.

Lino Lista

di Lino Lista vedi "Raimondo di Sangro"

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
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