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L’opera
di Franco Santamaria, in poesia come in pittura, ha il fascino della
complessità e del contrasto mai risolti in concilianti formule
artisti-che. L’asprezza dei paesaggi di un’Italia dimenticata trova
respiro nella scelta linguistica essenziale eppure capace di rendere
viva ogni singola immagine poetica, tanto che quel vento che
nasce con noi // nelle capanne delle foglie secche, // sugli stagni,
// nei ruderi della cenere spenta (…), non è un abusato
correlativo oggettivo di un malessere privato e in-sondabile, ma è
al contrario grido collettivo di disperazione e di denuncia.
Il Sud di Santamaria è la terra dimenticata di Lucania, terra
selvaggia dove i sogni sono mantenuti vivi dalla presenza forte
delle radici – che il vento non potrà mai assecchire –, dove
però la speranza in un futuro migliore si schianta contro un muro di
solitudine.
Per antiche tristezze // e immense solitudini // da promesse
tradite, // da ponti che spezzano // la via dei fiumi // angeli
dalle bianche piume compiono l’ultimo // volo.
E allora il dolore del distacco diventa il nodo tematico forte della
poesia di Santamaria, fantasma privato con cui l’artista
continuamente si misura, riuscendo tuttavia a non scadere mai in un
compiaciuto solipsismo poetico; al contrario il suo canto di dolore
sa unirsi alla rabbia di tutti quegli uomini da sempre costretti
all’abbandono, piegati dalla necessità di partire per poi forse non
ritornare.
Ho legato il cuore (…) alla muffa e alle lacrime delle case //
che soffocano nel fumo di paglia // senza il soffio degli emigrati
// non si sa dove // in nuvole di speranze randagie.
Si potrebbe dunque pensare alla poesia di Santamaria come risolta e
piena poesia civile – (…) alla falce e al martello è unito il
pianto – e sottolineare come gli accenti duri di denuncia
sociale esprimano un impegno politico sempre vivo. Lo sguardo
attento del poeta si rivolge al dolore del mondo senza pietismo,
cogliendo le sfumature universali della sofferenza – quelle che
sfuggono alle categorie di paese o di etnia – e inevitabilmente
regala a chi legge uno spunto di riflessione.
Sono di mamme e di vedove // le coppe di campanule // piangenti,
a lutto // sui cuccioli appestati o crocifissi // come i loro padri
nelle guerre (…)
Ma lo schema poetico della silloge non si risolve esclusivamente
nella necessità della denuncia politica. L’agone forte tra realismo
e lirismo rimane volutamente irrisolto, quasi a sottolineare una
non-scelta artisti-ca tra la descrizione attenta dell’altro da
sé e l’analisi intima del proprio mondo interiore; in un gioco di
rimandi tra dolore universale e rifles-sione intima, il viaggio
poetico di Santamaria è una continua sovrap-posizione di vita e arte
e realtà.
Certamente la cornice che tutto tiene, che lega profondamente il
poeta alla sua terra, è il rito collettivo del ritrovarsi per
condividere: l’orizzonte temporale in cui questo avviene ha confini
molto sfumati, quasi a voler sottolineare una sospensione assoluta
di tempo e di spazio. In questa prospettiva, il cortocircuito tra
realismo descrittivo e lirismo è tanto più visibile se si analizza
l’uso che Santamaria fa della parola poetica, capace da una parte di
disegnare puntualmente situazioni e stati d’animo, dall’altro di
evocare – attraverso immagini – un Sud ancestrale quasi per-so
nell’oblio.
Ho legato il cuore ai tuoi alberi, // così scheletrici // che
invano puntano pungoli di lebbra // da ogni parte, // alle nude //
costruzioni delle timpe e dei calanchi (…)
L’interrogazione continua del paesaggio nella speranza di cogliere
le trame più segrete di una natura misteriosa, l’immersione – che a
tratti diventa fusione panica – in un universo selvaggio e arcaico,
richiamano alla mente alcune declinazioni della poesia ungarettiana.
La presenza costante di un io poetico che sente “dolorare” in sé il
mondo e che filtra con il suo corpo la sofferenza degli uomini è
l’aspetto che più avvicina l’opera di Santamaria a quella del poeta
di Alessandria d’Egitto; ma se da un lato gli accenti lirici sondano
solo in parte il quotidiano – tutti tesi a cogliere le sfumature di
un passato arcaico e indecifrabile che ha lasciato negli uomini e
nella terra una traccia indelebile – dall’altra la presenza
calibrata sulla scena poetica dell’io narrante lascia spazio
all’indagine attenta sulla realtà presente. Ed è questo il passaggio
che rende significativa la poesia di Santamaria, una poesia civile
che si apre all’introspezione, una poesia che è denuncia ma anche
speranza nella rinascita, una poesia che interpreta la sofferenza
privata come riflesso del patire umano.
Giulia
Iannucci
"Le reti di Dedalus", maggio 2007 |