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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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ECHI AD INCASTRO

 
 

 

Gli “Echi ad incastro” di Franco Santamaria
Giulia Iannucci

 

L’opera di Franco Santamaria, in poesia come in pittura, ha il fascino della complessità e del contrasto mai risolti in concilianti formule artisti-che. L’asprezza dei paesaggi di un’Italia dimenticata trova respiro nella scelta linguistica essenziale eppure capace di rendere viva ogni singola immagine poetica, tanto che quel vento che nasce con noi // nelle capanne delle foglie secche, // sugli stagni, // nei ruderi della cenere spenta (…), non è un abusato correlativo oggettivo di un malessere privato e in-sondabile, ma è al contrario grido collettivo di disperazione e di denuncia.
Il Sud di Santamaria è la terra dimenticata di Lucania, terra selvaggia dove i sogni sono mantenuti vivi dalla presenza forte delle radici – che il vento non potrà mai assecchire –, dove però la speranza in un futuro migliore si schianta contro un muro di solitudine.
Per antiche tristezze // e immense solitudini // da promesse tradite, // da ponti che spezzano // la via dei fiumi // angeli dalle bianche piume compiono l’ultimo // volo.
E allora il dolore del distacco diventa il nodo tematico forte della poesia di Santamaria, fantasma privato con cui l’artista continuamente si misura, riuscendo tuttavia a non scadere mai in un compiaciuto solipsismo poetico; al contrario il suo canto di dolore sa unirsi alla rabbia di tutti quegli uomini da sempre costretti all’abbandono, piegati dalla necessità di partire per poi forse non ritornare.
Ho legato il cuore (…) alla muffa e alle lacrime delle case // che soffocano nel fumo di paglia // senza il soffio degli emigrati // non si sa dove // in nuvole di speranze randagie.
Si potrebbe dunque pensare alla poesia di Santamaria come risolta e piena poesia civile – (…) alla falce e al martello è unito il pianto – e sottolineare come gli accenti duri di denuncia sociale esprimano un impegno politico sempre vivo. Lo sguardo attento del poeta si rivolge al dolore del mondo senza pietismo, cogliendo le sfumature universali della sofferenza – quelle che sfuggono alle categorie di paese o di etnia – e inevitabilmente regala a chi legge uno spunto di riflessione.
Sono di mamme e di vedove // le coppe di campanule // piangenti, a lutto // sui cuccioli appestati o crocifissi // come i loro padri nelle guerre (…)
Ma lo schema poetico della silloge non si risolve esclusivamente nella necessità della denuncia politica. L’agone forte tra realismo e lirismo rimane volutamente irrisolto, quasi a sottolineare una non-scelta artisti-ca tra la descrizione attenta dell’altro da sé e l’analisi intima del proprio mondo interiore; in un gioco di rimandi tra dolore universale e rifles-sione intima, il viaggio poetico di Santamaria è una continua sovrap-posizione di vita e arte e realtà.
Certamente la cornice che tutto tiene, che lega profondamente il poeta alla sua terra, è il rito collettivo del ritrovarsi per condividere: l’orizzonte temporale in cui questo avviene ha confini molto sfumati, quasi a voler sottolineare una sospensione assoluta di tempo e di spazio. In questa prospettiva, il cortocircuito tra realismo descrittivo e lirismo è tanto più visibile se si analizza l’uso che Santamaria fa della parola poetica, capace da una parte di disegnare puntualmente situazioni e stati d’animo, dall’altro di evocare – attraverso immagini – un Sud ancestrale quasi per-so nell’oblio.
Ho legato il cuore ai tuoi alberi, // così scheletrici // che invano puntano pungoli di lebbra // da ogni parte, // alle nude // costruzioni delle timpe e dei calanchi (…)
L’interrogazione continua del paesaggio nella speranza di cogliere le trame più segrete di una natura misteriosa, l’immersione – che a tratti diventa fusione panica – in un universo selvaggio e arcaico, richiamano alla mente alcune declinazioni della poesia ungarettiana. La presenza costante di un io poetico che sente “dolorare” in sé il mondo e che filtra con il suo corpo la sofferenza degli uomini è l’aspetto che più avvicina l’opera di Santamaria a quella del poeta di Alessandria d’Egitto; ma se da un lato gli accenti lirici sondano solo in parte il quotidiano – tutti tesi a cogliere le sfumature di un passato arcaico e indecifrabile che ha lasciato negli uomini e nella terra una traccia indelebile – dall’altra la presenza calibrata sulla scena poetica dell’io narrante lascia spazio all’indagine attenta sulla realtà presente. Ed è questo il passaggio che rende significativa la poesia di Santamaria, una poesia civile che si apre all’introspezione, una poesia che è denuncia ma anche speranza nella rinascita, una poesia che interpreta la sofferenza privata come riflesso del patire umano.

Giulia Iannucci
"Le reti di Dedalus", maggio 2007

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.