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Difficilmente un titolo è altrettanto precisamente e sinteticamente
indicativo del sistema formale col quale si è costruita una
raccolta: gli “Echi ad incastro” (Joker, 2004) sono immagini,
ricordi, sensazioni e naturalmente suoni che possono vivere nella
loro evidenza oggettuale tanto quanto in funzione metaforica
intrecciandosi, anzi per l’appunto incastrandosi, occupando cioè
ciascuno lo spazio che gli compete per la completezza dell’insieme e
sorreg-gendosi vicendevolmente. Gli echi, si sa, sono messaggi che
rimbalzano, prima di giungere a noi, su superfici che li segnano e
li trasformano o persino li deformano, caricandosi di valenze
emozionali; Santamaria ha per essi una particolare predilezione, la
sua raccolta precedente si intitolava “Storie di echi” (Ferraro,
1997) e ciò fa anche supporre che questa sia la logica continuazione
di quella, forse in qualche modo l’attualizzazione.
Eppure, certo, in una poesia di questo genere, fatta appunto di
“echi”, non è mai lecito parlare di attualità: il tempo di
Santamaria, benché se ne senta insistentemente la presenza, è
sospeso (lo si capisce perfettamente dal bel verso: “Ha fretta di
ripartire il tempo”), mai precisato se non nei semplici riferimenti
orari del giorno e della notte, con funzione però più allegorica che
sostanziale. L’attualizzazione si riferisce piuttosto al modo di
sentire, che si evolve in un sistema sociale che non viene quasi mai
citato ma del quale si sente la presenza come retroscena, e alla
delusione che si rinnova e si precisa.
Santamaria ha una visione tragica dell’esistenza, in cui le speranze
(parola comunque usatissima) sono raccolte in “nuvole” sulle quali
però asserisce di aver “chiuso definitivamente” la propria casa;
raramente si incontra un barlume di vera serenità, in questo volume
più ancora che nel precedente. Il suo pessimismo è comunque alquanto
diverso da, per esempio, quello del Leopardi erede dell’illuminismo
e anticipatore dell’esistenzialismo, per il quale è una natura
insensibile e meccanica la ragione della nostra disperazione; per
lui è quasi il contrario, “...siamo anche noi/ pioggia di noi,/...”
e “Non so spiegarmi la prima/ volontà di dare alla pietra/ un potere
distruggente” e ancora, continuando, “e alla parola/ il tono
imperioso/ del confine/ e della negazione/...”; la natura non ha
responsabilità neanche obiettiva, ma piuttosto è anch’essa vittima
del nostro insensato operare: “Voglio anche dire/ della luna che si
spegne,/ quando giovani speranze/ profughe/ sbarcano/ per rifondare
il giardino distrutto.”)
Il poeta si assume i problemi e le sofferenze del mondo a tutti i
livelli (“Portiamo il dolore delle cose minute/...”), aspetto del
resto già ben evidenziato da altri commentatori, esprimendo poi
questo dolore come fosse qualcosa di assolutamente personale, di
intimo; la sensazione soggettiva, il proprio sentire, si
sostituiscono all’oggettività delle ragioni e degli eventi (“Svanirà
del tutto/ la nostra malinconia/ quando sarò anch’io farfalla
leggera.”), ma il riferimento alla realtà, che andrebbe sempre
ricondotta nei versi come proiezione, è addirittura teorizza-to in
una nota.
Santamaria è deluso dalla storia, non solo la propria personale, ma
quella comune a chi, come lui mosso da un’idea utopica, ha agito per
modificarla (è significativo che il libro riporti in incipit una
scritta del maggio francese); così gli stessi segnali della speranza
si trasformano nel loro contrario (“Ora che ci è compagna la morte/
all’ombra degli striscioni e dei cartelli,/...”
Si è più volte ribadito di una connotazione fortemente meridionale
di Santamaria (anche con precisi accostamenti a Quasimodo, Pierro ed
altri poeti del sud Italia), e indubbiamente c’è un certo modo di
esporre (linee marcate, associazioni di elementi a colori decisi,
concezione d’una funzione catartica del dramma, una scrittura che
non sa e non vuole prescindere dalla collocazione innanzitutto
naturale dell’essere e dal legame con la terra) che fa
ripetu-tamente uso di memorie e rimandi derivati da esperienze
visive e acustiche forti; ma c’è anche una certa insistenza nell’uso
di metafore (nel senso proprio e rigidamente stilistico, non quindi
similitudini) che si incastrano l’una nell’altra e nel loro
ricorrere finiscono col diventare simboli. In sostanza non ci sono
né vere e proprie descrizioni né vere e proprie vicende
gerarchicamente o cronologicamente ordinate, ma accostamenti
paralleli e simultanei di elementi equivalenti che si compensano
assumendo reciprocamente il ruolo di figure e sfondi. Questo modo di
costruire, basato su una normalizzazione dei simboli, mi ricorda
certa poesia spagnola, anzi più propriamente andalusa, che è
anch’essa, evidentemente, di forte caratterizzazione meridionale.
Il libro si chiude con una specie di dichiarazione di poetica (.../
per noi/ che solo inventiamo parole/ che consolino/...”) , in cui si
avverte che Santamaria non vuole, in verità, rinunciare a una
speranza suprema (per quanto espressa piuttosto come un’illusione)
che non è più quella molto parziale e intimista del “.../ io solo
conservo/ in una piccola ampolla,/ difesa, un’arancia gialla,/...”,
ma si allarga al mondo intero: “svanirà/ il muro dalla terra/...”
Giacomo
Guidetti |