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"Echi ad
incastro" di Franco Santamaria (Joker, Novi Ligure 2004), ripropone,
a partire dal titolo, dopo le "Storie di echi" del 1997, il senso
della continuazione e della precisazione di un percorso.
L’Autore ribadisce dunque il concetto di eco, ovvero il fenomeno
della riflessione della voce respinta da un ostacolo che sia da
questa abbastanza distante, in modo da consentire la percezione del
suono respinto, distinto dalla voce stessa.
Viene quindi evocato il fantasma del suono, ponendo l’attenzione ad
altro da esso, a qualcosa che è, per una parte, illusione, favola.
Fantasma del suono e fantasma della parola, che pongono al centro,
non tanto la sorgente, o il fenomeno originario, quanto chi ascolta,
chi percepisce, chi interpreta. La parola dunque perde il senso
originario, in qualche modo si sfarina, si veste di ambiguità.
Questa, leggendo la raccolta, è l’ipotesi che emerge, a sostegno di
un tragitto in cui si fa riferimento a una centralità dell’arte che
aspirerebbe a contenere, interpretare e sintetizzare il tutto dentro
di sé, e dunque anche a sé stessa bastante. Atteggiamento che nasce
da una concezione permeata da una sorta di ipercentralismo dell’io
lirico, già noto ed evidenziato in altri autori, in particolare in
diversi esponenti delle ultime propaggini dell’ermetismo.
Impostazione che sembrerebbe mal conciliarsi con alcune composizioni
in cui si nota un taglio politico e sociale, che però, al contrario
di quanto qualcuno sostiene, non fanno della poesia di Santamaria
una poesia politica e sociale. In essa piuttosto, si raccolgono
appunto ‘echi’ di problemi sociali, che vengono per lo più
utilizzati per costruire sfondi o scenari di un discorso
prevalentemente interessato ad altri argomenti, a sfere più
personali, per esigenze, talvolta estetizzanti, in qualche caso di
maniera.
Anche il meridionalismo di questa scrittura va visto in questo
senso, come osserva Di Consoli quando lo definisce ‘evocazione di
sofferenza assoluta’ in cui il ‘pretesto socio economico è, appunto
solo pretesto’, oppure quando parla di ‘sgomento socio metafisico’ a
proposito delle vicinanze con la poesia di Salvatore Quasimodo e di
molta poesia che a questa tendenza espressiva può essere riferita.
La raccolta, non divisa in sezioni, cerca, a giudicare dal titolo,
il nesso, un continuum del discorso poetico, appunto il luogo
dell’ ‘incastro’. Riteniamo che questo, si trovi nell’ attenzione
alle radici, con riferimenti, talvolta nostalgici, talvolta di
aperta denuncia. In esso si mischiano, in intima interconnessione,
gli echi del ‘tempo antico’, della società patriarcale e contadina
dei valori tradizionali, in cui è forte la presenza e l’importanza
del paesaggio, assieme agli stati d’animo del presente, pieni di
pessimismo per il futuro.
Questa complessa concezione o questa consapevolezza, che va
dall’amore per la propria terra dolente, al disagio per il presente,
al pessimismo per il futuro, formano come si diceva prima, lo sfondo
comune in cui si muovono le vicende e i sentimenti personali che
sono messi di volta in volta in primo piano: l’amore, la riflessione
sulla morte, l’impegno, la malinconia, la disperata tristezza.
Il testo si chiude comunque lasciando uno spiraglio di improbabile
speranza.
Dal punto di vista strettamente compositivo, riteniamo che i testi
più efficaci, risultino quelli, come ‘Giorno di morte’, meno
appesantiti da un eccessivo numero di metafore, meno affollati di
simboli, in cui si avvertono meno preoccupazioni letterarie,
rispetto alla semplice nitidezza dell’assunto.
Massimo
Giannotta
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