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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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ECHI AD INCASTRO

 
 

 

La gentilezza: quel che rimane
Gli “Echi ad incastro” di Franco Santamaria
Gianfranco Franchi

 

“Un pittore, o un poeta, non può staccarsi dalla realtà per isolarsi in un mondo che ha solo del fantastico e dell’invenzione.
Parlo del fantastico e dell’invenzione che distraggono dalla riflessione sulla vera condizione umana e della natura, che è aspirazione, tensione, sofferenza, dolore, spesso disperazione e annullamento, modificazione sostanziale, come risultato di ambizioni violente” (Santamaria, “Spunti di riflessione”, p. 67).

L’artista lucano Franco Santamaria è un poeta malinconico, gentile e acquatico; il suo canto è tenue e leggero, tutto rivolto al riconoscimento di quel che d’umano è rimasto nell’umanità, e orgogliosamente e dignitosamente resiste, per “barricate di carta” (“Come nelle veglie d’Oriente”); la morte che s’invoca o si chiama, “nell’attesa lunga / di un nuovo diluvio” (“Legame”), deve essere catarsi e rigenerazione; Santamaria s’appella a una rinascenza dell’uomo, e non, sic et simpliciter, a una apocalissi.

La condizione del poeta è puntualmente dipinta da quest’immagine: solitudine di pietra lunare. È uno status che impedisce d’assistere a una fedele rappresentazione di sé; le parole non sanno plasmarsi, non si lasciano scolpire e cesellare; stentano a riflettere quel che è, e quel che nella vita del pensiero avviene. L’artista allora scava “nei rumori della pioggia” (“La mia voce”): e se non basta questa seconda attestazione della sua acquaticità, oltre alla precedente epifania d’un diluvio, sappia il lettore che l’artista “sale alla radice dei fiumi” (ancora “Legame”), che sente la pioggia (particolare, del meridione) come quel che comprime l’umanità (foglio bianco) e così la legge:
“Pioggia impura, / avvolgente nelle sue vene / di filo spinato, / di alluvioni e di frane, / di corpi galleggianti con le orchidee” (“La nostra pioggia”) – non vuole dimenticare la terra e il sole, ma sente che questo tempo è estraneo all’energia e all’origine; è tempo d’acqua, che s’infiltra e scroscia e cancella e nega; non è una cascata splendida da contemplare, non è stupore e non è meraviglia; è dissoluzione, e distruzione.

È una distruzione che non è ostacolata da nulla: Santamaria non nomina, in questa sua acquatica produzione lirica, né diga che non sia triste, né argini che non siano tagliati: e allora, in qualche modo, possiamo aspettarci che questa atipica percezione del sistema e dell’umanità, bianca e grigia e blu notte, s’evolva fino ad assumere (è una congettura: il libro è stato stampato nel 2004) connotato o valenza profetica, e non più e non soltanto elegiaca o sociale; perché dubitiamo che l’opposizione “solarità-acquaticità”, intravista in questo volume, sintetizzi la visione di quel che è, e di quel che potrebbe divenire.

Intanto, “Andiamo lungo un fiume / in piena / di argini tagliati, / di case sommerse, / di cadaveri naviganti su tronchi di mimose / alla deriva” (“Lungo il fiume”): la parola ha l’inspiegabile dono di confinare e negare (“Profughi”), non è acqua che il confine annulla e l’esistente muta e contamina o rigenera o altera.

***

Nella raccolta “Echi ad incastro”, composta da trenta poesie e uno “spunto di riflessione”, s’intravedono ossi di seppia: questi ossi di seppia sono “quel che rimane” al poeta, estenuato dall’esperienza e ferito dall’esistenza.
Vediamo: “A me rimane / niente più / che il colore del sangue e il gemito delle ali / spezzate, / l’affanno soffocante della fuga dopo l’esplosione” (“Legame”); “A noi un attimo solo / resta del nido / dove / goccia a goccia / stillava la nostra vita” (“Solo per un attimo”), “rimane / un senso stupefatto d’inspiegabile / assenza / e l’acquatica penetrazione / del grido della sirena violata” (“Fragilità”), e infine – splendido congedo, indubitabilmente – “Rimane ancora / il suono di due sassi tra le mani, / sulla cima degli alberi / il cantastorie è muto” (“Lento oblio”).

Mi sembra di poter evidenziare delle analogie, in questo topos della rimanenza: il relitto dell’esperienza è un istante, la memoria di qualcosa di perduto, madre d’una nostalgia implacabile, consapevolezza e coscienza d’una assenza lacerante e dilaniante: tanto da condurre, inevitabilmente, all’afasia; alla lucidità della pietra, che ogni cosa ha osservato e testimoniato, e nulla può se non pretendere la lenta erosione dell’acqua; per dimenticare d’essere esistita, o per vedere sublimata la propria esistenza.

S’intravede, infine, l’ombra d’un’ideologia che il tempo ha sconfitto, madre e sorgente d’una certa sensibilità nei confronti dell’alterità e delle rivendicazioni sociali: “Alla falce e martello è unito il pianto, / gonfio del grido dei giorni / calpestati ed esplosi / sulle linee delle pietre, nostre antiche armi”: a partire da versi come questi, la critica potrà dilettarsi a individuare la matrice dell’impegno a una poesia “etica”, e la tensione alla ricerca d’una “ipotesi di felicità ampia e duratura” dell’autore; onestamente, non intendo avallare letture ideologiche del testo – e non solo perché non condivido quell’ideologia, e non ne sarei buon “martire”. Preferisco pensare a questi versi come a un’onda di disperazione, gentilezza e malinconia che s’è distesa sulle spiagge della mia anima, consolando e sostenendo la mia ricerca d’arte e di purezza nella parola e nel pensiero. Auspico che questo avvenga per ogni nuovo lettore dell’opera dell’artista lucano.

Gianfranco Franchi

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.