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“Un
pittore, o un poeta, non può staccarsi dalla realtà per isolarsi in
un mondo che ha solo del fantastico e dell’invenzione.
Parlo del fantastico e dell’invenzione che distraggono dalla
riflessione sulla vera condizione umana e della natura, che è
aspirazione, tensione, sofferenza, dolore, spesso disperazione e
annullamento, modificazione sostanziale, come risultato di ambizioni
violente” (Santamaria, “Spunti di riflessione”, p. 67).
L’artista lucano Franco Santamaria è un poeta malinconico, gentile e
acquatico; il suo canto è tenue e leggero, tutto rivolto al
riconoscimento di quel che d’umano è rimasto nell’umanità, e
orgogliosamente e dignitosamente resiste, per “barricate di carta”
(“Come nelle veglie d’Oriente”); la morte che s’invoca o si chiama,
“nell’attesa lunga / di un nuovo diluvio” (“Legame”), deve essere
catarsi e rigenerazione; Santamaria s’appella a una rinascenza
dell’uomo, e non, sic et simpliciter, a una apocalissi.
La condizione del poeta è puntualmente dipinta da quest’immagine:
solitudine di pietra lunare. È uno status che impedisce
d’assistere a una fedele rappresentazione di sé; le parole non sanno
plasmarsi, non si lasciano scolpire e cesellare; stentano a
riflettere quel che è, e quel che nella vita del pensiero avviene.
L’artista allora scava “nei rumori della pioggia” (“La mia voce”): e
se non basta questa seconda attestazione della sua acquaticità,
oltre alla precedente epifania d’un diluvio, sappia il lettore che
l’artista “sale alla radice dei fiumi” (ancora “Legame”), che sente
la pioggia (particolare, del meridione) come quel che comprime
l’umanità (foglio bianco) e così la legge:
“Pioggia impura, / avvolgente nelle sue vene / di filo spinato, / di
alluvioni e di frane, / di corpi galleggianti con le orchidee” (“La
nostra pioggia”) – non vuole dimenticare la terra e il sole, ma
sente che questo tempo è estraneo all’energia e all’origine; è tempo
d’acqua, che s’infiltra e scroscia e cancella e nega; non è una
cascata splendida da contemplare, non è stupore e non è meraviglia;
è dissoluzione, e distruzione.
È una distruzione che non è ostacolata da nulla: Santamaria non
nomina, in questa sua acquatica produzione lirica, né diga che non
sia triste, né argini che non siano tagliati: e allora, in qualche
modo, possiamo aspettarci che questa atipica percezione del sistema
e dell’umanità, bianca e grigia e blu notte, s’evolva fino ad
assumere (è una congettura: il libro è stato stampato nel 2004)
connotato o valenza profetica, e non più e non soltanto elegiaca o
sociale; perché dubitiamo che l’opposizione “solarità-acquaticità”,
intravista in questo volume, sintetizzi la visione di quel che è, e
di quel che potrebbe divenire.
Intanto, “Andiamo lungo un fiume / in piena / di argini tagliati, /
di case sommerse, / di cadaveri naviganti su tronchi di mimose /
alla deriva” (“Lungo il fiume”): la parola ha l’inspiegabile dono di
confinare e negare (“Profughi”), non è acqua che il confine annulla
e l’esistente muta e contamina o rigenera o altera.
***
Nella raccolta “Echi ad incastro”, composta da trenta poesie e uno
“spunto di riflessione”, s’intravedono ossi di seppia: questi ossi
di seppia sono “quel che rimane” al poeta, estenuato dall’esperienza
e ferito dall’esistenza.
Vediamo: “A me rimane / niente più / che il colore del sangue e il
gemito delle ali / spezzate, / l’affanno soffocante della fuga dopo
l’esplosione” (“Legame”); “A noi un attimo solo / resta del nido /
dove / goccia a goccia / stillava la nostra vita” (“Solo per un
attimo”), “rimane / un senso stupefatto d’inspiegabile / assenza / e
l’acquatica penetrazione / del grido della sirena violata”
(“Fragilità”), e infine – splendido congedo, indubitabilmente –
“Rimane ancora / il suono di due sassi tra le mani, / sulla cima
degli alberi / il cantastorie è muto” (“Lento oblio”).
Mi sembra di poter evidenziare delle analogie, in questo topos
della rimanenza: il relitto dell’esperienza è un istante, la memoria
di qualcosa di perduto, madre d’una nostalgia implacabile,
consapevolezza e coscienza d’una assenza lacerante e dilaniante:
tanto da condurre, inevitabilmente, all’afasia; alla lucidità della
pietra, che ogni cosa ha osservato e testimoniato, e nulla può se
non pretendere la lenta erosione dell’acqua; per dimenticare
d’essere esistita, o per vedere sublimata la propria esistenza.
S’intravede, infine, l’ombra d’un’ideologia che il tempo ha
sconfitto, madre e sorgente d’una certa sensibilità nei confronti
dell’alterità e delle rivendicazioni sociali: “Alla falce e martello
è unito il pianto, / gonfio del grido dei giorni / calpestati ed
esplosi / sulle linee delle pietre, nostre antiche armi”: a partire
da versi come questi, la critica potrà dilettarsi a individuare la
matrice dell’impegno a una poesia “etica”, e la tensione alla
ricerca d’una “ipotesi di felicità ampia e duratura” dell’autore;
onestamente, non intendo avallare letture ideologiche del testo – e
non solo perché non condivido quell’ideologia, e non ne sarei buon
“martire”. Preferisco pensare a questi versi come a un’onda di
disperazione, gentilezza e malinconia che s’è distesa sulle spiagge
della mia anima, consolando e sostenendo la mia ricerca d’arte e di
purezza nella parola e nel pensiero. Auspico che questo avvenga per
ogni nuovo lettore dell’opera dell’artista lucano.
Gianfranco Franchi |