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La terza
raccolta poetica del lucano Santamaria, attivo anche come artista
visivo, va inquadrata nell'elaborazione di un tono poetico, o meglio
un'impostazione della voce, che non si esita a definire elegiaca ma
che rimanda non solo a una immagine mitico-edenica e atemporale
della terra, bensì a una visione etica (e di qui politica) di ciò
che è andato perduto, e infine all'utopia di ciò che potrebbe essere
anche grazie al valore salvifico (perché civile, gnoseologico)
dell'arte. Quindi il valore dell'immagine, di solito arricchita di
metafore e analogie (cui non è estranea l'influenza barocca), e
spesso costruita lungo linee anaforiche, è anche quello di rendere
apprensibile e indicare all'immaginazione uno stato di cose
insoddisfacente: una funzione educativa dell'arte, quindi, che
informa di sé persino l'obbiettivo etico di un'arte che sappia
parlare al proprio tempo.
Giustamente, in un'ampia prefazione che di Santamaria coglie la
diacronicità e le diverse sfaccettature artistiche, Sandro Montalto
accosta il suo nome a quelli di Quasimodo e Pierro, e ai
contemporanei Calabrò, Maffia, Rago e Nigro; un altro nome verrebbe
poi naturale a partire da alcune scabre soluzioni espressive che
fanno da contraltare a una esuberanza immaginifica e metaforica
tutta meridionale: quello di Ungaretti, che ci sembra stare al fondo
di scelte sintattiche come quelle della riuscita Sono di questo
pianeta (si veda soprattutto l'apostrofe ritardata, che rimanda a
quella alla madre di Ungaretti):
Quando avrò limato le mie ore/ fino in fondo/ e chiuso/
definitivamente/ la mia casa costruita su una nuvola,/ polvere, mi
deporrai in un'urna di foglia di fiore/ colto da un pianeta lontano.
(p. 24)
Così, la ferita inaugurale della scrittura e la mancanza che apre
alla ricerca sono la coscienza di una perdita personale, come emerge
da esempi come «Portiamo il dolore delle cose minute», «A noi un
attimo solo / resta del nido / dove / goccia a goccia / stillava la
nostra vita» (p. 20); «vivo in te, nella tua fisicità / assente» (p.
22); «abbiamo vissuto un destino / breve / di cometa / e il buio ha
diviso le nostre orme» (p. 33); «Dura in me l'ultima / tua fisicità
vivente» (p. 63). Questa coscienza, però, subito si apre a una
dimensione più ampia affacciata sulla storia e da questa sul dato
ontologico: l'immagine mitica, atemporale, di un sud agricolo e dai
valori immutabili, su cui insiste tanta lettera-tura meridionale
diventa, come rileva anche Montalto, coscienza pienamente letteraria
di una storicità, della necessaria resistenza che può prendere anche
le forme di un banchetto dell'attesa, di una veglia in cui
festeggiare con gioia tragica, come in uno dei testi più alti e
consapevoli del-la raccolta, Come nelle veglie d'oriente (p. 17), in
cui fa irruzione il contemporaneo, l'esigenza di resistere, di
ribellarsi e credere nell'utopia.
Non c'è dubbio infatti che l'inusuale apertura della poesia di
Franco Santamaria parta da una vissuta e sofferta consapevolezza del
tempo, sia personale che storico: quello di un passato che si
personifica negli affetti scomparsi, ma che sul piano storico
corrisponde anche ai guasti cui rimediare; quello presente
dell'elegia, ma anche della passione civile e politica («viviamo la
tristezza / del sogno della primavera / caduta», p. 41; «vermi
millimetrici e robotici / scavano / il cuore delle radici che /
marciscono», p. 60); quello futuro, appunto utopico, a cui sono
affidate «nuove / tremanti speranze» a partire dalla «forza d'urto
degli scudi» (p. 16): «voglio ancora sperare / nel tuo ritorno», p.
63.
La poesia di Santamaria addita oggi una delle possibili soluzioni
per uscire dal minimalismo autobiografico che, al di là della
pratica amatoriale, sta funestando anche i poeti più veri e
consapevoli delle ultime generazioni, e deve porsi all'attenzione
della critica per la capacità di innovare con misura ma anche con
forte apertura culturale e umana.
Mauro Ferrari |