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La
raccolta “Echi ad incastro” di Franco Santamaria è un interessante
esperimento poetico. Interessante perché l’autore mescola, o meglio
“incastra” echi provenienti da varie fasi e stagioni della poesia
del ‘900.
Emergono già ad una prima lettura, ad esempio, le soluzioni proprie
della stagione della poesia ermetica, con la sua ricerca di una
forma che esuli dal classicismo, la sua riottosità alla metrica,
alla punteggiatura, alle soluzioni retoriche più usate (ed abusate).
La ricerca di una poesia, dunque, piena di senso, carica di pathos,
che si manifesta nella ricercatezza del simbolo, nella profusione di
analogie che si intrecciano fra di loro trasmettendo il messaggio
attraverso una forma volutamente ambigua e “ermetica” che ne esalta
il valore universale e per così dire “metafisico”.
La riduzione programmatica della punteggiatura, la scelta di
soluzioni formali complesse, che vanno dall’intrecciarsi di simboli
all’uso di analogie interconnesse (“… il soffio degli emigrati / (…)
/ in nuvole di speranze randagie”, nella lirica di apertura
“Legame”, ma anche “a seminare il ricordo di te / come frumento
nell’ansia dei miei fiumi”, in “Tramonto”), la riduzione dello
spazio visivo ad un paesaggio impressionistico volutamente duro e
crudo, sono, certo, cifra stilistica di una profonda ricerca
estetica che affonda le sue radici nella tradizione italiana ed
europea.
Ma non solo.
Leggendo le liriche della raccolta, il paesaggio aspro e crudo,
quasi senza segno di vita umana, secondo le forme care all’opera di
Montale, viene ad essere anche il contraltare delle emozioni del
poeta: il paesaggio diviene, quasi espressionisticamente, proiezione
delle ansie e del dolore del poeta, attraverso l’uso di elementi del
paesaggio quasi umanizzati come le “agavi stanche” di “Un diverso
risveglio” oppure le forme del paesaggio che alludono simbolicamente
alla vita dell’uomo come “l’ombra degli ulivi e dei monti al
tramonto” di “Sono di questo pianeta”. È questa una soluzione
formale personale, non una semplice citazione.
Le liriche di Santamaria riecheggiano la tradizione letteraria
italiana, non solo recente, e la cultura classica, dunque, ma per
trovare nuove soluzioni per il proprio messaggio, per integrare il
passato, che è anche passato letterario e culturale, con le nuove
voci, le nuove esigenze che premono sull’animo del poeta.
Anche per questo non suonano affatto “stonati” i numerosi
riferimenti che l’autore, pur se velatamente, fa all’esperienza
drammatica dell’emigrazione, problema che appare ancora oggi agli
occhi di Franco Santamaria come uno strappo drammatico con il
passato, lo sradicamento di una generazione dalla sua terra e dalle
sue origini.
Nelle sue pagine, l’emigrazione dei contadini meridionali degli anni
’50 e ’60 si fonde con le nuove emigrazioni, dovute anch’esse alla
povertà, alla fame, alle guerre e alle carestie, delle cosiddette
“navi della speranza”, il dolore delle famiglie separate di allora
con quelle distrutte dalle guerre e dalle carestie di oggi. Così,
l’immagine dell’emigrante di ieri si congiunge e si sovrappone con
quella dell’emigrante “non si sa dove” di oggi, definito, con parola
sprezzante e disumanizzante “extracomunitario”, entrambi uniti dal
comune dolore dello sradicamento, dall’ansia comune per un futuro
migliore, dalla tristezza per la propria terra abbandonata. Una
fusione che avviene in parallelo anche a livello formale, con
l’inserimento di termini della lingua italiana di recente conio,
provenienti dal mondo della Tv o dei giornali, come “lacrimogeni” o
termini del linguaggio tecnico, come il “diapason” e che ha una sua
funzione che mira ad integrare passato e presente in una visione di
comune, sofferta e dolorosa umanità.
Raoul
Elia
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