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“Echi ad
incastro”, ultima pubblicazione di Franco Santamaria, ricomprende
nel titolo quello del suo libro precedente, “Storie di echi”
(Ferraro ed.) e non certamente per penìa di ispirazione, ma quale
precisa indicazione, di continuità in una ventura poetica ed
esistenziale da cui l’autore non si distoglie.
L’immatericità a cui il titolo chiama, è in contrapposizione ad un
tessuto poietico che si nutre solo di argomenti tratti da sensi
osservanti e in ascolto di una umanità quotidianamente vissuta e
partecipata. Ma Franco Santamaria è consapevole che nel suo gesto
artistico non c’è spazio per una rappresentazione fotografica; la
parola che consegna al lettore deve attraversare i suoi sensi, i
suoi filtri cognitivi e poi arrivare ad una mèta non designata, come
l’eco della parola lanciata dal fianco di una montagna che si spegne
lontana nell’aria senza che si sappia chi la potrebbe ascoltare.
La riuscita degli incastri tra queste eco è solo una speranza
coltivata metodicamente: “Voglio anche dire/ della luna che si
spegne,/ quando giovani speranze/ profughe/ sbarcano/ per rifondare
il giardino distrutto.” (pg. 57). La perseveranza trova fondamento
nel convincimento che solo l’incastro delle eco può creare quelle
condizioni minime ed indispensabili per tenere insieme l’umano: “
portiamo il dolore delle cose minute,/ deboli, di ciò che solo noi
possiamo comprendere.” (pg. 20). Si delineano da subito, quindi, due
componenti essenziali del libro di Franco Santamaria, il soggetto
plurale che il poeta assume sulla propria individualità e che genera
il tema dell’appartenenza, e quello del riscatto da una condizione
di miserevolezza e sopraffazione morale e materiale: “Porto con me
una bimba/ che già teme/ come me/ vortici ed abissi liquidi,/ e
sotterranei/ di catene, di missili, di anime in vendita;/ che ancora
si balli al tam- tam/ in un cerchio di dolori antichi.” (pg. 40).
Se il libro di questo poeta voglia essere un libro di denuncia
sociale, è difficile dirlo, ma di certo ambisce a collocarsi nella
scarsamente frequentata tradizione della poesia civile in cui anche
l’afflato del sentimento personale, della nostalgia, del bene
perduto, non possono mai solo riguardare l’Uno escludendo l’Altro.
Non è estraneo all’uomo ciò che è umano, e di conseguenza non c’è
verità più vera di quella che si può apprendere attraverso il
dolore, la compassione dell’altro: “Qui, io sento la notte/ che
scende/ tra balli selvaggi/ e ferma/ l’ombra degli ulivi e dei monti
al tramonto.// Queste cose io dico/ che sono come te che stai
soffrendo.” (pg. 25).
Il tema del riscatto insorge in maniera disseminata; il suo primo
inespugnabile baluardo è proprio la parola. Non restare afoni per
Franco Santamaria è il principio e l’attestazione dell’esistenza in
vita; il gesto, le storie, le lotte e le vittorie devono poter
essere memorate e inscritte in quell’immaginario archivio
dell’esistenza che può essere la poesia: “ Non voglio solo dire/ di
quegli occhi/ nella notte,/ che hanno inventato linee/ di fuoco e di
brividi/ allargando i deserti.// Voglio anche dire/ della luna che
si spegne,/ quando giovani speranze/ profughe/ sbarcano/ per
rifondare il giardino distrutto.”
Mariella
De Santis
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