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Il poema
“Legame”, che costituisce l'esordio solenne, maestoso, grave della
raccolta “Echi a incastro” di Franco Santamaria non lascia dubbi sul
legame affettivo che unisce questo pellegrino illustre alla terra
d’origine, suggerita con lievi, ma concreti cenni: “calanchi”, “la
grotta del convento”, ma è un legame che non esime dal giudizio di
valore che conclude il poema: sono forme degradate quelle che
l’emigrante ritrova e al degrado dell’ambiente corrisponde pure la
lucida consapevolezza dell’evasione impossibile. Il volo e la fuga
lasciano l’amaro in bocca, approdano solamente al dolore. “A me
rimane/ niente più/ che il colore del sangue e il gemito delle ali
spezzate,/ l’affanno soffocante della fuga dopo l'esplosione”.
L’amarezza del crollo dei sogni non esime da un impegno etico e
civile che induce a contrastare tutto ciò che uccide l’uomo. Il
poeta rivendica questo diritto nel poema “Per un diritto”, la cui
bellezza è data dalla successione di immagini che visualizzano fatti
storici che si concatenano in un processo associativo e fantastico
senza recidere il filo conduttore improntato a valori di giustizia.
“Per un diritto” è una poesia dell’impegno che non scade nel refrain
propagandistico. È una virile, dignitosa battaglia per i diritti
umani, cui si associa “Come nelle veglie d’Oriente”, dove il motivo
politico è più forte, più tangibile anche nella resa stilistica. Il
dolore, quello del Poeta e quello delle “vittime” si fa parola in un
mesto dialogo con l’ ”onda” e nell’invocazione alla “regina del
mare” nel poema “Un diverso risveglio”, dove mito, attualità,
dolore, precisi riferimenti geografici (“Mar Grande”, “Ponte
girevole”) coesistono. E il dolore che qui provoca lacrime si fa
solenne, mesta meditazione nello splendido poema “Solo per un
attimo”. È una solenne e mesta meditazione, dove la tristezza si
stinge nel malinconico rimpianto in un desolato paesaggio, evocato a
pennellate lievi e sommesse (“oltre la collina/ cresce un orto di
croci”), come il pianto sotterraneo che percorre questo canto. L’eco
del motivo ispiratore “bianco fiore d’arancio... ti rivedo e ti amo”
si espande nella coralità del sentire “Portiamo il dolore delle cose
minute,/deboli...” Il tutto perso in una dimensione in cui il tempo
scorre precipitoso: “Ha fretta di ripartire il tempo”. La bellezza
di questa poesia consiste nel pudore dei sentimenti non affermati,
ma delicatamente, lievemente suggeriti: “A noi un attimo solo/
resta/dove/goccia a goccia/stillava la nostra vita”. Il presente
della memoria (“baciamo appena/ un breve ‘t’amo’ ”) contrasta con il
passato di “stillava”.
Amore, dolore, rimpianto e forte tensione etica, civile convivono e
si permeano reciprocamente nella nobile, umile consapevolezza del
valore profondo, ma al tempo stesso impalpabile della parola
poetica, come nel poema “La mia voce” dove il Poeta afferma: “Scrivo
nei rumori della pioggia/parole che mi comprendano e svelino/ soli
di calore nelle mani”. Questo tema è riproposto in “La nostra
pioggia”, dove “il sole nelle mani” è una solare “arancia gialla”.
Il Prometeo “voleur de feu” della baldanzosa e giovanile poetica
rimbaldiana è qui, nel nostro secolo, semplicemente un uomo che
cerca comprensione nelle parole. I motivi di sofferenza e di
riflessione dolorosa, suggeriti da eventi personali, storici o di
cronaca, si amalgamano in una suggestiva successione di immagini ad
evocare desolazione e aridità ma anche levità e dolcezza.
Un paesaggio interiore ricco quello di Franco Santamaria, dove il
colore qui assume piuttosto il grigio e il nero del dolore, del male
e della tristezza, ma anche quello giallo della creatività e la luce
della speranza da vivere in sogno (“Sogno”) e in un’altra dimensione
oltre il “muro della terra”, “nel giardino della luce”.
Antonia
Chimenti
Toronto maggio 2006
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