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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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ECHI AD INCASTRO

 
 

 

“Echi ad incastro: i colori dell’anima”
Antonia Chimenti

 

Il poema “Legame”, che costituisce l'esordio solenne, maestoso, grave della raccolta “Echi a incastro” di Franco Santamaria non lascia dubbi sul legame affettivo che unisce questo pellegrino illustre alla terra d’origine, suggerita con lievi, ma concreti cenni: “calanchi”, “la grotta del convento”, ma è un legame che non esime dal giudizio di valore che conclude il poema: sono forme degradate quelle che l’emigrante ritrova e al degrado dell’ambiente corrisponde pure la lucida consapevolezza dell’evasione impossibile. Il volo e la fuga lasciano l’amaro in bocca, approdano solamente al dolore. “A me rimane/ niente più/ che il colore del sangue e il gemito delle ali spezzate,/ l’affanno soffocante della fuga dopo l'esplosione”.
L’amarezza del crollo dei sogni non esime da un impegno etico e civile che induce a contrastare tutto ciò che uccide l’uomo. Il poeta rivendica questo diritto nel poema “Per un diritto”, la cui bellezza è data dalla successione di immagini che visualizzano fatti storici che si concatenano in un processo associativo e fantastico senza recidere il filo conduttore improntato a valori di giustizia. “Per un diritto” è una poesia dell’impegno che non scade nel refrain propagandistico. È una virile, dignitosa battaglia per i diritti umani, cui si associa “Come nelle veglie d’Oriente”, dove il motivo politico è più forte, più tangibile anche nella resa stilistica. Il dolore, quello del Poeta e quello delle “vittime” si fa parola in un mesto dialogo con l’ ”onda” e nell’invocazione alla “regina del mare” nel poema “Un diverso risveglio”, dove mito, attualità, dolore, precisi riferimenti geografici (“Mar Grande”, “Ponte girevole”) coesistono. E il dolore che qui provoca lacrime si fa solenne, mesta meditazione nello splendido poema “Solo per un attimo”. È una solenne e mesta meditazione, dove la tristezza si stinge nel malinconico rimpianto in un desolato paesaggio, evocato a pennellate lievi e sommesse (“oltre la collina/ cresce un orto di croci”), come il pianto sotterraneo che percorre questo canto. L’eco del motivo ispiratore “bianco fiore d’arancio... ti rivedo e ti amo” si espande nella coralità del sentire “Portiamo il dolore delle cose minute,/deboli...” Il tutto perso in una dimensione in cui il tempo scorre precipitoso: “Ha fretta di ripartire il tempo”. La bellezza di questa poesia consiste nel pudore dei sentimenti non affermati, ma delicatamente, lievemente suggeriti: “A noi un attimo solo/ resta/dove/goccia a goccia/stillava la nostra vita”. Il presente della memoria (“baciamo appena/ un breve ‘t’amo’ ”) contrasta con il passato di “stillava”.
Amore, dolore, rimpianto e forte tensione etica, civile convivono e si permeano reciprocamente nella nobile, umile consapevolezza del valore profondo, ma al tempo stesso impalpabile della parola poetica, come nel poema “La mia voce” dove il Poeta afferma: “Scrivo nei rumori della pioggia/parole che mi comprendano e svelino/ soli di calore nelle mani”. Questo tema è riproposto in “La nostra pioggia”, dove “il sole nelle mani” è una solare “arancia gialla”. Il Prometeo “voleur de feu” della baldanzosa e giovanile poetica rimbaldiana è qui, nel nostro secolo, semplicemente un uomo che cerca comprensione nelle parole. I motivi di sofferenza e di riflessione dolorosa, suggeriti da eventi personali, storici o di cronaca, si amalgamano in una suggestiva successione di immagini ad evocare desolazione e aridità ma anche levità e dolcezza.
Un paesaggio interiore ricco quello di Franco Santamaria, dove il colore qui assume piuttosto il grigio e il nero del dolore, del male e della tristezza, ma anche quello giallo della creatività e la luce della speranza da vivere in sogno (“Sogno”) e in un’altra dimensione oltre il “muro della terra”, “nel giardino della luce”.

Antonia Chimenti
Toronto maggio 2006

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.