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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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ECHI AD INCASTRO

 
 

 

Gli Echi ad incastro di Franco Santamaria
Alessandro Cabianca

 

Partecipare della vita con passione e rabbia significa raccontare del mon-do tutte le manifestazioni, riconoscere l’amore ma non disconoscere il dolore, sapersi definire ma penetrare l’indefinibile, non temere di confrontarsi con il reale, per quanto dissonante e perfino disumano.
“Amo e canto/ l’uomo di ogni giorno”: è questo il punto di partenza della poesia di Franco Santamaria, che riconosce di essere uno che inventa parole consolatorie (“Noi/ che solo inventiamo parole/ che consolino”) di fronte ad una realtà violenta e prevaricatrice e tuttavia non cessa di rac-contare ciò che gli detta lo sguardo (“A me rimane/ niente più/ che il colore del sangue e il gemito delle ali/ spezzate”). Passione, rabbia e com-passione, cioè sentirsi interamente parte del reale, contestarne con veemenza ogni caduta nell’inautentico o nel “selvaggio”, condividere con chi manca di forza e di voce la necessità della denuncia e del riscatto.
Ha visto bene Sandro Montalto nella Prefazione a “Echi ad incastro” là do-ve sottolinea il carattere politico e sociale dell’opera di Franco Santama-ria, ma gli echi che incontriamo in questa raccolta raggiungono quella universalità che la poesia vera sa raggiungere soprattutto quando si in-terrogano sulle intenzioni dell’uomo d’oggi, sulle sue finalità, sul suo es-sere e sul suo destino.
La sera, il buio, la notte (“La notte non conosce la solidarietà”) sono allora le metafore della paura e del disagio di chi vive la precarietà e il rischio di profugo, di clandestino, di fuggitivo, la luce, il sole, i colori sono invece la metafora della speranza e del riscatto (“Forse/ io solo conservo/ in una piccola ampolla,/ difesa, un’arancia gialla,/ per non dimenticare il colore del sole/ della terra/ e l’essenza del nostro riscatto”). E nella poesia in parte sopra riportata (La nostra pioggia) vi sono altri motivi portanti, emo-zionalmente, del racconto in versi di questo poeta, l’amore per la sua ter-ra, così come la disvela una memoria che si fa innocente, e la desola-zione per il grado di distruzione, riferito alle cose, perfino alle pietre, e di asservimento, riferito alle coscienze, di questo nostro tempo.
Forse non è la poesia (ma chi può dirlo?) il mezzo più efficace per lanciare un messaggio di rivolta contro l’indifferenza dei più verso il senso di cata-strofe imminente che consegue alla forza distruttrice dell’uomo (“Ora che siamo compagni della morte/ sulle strade di tanti soli che esplodono”) e perfino della natura (“Pioggia impura,/ avvolgente nelle sue vene/ di fi-lo spinato,/ di alluvioni e di frane,/ di corpi galleggianti con le orchidee”), ma il poeta non si lascia condizionare, anzi cerca di affinare i suoi stru-menti, che meglio possano comunicare il senso delle cose, perché è forse dalla morte che può riprendere la vita (“La morte/ che sparge semi di alberi nuovi”).
Cresce allora la speranza che si possa veramente dare scacco al male e cresce soprattutto quando gli innocenti, gli indifesi vengono portati via dalla vecchiaccia con la falce (“Mi chiedo…./ che fine facciano i petali/ e perché rimangano quei/ brividi di piume tra le spine” ….. “Forse/ la morte impazzisce/ a raccogliere così tanto nelle sue lunghe/ notti”). E’ in quella ultima parola, sospesa, e, per quel che è possibile, sottolineata, una consapevolezza amara, il timore di una sconfitta; ma la parola del poeta traduce in senso il disperato e inintelligibile grido degli oppressi così come il loro flebile lamento, mentre cerca di colmare anche il vuoto esistenziale lasciato da un amore che la morte ha interrotto; amore per questo rimasto sospeso, non del tutto compiuto.
Ed è la volontà di dare compimento ai cicli della vita che spinge Franco Santamaria a porre domande e a tentare risposte, che non siano risposte già date o parole vuote d’anima e di senso.

Alessandro Cabianca

Alessandro Cabianca: recensione a "Radici Perdute"

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