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Partecipare della vita con passione e rabbia significa raccontare
del mon-do tutte le manifestazioni, riconoscere l’amore ma non
disconoscere il dolore, sapersi definire ma penetrare
l’indefinibile, non temere di confrontarsi con il reale, per quanto
dissonante e perfino disumano.
“Amo e canto/ l’uomo di ogni giorno”: è questo il punto di partenza
della poesia di Franco Santamaria, che riconosce di essere uno che
inventa parole consolatorie (“Noi/ che solo inventiamo parole/ che
consolino”) di fronte ad una realtà violenta e prevaricatrice e
tuttavia non cessa di rac-contare ciò che gli detta lo sguardo (“A me
rimane/ niente più/ che il colore del sangue e il gemito delle ali/
spezzate”). Passione, rabbia e com-passione, cioè sentirsi
interamente parte del reale, contestarne con veemenza ogni caduta
nell’inautentico o nel “selvaggio”, condividere con chi manca di
forza e di voce la necessità della denuncia e del riscatto.
Ha visto bene Sandro Montalto nella Prefazione a “Echi ad incastro” là
do-ve sottolinea il carattere politico e sociale dell’opera di Franco
Santama-ria, ma gli echi che incontriamo in questa raccolta
raggiungono quella universalità che la poesia vera sa raggiungere
soprattutto quando si in-terrogano sulle intenzioni dell’uomo d’oggi,
sulle sue finalità, sul suo es-sere e sul suo destino.
La sera, il buio, la notte (“La notte non conosce la solidarietà”)
sono allora le metafore della paura e del disagio di chi vive la
precarietà e il rischio di profugo, di clandestino, di fuggitivo, la
luce, il sole, i colori sono invece la metafora della speranza e del
riscatto (“Forse/ io solo conservo/ in una piccola ampolla,/ difesa,
un’arancia gialla,/ per non dimenticare il colore del sole/ della
terra/ e l’essenza del nostro riscatto”). E nella poesia in parte
sopra riportata (La nostra pioggia) vi sono altri motivi portanti,
emo-zionalmente, del racconto in versi di questo poeta, l’amore per
la sua ter-ra, così come la disvela una memoria che si fa innocente,
e la desola-zione per il grado di distruzione, riferito alle cose,
perfino alle pietre, e di asservimento, riferito alle coscienze, di
questo nostro tempo.
Forse non è la poesia (ma chi può dirlo?) il mezzo più efficace per
lanciare un messaggio di rivolta contro l’indifferenza dei più verso
il senso di cata-strofe imminente che consegue alla forza
distruttrice dell’uomo (“Ora che siamo compagni della morte/ sulle
strade di tanti soli che esplodono”) e perfino della natura
(“Pioggia impura,/ avvolgente nelle sue vene/ di fi-lo spinato,/ di
alluvioni e di frane,/ di corpi galleggianti con le orchidee”), ma
il poeta non si lascia condizionare, anzi cerca di affinare i suoi
stru-menti, che meglio possano comunicare il senso delle cose, perché
è forse dalla morte che può riprendere la vita (“La morte/ che
sparge semi di alberi nuovi”).
Cresce allora la speranza che si possa veramente dare scacco al male
e cresce soprattutto quando gli innocenti, gli indifesi vengono
portati via dalla vecchiaccia con la falce (“Mi chiedo…./ che fine
facciano i petali/ e perché rimangano quei/ brividi di piume tra le
spine” ….. “Forse/ la morte impazzisce/ a raccogliere così tanto
nelle sue lunghe/ notti”). E’ in quella ultima parola, sospesa, e,
per quel che è possibile, sottolineata, una consapevolezza amara, il
timore di una sconfitta; ma la parola del poeta traduce in senso il
disperato e inintelligibile grido degli oppressi così come il loro
flebile lamento, mentre cerca di colmare anche il vuoto esistenziale
lasciato da un amore che la morte ha interrotto; amore per questo
rimasto sospeso, non del tutto compiuto.
Ed è la volontà di dare compimento ai cicli della vita che spinge
Franco Santamaria a porre domande e a tentare risposte, che non
siano risposte già date o parole vuote d’anima e di senso.
Alessandro Cabianca |