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Franco
Santamaria è nato a Tursi, in provincia di Matera, luogo mai
dimenticato nella memoria e nell’opera sua, perché ritenuto simbolo
della sofferenza di tutto il mondo contadino e, in genere, di tutti
coloro che non hanno la forza ideale e materiale di liberarsi della
dura condizione della propria esistenza.
Dopo lunga permanenza a Taranto e poi a Napoli, nel 1990 si è
trasferito ad Afragola, cittadina dell’hinterland napoletano, presso
il cui Istituto di Stato per i Servizi Commerciali e Turistici
insegnava Letteratura e Storia.
Andato in pensione, si dedica con maggiore disponibilità di tempo e
di attenzione alle attività artistiche di scrittura e di pittura,
che in precedenza aveva dovuto trascurare per motivi professionali e
familiari.
Collabora a riviste letterarie, è presente in antologie e in un
numero considerevole di sitiweb letterari e artistici.
Accantonata la redazione e la diffusione della newsletter “Rassegna
Siti Culturali”, per gli amanti della cultura ora redige
“News2004/x”, newsletter di informazioni culturali (eventi,
concorsi, segnalazioni) inviata, come la precedente, a migliaia di
utenti d’internet.
Prima di “Echi ad incastro”, ha pubblicato, “Primo Lievito”
(Gastaldi, Milano) e “Storie di echi” (Ferraro, Napoli), con
notevole intervallo tra loro non solo a causa della sua prevalente
attenzione alla scuola, ma anche della sua dichiarata avversione a
certe richieste della cosiddetta “Mafia letteraria”. Per questo
motivo, preferisce tenere ancora in “cassetto” altre opere: le
raccolte di poesie “La mia valle non è l’Eden” e “A radici perdute”,
la raccolta di racconti “Se la catena non si spezza” (ora pubblicata
da Bastogi, n.d.r.) e il romanzo “I cavalli di grano”.
In internet, invece, ha pubblicato “Parola e Immagine”, opera
unitaria di poesia e pittura, (ogni poesia-dipinto porta lo stesso
titolo), nella quale linguaggio poetico e linguaggio pittorico si
fondono, perché, come Santamaria afferma nella Prefazione, essi sono
“espressioni solo apparentemente diverse di comunicazione”.
Che Santamaria si serva della poesia e della pittura, con la stessa
intensità artistica e passionale, per esprimere una visione della
vita sofferente per volere degli altri e per incapacità propria di
uscirne, basta leggere le sue poesie e/o osservare i suoi dipinti
che ha prodotto, da autodidatta, dagli inizi degli anni Ottanta,
collezionando una serie di grandi consensi in Mostre Personali e/o
Collettive sia in Italia che all' estero.
Mi sono occupato più di una volta di quest’artista poliedrico e
sensibilissimo, per il modo di raccontare sia in pittura sia in
poesia le radici della realtà del nostro caotico tempo. La sua però
non è denuncia, come si potrebbe immaginare, bensì è una lunga ruga
dell’anima che si estende per tutto il diametro terrestre.
Ora è la volta di occuparmi di “Echi ad incastro”, la nuova raccolta
di poesie edita da Joker di Novi Ligure.
«Andiamo lungo un fiume/ di acque lunari,/ di ombre a specchio/
senza dimensione e sangue,/ senza spiagge e sentieri di terra
promessa». (pag.38)
Ricorda il Poeta. E se percorriamo una moderna autostrada, cercando
«senza dimensioni di sangue, sentieri di terra promessa», di
attraversare una zona montuosa, possiamo osservare un gran numero di
gallerie, di ponti, di viadotti; immensi muraglioni che consolidano
i fianchi dei monti, mentre i corsi d'acqua si intravedono a decine
di metri sotto le immense arcate.
Non solo è mutato profondamente l'aspetto delle località, ma si è
ampiamente trasformata la vita stessa degli uomini.
Santamaria ci propone di provare e spinge ad immaginare come sarebbe
diversa la nostra vita quotidiana se dovessero cessare di funzionare
le centrali di produzione di energia elettrica come se la nostra
esistenza fosse «senza ricordi e misteri e ansie sopite».
Il Poeta amando la natura, ha visto che questa ha sofferto notevoli
peggioramenti, con l'abbattimento di boschi e di foreste, per
lasciare il posto alle costruzioni e alle strade. La flora e la
fauna hanno subito danni irreparabili, con pericolose conseguenze
sulla stessa vita umana. L'atmosfera e le acque sono divenute
tossiche da fumi e sostanze, emesse da ciminiere e scarichi, dovute
ai lavori industriali.
Per evitare questi non piccoli guai, l'opinione pubblica si è mossa
e si stanno studiando soluzioni per evitare i danni
dell'inquinamento. Perciò il Poeta è vigile e canta la sua rabbia,
la sua impotenza di fronte allo sfacelo di questo cambiamento
repentino che l’uomo affronta, quasi rassegnato, e lui lo sprona
all’azione.
Nei prossimi anni si dovrebbero già avere i primi risultati positivi
di questa lotta; e certamente non vedremo mai, «i cadaveri che
navigano su tronchi di mimose, alla deriva». Altra meta da
raggiungere, per far sì che il frutto del lavoro umano sia sempre
più vantaggioso, consiste nel rendere meno carica di tensione
l'attività degli uomini d'oggi.
Il Poeta sa che ogni epoca ha i suoi problemi. Quali sono quelli che
travagliano la società attuale e quale di loro suscita, in
particolare, il suo interesse.
Schiavitù, dittature, pestilenze, carestie, ingiustizia sociale e
tante altre terribili calamità hanno colpito, in ogni tempo,
specialmente in quest’ultimo periodo, popoli e paesi, coinvolgendo
talvolta l'intera umanità. Proprio quest'ultimo problema ha attirato
l’interesse del Santamaria e destato le più vive preoccupazioni.
L'aria che si respira, l'acqua che si beve, i cibi che s’ingeriscono
sono dei pericoli, anche se non sempre ce ne rendiamo conto, possono
avere terribili conseguenze sulla nostra salute. Incominciamo
dall'aria, l'elemento indispensabile in qualsiasi momento della
nostra vita. In ogni atto di respirazione immettiamo nei polmoni una
certa quantità di aria, di cui assorbiamo una parte d'ossigeno. Se
l'aria che entra nei polmoni, oltre a contenere ossigeno e azoto,
comprende gas velenosi, l’organismo può ricevere danni molto gravi.
Più volte si è letto sui giornali dell'avvelenamento, quasi sempre
seguito da morte, che colpisce chi rimane chiuso in un'autorimessa
dove c'è un'automobile con il motore acceso. Nello spazio di poche
decine di minuti l'aria diventa irrespirabile e chi non si rende
conto del pericolo soccombe.
Il Poeta e Pittore Santamaria ha sentito la necessità di parlare, di
cantare, con parole e colori, per ricordare all’uomo che
l’affermazione del valore della persona sia come la descrive già
Emanuele Kant. È in lui infatti, afferma Laberthoinnière, che la
filosofia diviene chiaramente poesia e ciò che essa può essere e ciò
che deve essere: una dottrina del diritto e della giustizia e,
quindi, un sistema di esseri e non di cose. È
il Poeta colui che avverte gli avvenimenti, che l’uomo comune vede e
si rende conto di non averlo ascoltato quando questi si sono
verificati realmente.
L'uomo non è più un individuo, è una persona, e gli altri debbono
rispettarlo, com'egli deve rispettare gli altri. Ciò significa
guardare le cose «da dentro e non dal di fuori». Sennonché al di
sopra della vita di giustizia, della vita razionale e della vita
umana, vi è la vita divina. Già Platone aveva affermato che l'ideale
della vita umana è un’imitazione della vita di Dio; ma per
Laberthonnière è qualcosa di più è: «il possesso di Dio dall’amore».
Se la giustizia è l'inizio della carità, in altro senso può anche
affermarsi che la carità è il compimento della giustizia. «Sulle
rive del Giordano s'è compiuta la giustizia» affermerà Blondel.
«Echi ad incastro» di Franco Santamaria non sono solo liriche, che
affrontano lo sgretolarsi dei sentimenti e i precetti della storia;
non è la prima volta che il Poeta grida il suo dolore contro uno
stato di cose in cui primeggia la prepotenza dell’uno nei confronti
di tutti.
Già
parlando di una Personale di “Parola e Immagine” a Roma, dove le
immagini sono abbinate alle poesie, scrissi:
«La Poesia, il disegno, l’Arte in generale sul quale si medita è una
specie di condensazione, una combinazione di molti simboli uniti in
una forma generale. Nel corso della meditazione su queste parole,
disegni, suoni, il significato dell'inerente simbolismo può divenire
chiaro. Con la meditazione Mandala, il fine non è la produzione di
vaste fantasie, ma piuttosto una meditazione vitale sul significato
centrale del manufatto. Col tempo colui che medita è diretto a
identificarsi psichicamente col simbolo e ad integrare il
significato del simbolo con la sua vita psichica. Propriamente
parlando, questi atti artistici non sono usati come una tecnica, ma
mirano a promuovere il più alto sviluppo della personalità artistica
e la sensazione che muoverà l’attenzione del lettore o visitatore.
Un esempio di ciò che può essere esperimentato con la meditazione
sull’Arte, si trova all'inizio del Faust di Goethe, dove Faust
guarda il macrocosmo. Una forma di meditazione ancora più astratta è
la «Meditazione sulla Parola» (quella che a noi interessa ora)
diretta verso la scoperta dell’importanza umana. Santamaria si
attiene al sano principio dell’uguaglianza dell'attività razionale e
irrazionale durante il corso della meditazione. D'altro canto non si
dovrebbe meditare su simboli, o parole che stimolano emozioni
negative dannose».
Il tramonto lo vive nella sua fisicità, fino: «A seminare il ricordo
di te/ come frumento nell’ansia dei miei fiumi». (pag,23)
Nella raccolta di “Parola e Immagine” afferma: «Allora passano di
corsa/ anche cavalli senza cavalieri e sterminati treni vuoti,/ e
vibrano - come di giorno - certi suoni di organo,/ atonali come
bastone su maschera di alberi maceri».
E mentre inseguo i cavalli tenendo fissa l’immagine dell’«ansia dei
fiumi» e «di alberi maceri», una voce calda e sensuale rompe il
silenzio. Di scatto, mi volto e cancello con forza le immagini che
inseguo e m’inseguono.
«Sulle opere, sia pittoriche sia poetiche, c’ è poco da dire perché
parlano da sole. C’è da rilevare un pensiero che Vittorio Mazzone
ebbe modo di esprimere durante una personale dell’amico Franco
Santamaria, di cui ammiriamo le opere e festeggiamo perciò
l’innovazione dell’arte: Arte di generi diversi che si completano in
un amoroso connubio. Un pensiero di Mazzone, dicevo, che esprime e
chiarifica la prima sensazione che ci afferra appena ci troviamo di
fronte alle opere del Santamaria, «il profondo calore umano ti
prende subito»; le immagini sono là, ferme, in un preciso momento
della fantasia creativa, parlano da sole; da sole narrano il
«Tormento lacerante» con una descrittività elementare e altamente
sentita. Del loro valore, se ne parlava poc’anzi, non si discute,
come non si discu-te il connubio complementare tra i due generi che
vediamo per la prima volta credo, nella storia moderna delle
personali. La tematica, pur essendo varia, non toglie niente alla
suggestione che le immagini riescono a creare nella mente del
visitatore, anche la stessa staticità delle immagini possiede
un’attrazione palese: attrazione che fa sbocciare subito un feeling
tra visitatore e autore sia con i versi viscerali e scevri da
complicazioni intellettualistiche, sia con le immagini pur nella
loro varietà, forse proprio per questo, ti rapiscono per ripassarti
nella memoria i versi toccanti e realistici, in cui la metafora è
puramente virtuale. Questo, volevo dire ve l’ho detto».
Mi
riallaccio volutamente alla raccolta “Parola e Immagine” perché gli
echi sono sempre quelli che da fanciullo ascoltava ritornare «privo
della necessaria forza ideale per il proprio riscatto».
Qui si legge: «La terra conosce le sue morti:/ dall'impurità degli
odori e dei voli, neri/ sui fiumi neri di schiuma;/ dalla neve che
si strugge in valanghe/ allineando lame di granito/ su buie
depressioni;/ dai lunghi cortei/ in nero delle formiche verso città
in rovina» (Da corpo di sconfitto guerriero).
In “Echi ad incastro” leggiamo: «(…) la morte/ che ha passione e
rabbia,/ e diritto di vivere,/ che avanza con il punteruolo/ ficcato
sulla fronte/ nel fuoco delle barricate/ di carta e dei lacrimogeni
del vento» (pag. 17)
Ed ora sottolineo alcuni versi estrapolati sia dall’una sia
dall’altra raccolta per formare quel quadro che chiamo connubio tra
i ricordi della fanciullezza e l’attualità della maturità, notate
come i versi s’incastrano gli uni agli altri e nel loro sventaglio
d’immagini aprono i nostri cuori alla speranza:
«Sulla cima/ di un calanco era la mia terra,/ cullata da un guscio
di fossile millenario» (Parola e Immagine).
«Eden lontano - a cui la mia sofferenza tende/ in rami di albero
ferito,/ quando un uomo piange/ in attesa di un messia» (Parola e
Immagine).
«Nel fossile è la certezza del tempo/ di aver fissato la falsa/
immutabilità di un ordine diseguale/ a sola esperienza della terra»
(Parola e Immagine).
«Sì che s'aprono sentieri dove l'uomo coglie/ da un fossile/ un seme
purificato e la luce/ dolcemente carezza i morbidi seni di Gea»
(Parola e Immagine).
«Vorremmo ascoltare il suono di chitarra hawaiana/ e in quell’eco/
che modula fili di seta e di fuoco tiepido/ risorgere/ senza il
dolore e il pianto del neonato/ gettato tra i rifiuti…» (Echi ad
incastro, pag. 41).
«Ci sono vie e autostrade fra le nuvole non/ a misura d'uomo,
macabre/ perché ad ogni fermata si levano e roteano/ frammenti di
pietre impazziti; perfino/ i latrati sanno di terra,/ quando la luna
si dimezza/ e scompare dietro corsie non più misteriose. /.../
Qualcuno dirà che c'è dell'illogico/ in tutto ciò e che i passi
della grandine/ non sono quelli dei guerrieri, anche se/ affogano
nidi o stracciano foglie condannate a finire» (Parola e Immagine).
«Ma, resta il desiderio che non è più speranza/ di scoprire i
sentieri e le torri con le bandiere vittoriose;/ il desiderio che
non è più attesa/ di osservare ad oriente il sole che sorge/ dietro
stilizzate ombre appena aleggianti per la brina/ e di schiudere il
mistero della sabbia che trattiene/ il respiro del cielo fra le
dune» (Parola e Immagine).
Come pittore ci troviamo al cospetto di un’artista che fonda il
proprio assunto poetico su una realtà trasfigurata dalla sua
personale visione del mondo e della vita con le sue angosce e i suoi
timori.
Come Poeta, il protagonista vero di questa dolorosa storia perché
convinto di essere rimasto solo a ricordare e soffrire, essendo
creatura viva, vive nel rimpianto dei begli anni in cui la natura
non aveva da lamentarsi perché tutto era sottomesso alla volontà
della creazione: anni ormai tramontati senza speranza. Colpa del
progresso? Ma senza progresso l’uomo diventerebbe una pianta
sterile.
Gli echi si disincastrano con una potenza, che va facendosi sempre
più forte a mano a mano che i versi si sgranano e si ha davanti
l’intera opera staccata in episodi, e poi uniti in un incastro che
possiede la vitalità di un momento di grazia: dono speciale di Dio.
La musica che Santamaria ha sprigionato in questi versi creando
momenti indimenticabili, vivrà finché palpiterà nell'animo umano la
passione per il bello e la commozione che esercita sempre sugli
animi aperti alla bontà e all'amore.
Non ho voluto leggere le altre recensioni perché tra me e Franco c’è
un filo sottile che ci accomuna e ci elegge gemelli astrali: molte
cose affrontate da lui sono le stesse che ho affrontato e sapere che
c’è un altro me stesso che continua la lotta, cantando e denunciando
le medesime cose, come: la Fratellanza, l'Amore universale, la Pace
serena, il rifiorire della natura, il canto della terra e dei fiumi
purificati dai radionuclidi e dall’inquinamento voluto dall’uomo e
dalla fame che vede reclinare il capo di milioni di bambini e di
adulti, mi fa guardare al Sole con più serenità, basta un solo Poeta
forte e deciso per cambiare il mondo.
Afferma De Sanctis che «Il Poeta deve essere immediato e sintetico
come il popolo. L'opera d'arte è una struttura viva, perché vibrante
della sensibilità dell'artista. La conoscenza artistica si
differenzia nettamente dalla conoscenza filosofica perché non è
logico-dialettica; si differenzia dalla conoscenza scientifica: la
scienza analizza, la poesia intuisce. Diversa è la conoscenza del
poeta da quella dello scienziato e del filosofo. Il chimico
considera le cose nella vicenda dei loro elementi costitutivi, lo
storico nei loro avvenimenti, attraverso le varie epoche di cui
furono testimoni; il matematico nei loro rapporti numerici di peso e
di misura; il filosofo disincarna il pensiero dalle contingenze
spazio-temporali. Il poeta trasfonde la sua spiritualità nelle cose,
materializza il suo pensiero di elementi caduchi e li trasfigura:
egli ama questo suo mondo con la passione dell'amante, l'ama col
sentore dell'infinito e dell'eterno. Il filosofo risale alle cause
prime, alle ragioni ultime, si eleva verso la verità pura, il
mistico verso la divinità; ma l'artista, grande sacrilego, dissolve
la sua anima nelle cose, le scuote e le sublima con forza
demiurgica, facendole vibrare di spiritualità: in lui si accumulano
le aspirazioni, la storia di secoli, il dramma di generazioni;
l'arte diviene voce ed espressione della storia, delle varie
civiltà. Di qui la potenza emotiva e l'universalità dell'arte: vi è
in lei una compenetrazione di tempi».
Benché l’arte voglia immagini ben definite, ciò che nasce dalla
mente del poeta non appartiene più al paese, al tempo, ma è
destinata a tutti i tempi, a tutte le genti: il soffio
dell'immortalità lo investe per sempre. «Rimane soltanto il canto
dei poeti» cantava Holderlin.
Santamaria sente condensare nella sua anima la cosmicità, perciò il
particolare ch'egli rappresenta ha caratteri universali, pur essendo
dettagliatamente definito e precisato. Apre gli occhi dentro e fuori
di sé; quando il suo sguardo diviene oltremodo visivo, quando il suo
udito si fa ultrasensibile tutto si anima intorno a lui. Alitano e
traspirano le fronde, la foresta diviene divina, spessa e viva;
ridono le vette dei monti nei pleniluni sereni; vegliano i cipressi
sulle urne solitarie; si popolano di voci i silenzi; di ombre le
solitudini.
Una serie di fugaci, intense estasi, rapiscono il poeta che diviene
il «grande sacerdote dell'incosciente» - dice Novalis, - «i soli
veggenti» - asserisce Baudelaire, «l'inconoscibile» - afferma
Rimbaud -. Platone celebra la poesia come potenza divina che passa
travolgendo ed afferma che è data all'uomo per il potenziamento
delle sue facoltà.
Galileo nel «Dialogo delle nuove scienze», l'ultima sua opera,
parlando entusiasticamente delle sue esperienze e delle felici
conclusioni scientifiche cui era arrivato, afferma che esse
avrebbero poi dato frutti meravigliosi per merito degli ingegni
speculativi che si sarebbero impegnati a proseguire il lavoro.
Prevedere il futuro, anticipare il progresso è qualità specifica del
Genio, sia esso dote di un uomo o di un popolo.
Ma appunto perché il poeta precorre i tempi, senza volerlo - a volte
volendolo espressamente - va contro agli interessi di chi la
tradizione ha favorito, mira a distruggere usi, abitudini, tendenze,
diritti che gli anni e i secoli hanno fatto credere intangibili, e
chi si sente colpito in questi diritti, o danneggiato dalle nuove
idee, combatte l'audace che è sorto a predicare le novità; lo
considera un rivoluzionario, un sovvertitore di leggi e di
tradizioni sacre, assolute, necessarie perché tramandate, e sempre
accettate, di padre in figlio. Socrate si sacrificò bevendo la
cicuta, per l'affermazione della sua scienza. Socrate morì, ma il
suo pensiero richiamò l'uomo allo studio dell'uomo e generò il
pensiero di Platone, di Aristotele e di tutto il pensiero moderno.
Cesare fu ucciso dai congiurati in nome dell’idea repubblicana e più
vicino a noi Mazzini sentì il fermento di libertà che lavorava
dentro le coscienze italiche: Luther King muore perché si avveri
l'uguaglianza delle razze; Papa Giovanni XXIII ci assicura che solo
l'affratellamento universale e la pace nel mondo, può combattere la
fame.
Indubbiamente il Poeta Franco Santamaria è l'interprete vero e più
efficace del sentimento umano e le sue opere sono l'espressione più
pura dell'attualità, come Virgilio è stato per la razza latina,
Dante per il popolo italiano, Shakespeare per l'anima inglese e
Goethe; ma questo emerge dai simboli enunciati in precedenza
inserendo alcuni versi. Sono immagini, più che simboli che emergono,
ma ciò non afferma che nei simboli aleggi il sentore del
decadentismo, né nella raccolta si avverte l’affermazione e la
chiusura in un aristocratico rifiuto oppure l'adesione letteraria a
forme estetizzanti volte ad esplorare l'inconscio e il sogno. Spesso
le due formule letterarie si confondono, come ho già accennato, ma
si nota anche che il Santamaria si sente attratto dal simbolismo,
com’è affascinato dall’immagine, come importanza storica nella
concezione della poesia che divulga.
Piuttosto, dalla ricerca del simbolo scaturisce la ricerca di un
linguaggio atto a tradurre una disposizione visionaria e onirica,
che il Poeta insegue freneticamente e anche per questo in alcune
liriche il ritmo si fa più estenuante. Franco Santamaria non intende
il simbolo come metafora o allegoria, ma come mezzo per attingere
direttamente, senza mediazioni logiche, l'Idea, l'Infinito,
l'Assoluto. Il risultato è una poesia che, influenzerà certamente,
gran parte della letteratura contemporanea. Il canto non è
sgretolamento delle forme poetiche, ma il verso è sostituito spesso
da una sorta di prosa poetica. Il discorso è logico comunicativo e
totale.
«Echi ad incastro» è opera volutamente d’ardua lettura. D'altra
parte tutta l’opera di Santamaria richiede dal lettore un
atteggiamento di cautela e disponibilità; tentare di interpretare
logicamente i rapporti tra le immagini, oltre ad essere difficile è
spesso impossibile, perché fraintende l'aspetto centrale della sua
poetica. La sua parabola poetica esercita una profonda influenza
sulla poesia contemporanea, che pur non potendo ripetere e in un
certo senso neppure proseguire la sua estrema esperienza, ne ha
fatto propria la concezione della parola, finalmente libera dai
vincoli logici e sintattici e restituita al suo ruolo evocativo e
creatore. Il gusto per il non definito e per le sfumature,
caratteristica principale della scrittura si traduce in una poetica
che pone al centro l'esigenza della musicalità: tramite il ripudio
dell'eloquenza, del tono declamatorio, la poesia aspira non a
descrivere ma a suggerire, a dissolvere la realtà, in immagini
sempre più vaghe, da qui il simbolismo di Santamaria. Ecco che in
questo modo la poesia conduce di là dell’esperienza sensibile e
coglie l'essenza profonda e nascosta delle cose. All'interno di
questa poetica, che esprime evidentemente le esigenze del
simbolismo, trova i suoi accenti più personali nella tonalità
cromatica, della malinconia, dell'ambiguità.
L'ossessione del male, il mistero del male, la rivolta, la
tentazione blasfema contro Dio e gli uomini realizzano una lirica
oscillante fra storicità e tenerezza, furore e pietà. Bisogna
riconoscere che la caratteristica più espressiva sta nel dominio dei
mezzi espressivi, nella lucidità, perciò le immagini sono mescolate
all'ironia e l'enfasi è smascherata dall'intervento dell'autore. La
ricchezza delle metafore, l'arditezza delle immagini e il gioco
straordinario per queste innumerevoli fonti letterarie sono riprese,
ritagliate, ricopiate, parodiate, stravolte rendendo gli «Echi ad
incastro» un'opera di singolare modernità.
Oggi necessitiamo di un trascinatore di folle e Santamaria lo può
diventare, basta dargli fiducia e incitarlo, perché come lui anche
io, come te: «Sono triste e piango,/ alla fame che fruga/ fra i
rifiuti,/ ai rantoli degli alberi/ sfruttati fino alla
consumazione,/ ai gemiti/ graffiti nei cunicoli dei ciechi/
sistemi».
Reno
Bromuro
Altri
contributi critici di Reno Bromuro sull'opera di Franco Santamaria:
Reno Bromuro: Parola e Immagine
Reno Bromuro: Storie di echi
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